Il Pd gioca a nascondino. Fdi e Lega si giocano la partita Comune – Provincia

A Frosinone il centrodestra prepara la sfida del 2027 tra Comune e Provincia con mosse silenziose e strategie incrociate. Fratelli d’Italia punta su Palazzo Iacobucci, la Lega difende il capoluogo. Intanto il Pd continua a restare ai margini della partita.

Roberta Di Domenico

Spifferi frusinati

Tra Fratelli d’Italia e la Lega a Frosinone è in atto, da tempo una sottile partita a poker: FdI sembra aver deciso di passare la mano sul capoluogo per fare all-in alla Provincia. (Leggi qui: Frosinone può attendere: FdI punta dritto alla Presidenza della Provincia. E qui: Ottaviani e Abbruzzese, la mossa su Di Stefano che punta a disinnescare FdI).

L’allegoria va spiegata. All’interno dell’amministrazione del sindaco Riccardo Mastrangeli, nella logica di una coalizione di maggioranza, ci sono normali rapporti di convivenza politica tra i due Partiti del centrodestra. Almeno in superficie. In realtà sia la Lega che FdI stanno studiando ogni mossa in prospettiva delle elezioni Provinciali e comunali del 2027. Una serie di mosse silenziose, lente, pensate, chirurgiche, qualcuna anche casuale, quasi priva di effetti. Tutte in realtà fanno parte di una sapiente strategia politica studiata a tavolino, da ambo le parti. Perché nessuno può permettersi di sbagliare nemmeno una carta.

Come ricordava il vecchio maestro Tartakower«L’errore più grave è pensare che la partita sia semplice». E la partita delle prossime elezioni non è per niente facile. Prima la Provincia, poi il Comune capoluogo: le due partite sono strettamente intrecciate.

FdI rinuncia al Comune per puntare tutto sulla Provincia

Il capogruppo FdI Franco Carfagna (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

La sensazione è che Fratelli d’Italia abbia scelto una strategia tanto semplice quanto spiazzante: non rivendicare la candidatura a sindaco di Frosinone. Non perché manchino nomi autorevoli e di spessore nel Partito. Anzi. Ma perché, in politica come nel poker, «non si gioca la mano migliore: si gioca la mano più utile». E la mano utile, per FdI, oggi si chiama Provincia di Frosinone.

Il sindaco Riccardo Mastrangeli, nonostante le fibrillazioni apparenti della sua maggioranza — in realtà solo grida manzoniane — resta il candidato naturale per il bis a Palazzo Munari. Non solo perché è il sindaco uscente, ca va sans dire, ma perché nel centrodestra, ad oggi, nessuno ha davvero aperto una competizione alternativa. Non ha rivali interni, non ha primarie vere da temere, non ha correnti da placare. In una gara dove gli altri devono ancora capire se correre, lui è già ai blocchi di partenza. Le crisi, gli strappi, le revoche delle deleghe, le ricuciture romane: tutto è servito a mandare messaggi politici ma non a staccare definitivamente la spina.

(Foto © Stefano Strani)

I meloniani avrebbero nomi, peso elettorale e argomenti per rivendicare la candidatura a sindaco di Frosinone. Ma la percezione diffusa è che abbiano deciso di non trasformare il Comune capoluogo nel Vietnam del centrodestra.Troppo rischioso, troppo divisivo, e forse anche poco conveniente: un inutile dispendio di energia cinetica. Nella logica delle alternanze interne alla coalizione, oggi il sindaco tocca alla Lega. A chi toccherà tra altri cinque anni lo deciderà come sempre il tavolo Regionale dell’alleanza: perché in discussione c’è la candidatura in un capoluogo e le sue logiche si intersecano con quelle dell’intera alleanza. Tanto. Al punto che se dovessero crearsi intoppi al Regionale la questione verrebbe subito trasferita al Nazionale.

Per questo le fiches pesanti Fratelli d’Italia sembra volerle puntare tutte sulla Provincia. Come diceva Klemens von Metternich«L’arte di governare consiste nell’essere pronti a sacrificare l’accessorio per salvare l’essenziale». Anche per dare coerenza al risultato delle elezioni del Consiglio Provinciale dell’8 marzo scorso, che ha certificato la leadership di FdI a Palazzo Iacobucci. Tradotto: se c’è un tavolo sul quale il Partito della presidente Meloni intende battere i pugni, è quello della futura presidenza della Provincia.

