Il processo infinito al Castello: De Santis – Liburdi ed il Consiglio è aula giudiziaria

Sul Castello dei Conti la battaglia politica continua fuori dall’Aula. Dopo la replica della vicesindaca Mariangela De Santis arriva la controreplica di Rino Liburdi: tecnicismi, accuse e parole pesate trasformano il caso in uno scontro permanente tra maggioranza e opposizione.

Il Consiglio comunale è finito, ma solo formalmente. Quando il tema è il Castello dei Conti, a quanto pare, le sedute a Ceccano non si chiudono col suono del campanello: proseguono fuori dall’Aula, nei comunicati, nei post, nelle repliche, nelle postille. E così, dopo la risposta della vicesindaca Mariangela De Santis, è arrivata quella di Rino Liburdi. Altro avvocato. Altro lessico da aula. Altro gusto per i dettagli. Altro round. (Leggi qui: Ceccano, il Sacco unisce tutti, il Castello divide: il Consiglio in due tempi).

Più che un botta e risposta politico, a tratti pare una puntata di una serie giudiziaria ben scritta: niente toga svolazzante, niente martelletto, ma molto gusto per la parola pesata, la frase smontata, il significato da ricostruire. Una specie di Suits in salsa fabraterna, ma con meno grattacieli e più pietra medievale.

Dopo De Santis, il controreplica di Liburdi

Mariangela De Santis

La replica di Liburdi arriva dopo quella della vicesindaca, che aveva contestato la lettura del centrodestra sostenendo che le sue parole sul Castello fossero state piegate a una convenienza politica. (Leggi qui: De Santis smonta la versione del centrodestra: “Parole travisate sul Castello”).

Ora il presidente del circolo cittadino di Fratelli d’Italia rilancia. E lo fa da avvocato a un altro avvocato, con un incipit che è già mezza arringa: “La lingua italiana ha un significato”.

Non è una frase casuale. È un modo per dire: attenzione, qui non si sta discutendo solo di politica, ma di parole, di senso, di ciò che è stato detto davvero. Insomma, la materia preferita degli avvocati: i tecnicismi, le sfumature, il peso di una formula.

Il cuore dell’attacco: un anno perso

Rino Liburdi

Liburdi fissa alcuni punti che considera incontrovertibili. Il primo è il più semplice e il più politico insieme: la revoca del direttore dei lavori del Castello non l’ha fatta l’attuale amministrazione, ma il commissario prefettizio nel maggio 2025. Il RUP, ricorda, era già stato rinominato. E dunque, secondo lui, il dato che nessuno può smentire è uno soltanto: da quando questa amministrazione si è insediata, è passato praticamente un anno e il nuovo direttore dei lavori ancora non è stato nominato.

È qui che Liburdi prova a piantare il suo paletto. Perché il Consiglio, dice, era stato chiesto proprio per questo: sapere quando e come sarebbe avvenuta quella nomina. E secondo lui la maggioranza non è stata in grado di dirlo.

Il punto più duro: l’attesa dell’Autorità giudiziaria

Il Palazzo di Giustizia di Frosinone

Poi arriva il nodo più delicato, quello che già aveva acceso la polemica con De Santis.
Liburdi sostiene che il motivo dell’attesa sia stato esplicitato proprio dalla maggioranza: l’amministrazione, secondo la sua lettura, attendeva un’iniziativa di controllo da parte dell’Autorità giudiziaria sui lavori, iniziativa che però non è arrivata.

Da lì parte l’affondo. Liburdi invita i cittadini a riascoltare lo streaming, parla di frasi “molto gravi”, richiama quella che considera la formula più inquietante: “evidentemente la Procura ha altre priorità” e dice di avere “fiducia assoluta nell’operato della magistratura”. Il sottotesto è chiarissimo: l’accusa alla maggioranza è di avere tentato di giustificare i ritardi con una attesa impropria, quasi con l’idea di sostituirsi a chi ha competenza.

