Una maggioranza fragile e litigiosa. Ed un'opposizione che aspetta un Congresso, nella speranza che funzioni da bacchetta magica ed annulli i suoi problemi. Mentre il PSI va avanti spedito.
In politica, come nelle relazioni di coppia, la domanda resta la stessa: “è peggio litigare continuamente o non parlarsi affatto?”. Applicata al Comune di Frosinone, la risposta sembra evidente: la maggioranza del sindaco Riccardo Mastrangeli, fragile e numericamente instabile, da tempo si regge su equilibri precari. Perchè “litiga” al proprio interno.
Per garantire il numero legale in Aula, si è arrivati persino a rincorrere l’ex sindaco Domenico Marzi “fin dentro casa sua“, come lui stesso ha ricordato in Aula consiliare. E anche nella seduta del 24 novembre, convocata solo in Prima convocazione, cioè quando servono 17 consiglieri per rendere valida la seduta, lo scenario non cambierà.
Mastrangeli non potrà prescindere dal suo ex avversario Domenico Marzi e suoi Consiglieri Carlo Gagliardi e Alessandra Mandarelli.
Silenzio a sinistra

In questo contesto, ci si aspetterebbe un’opposizione di centrosinistra combattiva, capace di incalzare, proporre alternative e farsi sentire. Invece, domina il silenzio. Un immobilismo che diventa imbarazzante per chi, tra meno di due anni, dovrebbe incarnare l’alternativa di Governo.
Il Partito Democratico appare avvitato su sé stesso, sospeso nell’attesa di un Congresso che non arriva mai e del quale si sono perse le tracce. E anche quando si celebrerà, senza una strategia chiara per Frosinone e per le Comunali del 2027, rischia di risolversi solo in un regolamento di conti interno.
Il Gruppo consiliare Dem – Angelo Pizzutelli, Fabrizio Cristofari e Norberto Venturi – denuncia da tempo l’assenza di un progetto e di una prospettiva concreta. Ma le loro parole si perdono nel vuoto. Predicano nel deserto.
Il Psi va avanti

Intanto il PSI ha già acceso i motori: il consigliere Vincenzo Iacovissi è candidato sindaco, sostenuto da tre liste. Il Partito guidato dall’onorevole Gianfranco Schietroma si presenta come “l’unica alternativa credibile” al modello di governo attuale. Un messaggio e una stoccata diretta al PD che nel 2022 fu il primo Partito della città e della coalizione di centrosinistra, con oltre il 12% dei consensi. Due strade divergenti, nessun dialogo, nessuna intesa.
Il centrosinistra sembra aver già messo in conto la sconfitta, ripetendo lo schema che da quindici anni lo condanna alla marginalità. E all’opposizione. “La storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa“: il copione, a Frosinone, è ormai noto.
Così, a meno di due anni dalle elezioni, la partita appare destinata a giocarsi tutta dentro il centrodestra. Sia che Fdi-Lega e FI si presentino uniti intorno ad un unico candidato (ipotesi al momento estremamente difficile) oppure divisi: il centrosinistra, in ogni caso, rischia di restare spettatore. Un ruolo da comparsa, quando invece la città avrebbe bisogno di un’opposizione viva e capace di proporre.
Il paradosso

Il paradosso è evidente: chi governa arranca, chi dovrebbe approfittarne resta fermo. Seneca ammoniva: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili”. A Frosinone, il centrosinistra sembra aver scelto di non osare: un suicidio politico sotto forma di “pace silenziosa”.
Intanto, a Palazzo Munari, la politica si riduce a un gioco di numeri, quorum e sostegni trasversali.
Così è, se vi pare.



