Il lunedì nero di “Fantantonio” Tajani con Marina: e c’entrano i dazi di Trump

Il problema dei moderati che a Nord sono senza bussola partitica ed il summit tra il segretario azzurro e la presidente di Mondadori

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Una volta i classicisti chiosavano le loro citazioni per dare autorevolezza (a se stessi) a quello che proclamavano con l’aulico slogan attico “autòs epha”. Che è un po’ come il latino posteriore “ipse dixit”, cioè l’ha detto lui, e se l’ha detto “lui” qualcosa vorrà pur dire.

Ecco, nel caso di Antonio Tajani questo ipse dixit pare essere diventato un boomerang, specialmente dopo le uscite infelici su attacco all’Iran e sulle famose dodici stelle sulla bandiera Ue.

Ma se i problemi di Antonio Tajani risiedessero solo nel format “fantasy” con cui il titolare della Farnesina e vicepremier aveva condito le sue ultime esternazioni ci sarebbe ben poca cosa su cui sentire puzza di bruciato.

Casse risanate, però…

Marina Berlusconi (Foto: Andrea Di Biagio © Imagoeconomica)

Non perché quelle non siano state gaffes, ma perché le gaffes scolorano come le vernici super lavabili degli edifici Ater. E poi perché ci sono pletore di seguaci che le controbilanciano con legittime strusciate politiche. Tutto vero, ma con qualche nube all’orizzonte, ed una di quelle nubi ha i tratti spicci ed alla Colazione da Tiffany di Marina Berlusconi.

Due considerazioni: se qualcuno pensava che la mossa (vincente) con cui un anno fa Tajani aveva ripianato tutti i debiti di Forza Italia con la famiglia del defunto Cav fosse stata viatico di autonomia sbagliava. L’Opa di Piersilvio e Marina sul partito fondato dal loro genitore e tenuto in piedi dalle sue clamorose dazioni economiche è valida più che mai.

E questo ci porta alla seconda considerazione, più attuale. Ultimamente dagli eredi arcoriani sono arrivati segnali poco incoraggianti per la ritrovata autonomia decisionale degli azzurri post 12 giugno 2023.

Due Berlusconi, due visioni

Piersilvio Berlusconi (Foto. Canio Romaniello © Imagoeconomica)

Da un lato Marina sembra aver appaltato le battaglie più pop e “prog” di un Partito che resta baricentro moderato di maggioranza rocchettara. Dall’altro Piersilvio ha recentemente lanciato un appeasement talmente palese a Giorgia Meloni, spiegando senza mezzi termini che quella dello Jus Scholae è battaglia inutile, da far pensare.

Pensare che in giro ci siano due “Piccoli Cav” che non hanno alcuna intenzione di mollare a ‘Ndonio l’osso di una creatura ancora brandizzabile col bollo arcoriano.

E veniamo a domani: i media dicono che “era nell’aria” ma non spiegano che l’aria si è fatta cattiva da quando Donald Trump ha ufficializzato i suoi dazi al 30% contro un’Italia invitata a “non fare resistenze”. E’ spuntato perciò un summit tra la presidente del gruppo Mondadori, Marina Berlusconi ed il segretario nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani. Mancano le conferme ed il format in realtà è già rodato, ma stavolta nell’aria si sente qualcosa in più.

Azzurri ancora “brandizabili”

Donald Trump dopo il giuramento

Non solo una sorta di “guerra benevola” tra i due rampolli di Berlusconi; l’uno proiettato verso il melonismo premiale e l’altra verso il centrismo moderato che non disdegna alcun claim “di sinistra”. E ciascuno dei quali accomunato dall’idea di poter discutere (dettare?) la linea al segretario azzurro secondo la sua rotta.

No, c’è qualcosa di più e non risiede solo nella diarchia figlia di Milano 2. Il dato è anche elettorale e geografico. Il Nord è una specie di prateria tornata miracolosamente vergine dove finora gli interessi ed i numeri di Forza Italia hanno a malapena fatto argine alle slavine leghista e di Fdi.

Con un distinguo però: in Lombardia i meloniani, malgrado i buoni uffici di Daniela Santanchè chiesti illo tempore da Ignazio La Russa, non hanno mai attecchito del tutto. E in tutto il Nord gli imprenditori sono pieni di fiele per le politiche industriali “small and short” di premier ed Esecutivo. Basti pensare che Confagricoltura e Confindustria erano già in allarme rosso per l’ipotesi dei dazi trumpiani al “solo” 10%. Senza contare che la casella settentrionale del consenso è in credito perfino con gli storici “master” della Lega. Oggi Matteo Salvini piace più a Roma che a Treviso o Cremona.

Più economia e finanza, meno slogan

Antonio Tajani all’Assemblea Anbi (Foto: Angelo Carconi © Ansa)

Insomma, c’è un bacino di utenza da recuperare ma non ci sono figure carismatiche della galassia azzurra che di quel recupero si facciano fautrici e totem. E qui scatta il senso del summit di domani: fare il punto, punto vero, per rimettere le briglie ad un elettorato moderato che vuole un upgrade di produzione, non di ideologia.

Che in arcione ci vuole nocchieri economici o esperti di finanza, e non rozzi spioni social di gambe pelose come Roberto Vannacci. Insomma, parafrasando Cetto Laqualunque, serve “chiù Pil pe’ tutti”.

Perché il vero pelo sta nell’uovo di Forza Italia, che deve tornare ad essere bussola e magnete per chi in agenda si segna gli scatti di Pil.

Anche a costo di dire in faccia ad un vicepremier che deve riscrivere la sua, di agenda. Magari un lunedì qualunque di mezza estate.