Negli ambienti del Nazareno torna a brillare la stella di Stefano Bonaccini e perde punti lo scenario delle primarie di coalizione
Il coraggio che ebbe Achille Occhetto con la svolta della Bolognina forse in politica non ha né avrà mai eguali. Morì il Pci e nacque il Pds e non fu mai solo una questione di sigle e di modernità che avanzava. No, fu una lacerazione necessaria ma non per questo meno dolorosa, perché i processi storici non hanno mai avuto il conforto analgesico delle cose facili.
Tutto questo per dire che il leader politico, prossimo ai 90 anni, non è certo uno che non comprende la necessità di nuove scacchiere e nuovi scacchisti.
Eppure perfino uno come l’inventore della Gioiosa (e non proprio vincente) Macchina da Guerra non esclude, allo stato dell’arte, che il Partito Democratico a trazione Elly Schlein possa aver imboccato un binario morto.
I due scenari di Achille

Occhetto è volpe vecchia e saggia, ed ovviamente, nel dare il suo parere, ha indicato una doppia via per scegliere tra due anni chi dovrà competere con Giorgia Meloni per Palazzo Chigi. Lo ha fatto con un’intervista a La Stampa. E con queste due opzioni. O si va con la guida del capo del Partito con maggiori consensi (modello Meloni, insomma) oppure ci si chiude in un posto ben fornito di caffè e maritozzi e da lì si esce con un nome condiviso.
Insomma, Occhetto ha rispolverato il “caminetto”, figura retorica ma non troppo che indica un summit di generali che si scannano ciascuno per la sua bandiera e per il suo conducator.
Il dato politico però è un altro: Occhetto non ha indicato nelle primarie di coalizione la strada maestra, ed un motivo esiste. Perché con quelle ed anche al netto di una situazione attuale non proprio florida per i Dem massimalisti di Schlein probabilmente quest’ultima prevarrebbe. E la cosa non piace più molto, come scenario possibile.
Perché le primarie magari no…

Ma perché le primarie comporterebbero problemi? La risposta sta ancora una volta nell’indole di Occhetto, che oggi è un po’ come l’uomo dei vecchi filosofi sofisti modello Gorgia: “misura di tutte le cose”.
Lui è e resta, per ovvie questioni anagrafiche, uomo di apparato. Perciò sa benissimo che la vera stella polare di un Partito con ambizioni maggioritarie, proprio perché già frammentario di suo, è la compattezza. Con le primarie invece c’è il rischio che all’interno del Nazareno si aprano fronti e fratture ulteriori che una campagna elettorale a livello nazionale divaricherebbe.
Il nervo della candidatura di Schlein a papabile presidente del Consiglio in lizza per il 2027 è ancora scoperto. Anzi, oggi lo è ancora di più. Il lessico della segretaria non decolla, la sua innata vocazione alle battaglie per minoranze e temi “minori” o solo etici non viene meno, né si stempera in un pragmatismo che oggi è il solo carburante per concorrere alla pari.
E la diffidenza interna agli step di comando dei dem aumenta. Con la stessa Schlein che non trova quasi mai porte aperte ma solo muri in cemento mezzi astiosi.
I muri che trova Elly

Quello dei suoi storici sensei, ad esempio, che oggi, sia pur con un lessico assolutamente cauto, non sembrano più tanto disposti ad insegnarle come mettere e togliere la cera. Gente come Goffredo Bettini, Dario Franceschini, Paolo Gentiloni. Con Andrea Orlando e Pier Luigi Bersani che non le danno stoccate, ma neanche sfoderano più tanto la spada per difendere la loro leader in pectore.
O come il muro di un Giuseppe Conte che sta facendo la sua personale corsa verso una campanellina ter a Palazzo Chigi. Senza citare Romano Prodi, che ultimamente alla linea Schlein non ha certo riservato parole lusinghiere.

Ma fondamentalmente cosa si contesta alla Schlein, a parte un certo massimalismo di indole? Il problema è più sottile e quello della rotta etico-logorroica della Segretaria non è un movente, ma di certo è motivo parallelo, non unico.
Qui c’entra molto il perfezionismo blasonato di un Partito che storicamente ha sempre fornito all’Italia il fior fiore della sua classe dirigente, in quanto a competenza. E invece Schlein non è molto a suo agio con il tema chiave, sia delle prossime elezioni nel contingente che per il Paese in senso ampio: l’economia.
Pasionaria contro pasionaria?
Insomma, nessuno vuole più che ad una “pasionaria” che cita irritualmente lo spread di fronte al suo attonito ministro dell’Economia si contrapponga una “pasionaria-bis” che riesuma la patrimoniale e si fa cazziare da gente come Carlo Cottarelli e Salvatore Rossi.

Questo perché a parità di castronerie la Meloni è più brava di Schlein ad ammaliare le folle e la può tranquillamente usare come Pavesino a colazione. Regge meglio il palco e nel proclamare certe mezze verità è un vero talento, Schlein no. Ecco perché sembra essere tornato decisamente in auge il nome di Stefano Bonaccini, uno che sa incassare ed aspettare come pochi altri.
Ed è esattamente il motivo per cui un vecchio saggio come Occhetto ha ritirato fuori lo scenario del “Caminetto”. Perché almeno lì ci si potrà scannare tra persone che sentono di avere un dovere, non di dover esercitare un diritto. Il dovere di evitare un’altra scoppola che, per il Nazareno, sarebbe fatale.