La Lega risponde con l’abbraccio Di Stefano

Luca Di Stefano

La Lega, ovviamente, non ci sta a recitare la parte dello spettatore non pagante. Ha messo in piedi una raffinata operazione politica preventiva. L’ipotesi di una candidatura unitaria del sindaco di Sora Luca Di Stefano è di fatto un elegantissimo tentativo di «normalizzare» le ambizioni di FdI. Un abbraccio politico affettuoso — come si fa a dire di no all’unità del centrodestra? — ma potenzialmente letale. Perché dietro il richiamo all’unità si nasconde il tentativo di sterilizzare la rivendicazione di FdI sulla guida della Provincia. Una strategia a tenaglia: ti riconosco centralità, ti coinvolgo, ti inglobo… e ti limito lo spazio di manovra. Machiavelli avrebbe preso appunti.

La domanda delle cento pistole è: Fratelli d’Italia accetterà di essere anestetizzata dalla strategia leghista, oppure aprirà il fronte? Perché se davvero il Partito del segretario provinciale Massimo Ruspandini ha sostanzialmente lasciato campo libero a Mastrangeli e alla Lega dell’onorevole Nicola Ottaviani e del coordinatore organizzativo regionale Mario Abbruzzese sul capoluogo, prima o poi dovrà incassare un dividendo politico concreto da qualche altra parte.

Giancarlo Righini

In questo schema pesa inevitabilmente la figura dell’assessore regionale Giancarlo Righini, che da mesi lavora a costruire in Ciociaria una consistente rete di amministratori locali: una poderosa macchina da guerra. Per citare una frase attribuita a un vecchio politico della Democrazia Cristiana: «Una macchina da guerra che non chiede permesso, chiede risultati». Da schierare quando servirà, alle elezioni. Chi conosce la grammatica politica sa che certe operazioni non si fanno per sport. Per questo la Provincia rischia di diventare il vero terreno di scontro, se proprio bisogna rompere il fronte tra FdI e Lega. Il candidato alternativo c’è: è il sindaco di isola del Liri Massimiliano Quadrini. (Leggi qui: Quadrini, il Consiglio della tregua: silenzi, attese e partita aperta sulla Provincia).

Il Pd gioca a nascondino

Il Partito Democratico gioca a nascondino: il paradosso di chi traccia le righe del campo mentre gli altri giocano. Nel centrosinistra si entra nel regno della metafisica. Il PD a Frosinone continua a oscillare tra l’assenza strategica e la testimonianza burocratica. Un partito che sembra atavicamente prigioniero del celebre quesito morettiano di Ecce Bombo«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?». Il problema è che, mentre i dem riflettono se scendere in campo, gli altri il campo lo hanno già occupato.

Stefano Pizzutelli e Danilo Grossi

A parte le apprezzabili iniziative isolate del consigliere Angelo Pizzutelli, l’opposizione strutturale del Partito al sindaco Mastrangeli semplicemente non si percepisce. Non c’è una narrazione alternativa, non c’è una leadership riconoscibile, non c’è nemmeno una candidatura realmente contendibile. Il segretario cittadino Stefano Pizzutelli sta lavorando in silenzio alla costruzione del campo largo e soprattutto al riavvicinamento politico con il PSI di Gianfranco Schietroma: operazione politicamente sensata, anzi l’unica possibile per provare a vincere. Ma il rischio è che il PD finisca per fare la parte di quelli che tracciano perfettamente le linee del campo di calcio mentre altri giocano la partita.

Qualcuno volò sul nido dell’opposizione

Lo spazio dell’opposizione è già stato occupato da altri soggetti: da Forza Italia, dalla Lista Futura (ormai in simbiosi politica con gli azzurri) dai consiglieri della lista Mastrangeli e dal socialista Vincenzo Iacovissi, che è ad oggi l’unico candidato sindaco ufficiale nell’area progressista. 

Il vice Segretario nazionale Vincenzo Iacovissi

Ed è qui che emerge il vero paradosso del PD cittadino: continuando a restare evanescente e impalpabile, rischia di non avere più nemmeno la forza politica per rivendicare, almeno formalmente al tavolo delle trattative, il candidato sindaco. A quel punto convergere su Iacovissi diventerebbe quasi inevitabile. Più che una scelta strategica, una certificazione di sopravvivenza politica.

Il Congresso cittadino non ha modificato gli equilibri né cambiato la percezione pubblica del Partito. L’unico risultato realmente alla portata dei Dem sembra essere, al momento, un’operazione di ortopedia politica: rimettere in piedi il rapporto con i Socialisti. Con questi chiari di luna, è già qualcosa.