Il cuculo a 5 Stelle: quando il merito si prende in prestito

Il M5S rivendica la norma sui 153 milioni per la sanità, ma l’articolo 3 bis certifica la paternità dell’assessore Righini. Nel Lazio il vero passo avanti lo fanno gli atti, non i racconti creativi di un gruppo ridotto a due consiglieri.

Antonella Iafrate

Se è scritto chiaro si capisce

Il cuculo non costruisce mai il proprio nido. Aspetta che altri lo facciano: poi arriva, depone l’uovo e lascia che la fatica di covarlo la facciano gli altri. È una metafora antica, quasi crudele, ma perfetta per descrivere ciò che è accaduto in Regione Lazio nelle ultime ore: qualcuno ha trovato un nido pronto e ci ha messo il proprio nome sopra.

Il Movimento 5 Stelle ha rivendicato con entusiasmo il merito di aver imposto il coinvolgimento del Consiglio regionale nella destinazione dei 153 milioni riservati alla Sanità. Una norma importante, certo. Ma non una loro norma. E questo è il punto. Perché il M5S in questa legislatura non è in condizione di imporre niente nemmeno all’usciere: conseguenza del suicidio politico che lo ha portato a disdire il Campo Largo, mandare in soffitta i quattro anni di governo insieme a Nicola Zingaretti, candidarsi a perdere passando dai 10 Consiglieri di qualche anno fa ai 2 di oggi.

Il cuculo a 5 Stelle

Nonostante questo, il Movimento 5 Stelle in Regione Lazio ha alzato la mano e si è messo la medaglia al petto. Rivendicando il merito di aver coinvolto il Consiglio regionale nella destinazione dei 153 milioni per la sanità: giurano che sia una loro vittoria politica, frutto di una battaglia portata avanti con coraggio. Una bella storia, certo. Ma con un piccolo dettaglio: non è vera.

Perché basta leggere l’articolo 3 bis della legge approvata per scoprire che la scelta nasce altrove. Nasce da una convinzione dell’assessore al Bilancio Giancarlo Righini, che questa idea ce l’ha da tempo. È tra i pochi convinti che, quando si muovono cifre così importanti, l’Aula debba avere voce in capitolo. Non per un gesto di bontà istituzionale ma perché la condivisione evita strappi, polemiche, accuse di gestione solitaria. È un modo per rendere più solida la decisione, non più complicata.

E infatti la norma è chiara, limpida come un registro contabile. Dice che il Consiglio deve essere coinvolto, pur trattandosi di una prerogativa della Giunta. Un’innovazione di metodo, prima che di merito. Una di quelle scelte che cambiano il modo di funzionare di un’amministrazione, non solo il risultato finale.

Il deja-vù

Poi, però, è successo qualcosa. Una specie di déjà-vu della politica italiana. Qualcuno si è avventato sulla scena come nel celebre romanzo di Ken Kesey: Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo. Ha visto una finestra aperta, ha alzato la voce, ha rivendicato, ha urlato al mondo che l’idea era sua. Poco importa se i documenti dicono il contrario. Poco importa se la norma porta impronte digitali diverse.

In fondo, in politica, chi arriva per ultimo tenta sempre di salire sul carro del vincitore, anche se il carro non è suo. Fa quasi tenerezza il manifesto affisso sui social dal Gruppo M5s “Accettata la nostra proposta”… imposta con la forza di due consiglieri. Il tempo dei racconti creativi non può sostituire quello delle carte ufficiali.

La verità è che il Lazio ha fatto un passo avanti nel metodo di gestione delle risorse sanitarie. È un segnale importante, in una regione che per anni è stata ostaggio di commissariamenti e bilanci critici. Prendersi il merito non è un segno di forza: ma di debolezza. Perché la storia, alla fine, la scrivono gli atti. E gli atti parlano chiaro. Il M5S non ha più 10 Consiglieri ma 2 soltanto. Ed una riflesione su questo i post grillini non l’hanno mai fatta.