Il federalismo ritrovato: Abbruzzese e la Lega che si deve ricomporre

Alla vigilia del Congresso Federale, il Segretario Regionale Organizzazione della Lega Mario Abbruzzese chiude le porte alle tensioni interne e rilancia su sicurezza, fisco, pensioni e infrastrutture per il Lazio.

Sul tavolo dell’ufficio di Mario Abbruzzese, a pochi giorni dal Congresso Federale, c’è una cartellina con il programma del partito ancora da sfogliare e un gagliardetto della Lega appoggiato contro la libreria. Il Segretario Regionale Organizzazione del Lazio parla a bassa voce, misurando ogni frase, ma quando si arriva ai temi che contano — sicurezza, pensioni, fisco — il tono si fa netto.

Segretario, il Congresso Federale si avvicina in un clima di tensione interna. C’è chi parla di correnti pronte a mettere in discussione la leadership. Lei come la legge?
Matteo Salvini (Foto: Michele Maraviglia © Ansa)

«La leggo come un dibattito naturale in un partito vivo, ma dico con chiarezza che la delegittimazione del leader deve finire. Il nostro segretario è stato scelto dalla base congressuale, e questo gli conferisce già una legittimazione che nessuno può rimettere in discussione. Chi vuole discutere di linea politica lo faccia nelle sedi congressuali, non attraverso fughe di notizie o interviste a mezza bocca. Il Partito deve ritrovare l’unità, perché solo unito può continuare a incidere sulle scelte del Governo».

Una parte del Partito ritiene che il progetto di estendere la Lega su scala nazionale abbia snaturato il Partito delle origini.

«Credo invece che siano i numeri a parlare con chiarezza. Prendiamo il Lazio: nella Lega delle origini, quella Padana, i confini del movimento si fermavano in Toscana. Eppure c’è spazio anche nel resto d’Italia per i valori della Lega anche se sono nati a Nord. La dimostrazione viene dal Lazio: abbiamo un senatore, dei deputati, un consigliere ed un assessore provinciale, un sindaco di capoluogo. È la dimostrazione che c’è terreno fertile. E poi, mi lasci dire, la Lega non può rivendicare origini padane sul piano storico».

E perché non può?
Anagni, piazza Cavour

«La Lega Lombarda nacque ad Anagni. Anche le pietre sanno che tra il 1159 e il 1163, l’architetto e diplomatico Jacopo da Iseo arrivò in città per trattare con papa Adriano IV al fine di ottenere il sostegno ed un accordo contro l’imperatore Federico Barbarossa. Esiste ancora una targa che evidenzia il palazzo nel quale la Lega Lombarda nacque a seguito di quelle trattative. Non è una disputa storica: è un modo per ribadire che la Lega è nazionale per sua natura già dalla nascita».

Uno dei cavalli di battaglia della Lega resta la sicurezza. Recentemente avete chiesto l’impiego di diecimila militari nelle strade. Non rischia di essere uno slogan?

«Non è uno slogan, è una richiesta che nasce dall’ascolto dei territori. Ai cittadini va restituita la sicurezza nelle loro case e nelle loro città, e se questo significa rafforzare la presenza delle Forze Armate nei punti più critici, noi non arretriamo di un millimetro. La sicurezza percepita è sicurezza reale quando si traduce in presenza fisica sul territorio, e i diecimila militari vanno esattamente in questa direzione».

Passiamo al fisco. La Lega rivendica l’abolizione del Bollo Auto e la battaglia per l’eliminazione del Canone Rai. Ma il primo è solo temporaneo e la seconda è in alto mare.

«Sono battaglie identitarie del nostro movimento e restano attualissime. Il Bollo Auto è una tassa iniqua, pensata decenni fa e mai più aggiornata al buon senso. Lo abbiamo sospeso per il 2027 e lo renderemo definitivo nella prossima Legislatura. Se volete un esempio della strada che seguiremo guardate l’abolizione della tassa sui Passi Carrabili in provincia di Frosinone varata proprio dal centrodestra unito, alcuni anni fa. Il Canone Rai è un prelievo che i cittadini non sentono più giustificato, soprattutto quando lo trovano in bolletta senza nemmeno averlo richiesto. Togliere peso fiscale agli italiani non è demagogia, è restituire risorse a chi le ha prodotte con il proprio lavoro».

Sul fronte pensionistico, il nome di Claudio Durigon è centrale. Dopo Quota 100, si parla ora di pensione a 64 anni.
Claudio Durigon, Mario Abbruzzese, Davide Bordoni

«Claudio Durigon ha già dimostrato con Quota 100 che si può intervenire sulla previdenza senza smantellare i conti pubblici, e oggi sta lavorando con la stessa serietà sulla possibilità di andare in pensione a 64 anni. Non è un regalo elettorale, è il riconoscimento che dopo una vita di contributi versati i cittadini hanno diritto a un’uscita dignitosa dal lavoro, senza aspettare l’età biologica massima consentita dalla legge».

Guardando ai giovani e alle imprese, che impostazione propone la Lega per i prossimi anni?

«Due direttrici chiare. Da un lato politiche che rendano il Paese attrattivo per i giovani, perché non si può continuare a formare eccellenze che poi se ne vanno all’estero appena laureate. Qui vanno create occasioni per restare e non pretesti per scappare. Dall’altro una Flat Tax che renda l’Italia competitiva per le imprese, perché senza un fisco semplice e leggero non si attraggono investimenti.

Per quanto riguarda il Lazio, la Lega rivendica con orgoglio il proprio ruolo nell’approvazione dell’infrastruttura autostradale Roma-Latina, un’opera attesa da decenni e che adesso si sta apprestando a diventare realtà: cambierà del tutto la geografia dei territori. E non dimentichiamoci della nuova stazione TAV di Ferentino-Frosinone, che cambierà i collegamenti di tutta l’Italia Centrale con il resto del Paese. Sono due opere che nascono grazie al lavoro svolto dal nostro deputato Nicola Ottaviani e del nostro ministro Matteo Salvini.»

Infine, quale strategia per far ripartire davvero l’economia dei territori?

«La ripartenza passa attraverso gli strumenti che funzionano, e cioè le Zls e le Zes. Zone logistiche e zone economiche speciali sono la leva concreta per attrarre investimenti nei territori che più hanno sofferto, dando vantaggi fiscali e semplificazioni a chi decide di investire e creare occupazione. Non servono annunci, servono strumenti operativi: e questi lo sono»