I 25-30 mila euro e l’approfondimento che divide

(Foto © Elia Campanella)

Il secondo fronte aperto da Liburdi riguarda i costi. Richiama le parole del sindaco sul fatto che al nuovo direttore dei lavori, oltre agli onorari della direzione lavori, dovrebbero essere liquidati almeno altri 25-30 mila euro o più per svolgere quell’approfondimento che, sempre secondo la lettura della destra, l’autorità giudiziaria non ha fatto.

Anche qui il ragionamento è politico prima ancora che tecnico: se il controllo di SAL, quantità, qualità dei lavori e verifica della regola d’arte rientra già nelle funzioni del direttore dei lavori, allora perché si è perso tutto questo tempo? E perché adesso si presenta questo passaggio come inevitabile?

Il passaggio più politico, però, arriva alla fine. Liburdi scrive che il problema è un altro: “la tentazione della campagna elettorale infinita è troppo forte”. E paragona lo schema a quello già visto sul bilancio: fare terrorismo psicologico, perdere tempo, e poi presentarsi a dire di aver rimediato ai danni di chi c’era prima.

Qui il tono cambia. Non è più solo una contestazione tecnica o lessicale. Diventa un’accusa di strategia politica: secondo Liburdi, le scelte dell’amministrazione non sarebbero obbligate, ma frutto di un preciso indirizzo politico. E quindi, se nell’accumularsi dei ritardi si dovesse arrivare perfino alla restituzione dei fondi, la responsabilità sarebbe di chi oggi governa.

Il Consiglio continua fuori dal Comune

Il dato interessante è proprio questo: la discussione che si è aperta in aula continua adesso fuori dall’aula, e forse in modo ancora più tagliente.

La minoranza aveva chiesto quel Consiglio comunale. In aula c’è stata una piccola bagarre. E ora, finita la seduta, si è aperto un secondo livello di confronto: quello delle ricostruzioni, delle rettifiche, delle controrepliche. Prima De Santis, con il suo linguaggio da avvocato ordinato, quasi notarile, a dire che la destra aveva piegato il senso delle sue parole. Poi Liburdi, altro avvocato, a ribattere che la lingua italiana un significato ce l’ha e che i fatti restano lì, ostinati, più dei tentativi di spiegarli.

A guardarla bene, questa non è solo una schermaglia tra esponenti politici.
È quasi una battaglia tra avvocati. Con quella tipica attitudine di chi vive di definizioni, di passaggi, di precisioni, di formule che non sono mai innocenti. Ognuno con il suo stile. Ognuno con il suo codice implicito. Ognuno convinto che il punto vero stia in una parola detta, in una parola negata, in una sfumatura da rivendicare.

Ma sotto il tecnicismo, il cuore resta politico. Perché la domanda di fondo è sempre la stessa: chi si prende la responsabilità del ritardo sul Castello? Chi ha perso tempo? Chi sta raccontando la verità? Chi sta usando il Castello come prudenza amministrativa e chi come terreno di battaglia permanente?

Il maniero resta chiuso. E la politica resta aperta

(Foto © Alberto Bevere)

Alla fine, come spesso accade, il rischio è che tutti abbiano un po’ ragione nel metodo e che nessuno convinca del tutto sul risultato. Perché il Castello, intanto, resta lì. Chiuso. Simbolico. Pesante come una prova generale di governo.

E mentre i tecnicismi si rincorrono, una cosa è certa: il Consiglio comunale richiesto dalla minoranza non si è esaurito in tre ore di discussione. Ha prodotto una coda politica che continua ancora oggi. E continuerà. Perché ormai il Castello non è più soltanto un’opera pubblica da completare: è diventato il luogo in cui si misurano la credibilità della maggioranza, l’aggressività dell’opposizione e il talento polemico di una classe dirigente che, tra una pietra medievale e una direzione lavori, ha trovato il modo di trasformare tutto in un nuovo processo.

Solo che, per adesso, l’unica sentenza vera non l’ha scritta né De Santis né Liburdi: l’ha scritta il tempo. Ed è una sentenza piuttosto semplice. Il Castello non ha ancora riaperto.