Il “punto G” del Pd si chiama Gaza, e dopodomani la Flotilla farà curriculum

La missione contro la ferocia di questa Israele non solo come target etico ma anche come scopo funzionale a certe strategie

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Gaza come motivo e Gaza come movente. Prima di ogni cosa e sopra ogni cosa, è tragicamente evidente, Gaza come sacello di orrore. Può succedere e le istanze plurime possono serenamente convivere, anche a fare la tara ad uno scenario in cui un massacro indiscriminato grida vendetta a tutto ciò che il mondo occidentale dovrebbe rappresentare.

I fatti: entro due giorni la cinquantina di natanti della Flotilla arriverà a destinazione. Il che vuol dire, tecnicamente, violare un blocco per dimostrare cose su cui elementi istituzionali avevano offerto soluzioni alternative.

Fatto due: il team della Flotilla ha rifiutato soluzioni mediate ed ha deciso di proseguire la rotta fino alle acque di fronte a Gaza.

Non poche divergenze

Arturo Scotto (Foto: Giulia Palmigiani © Imagoeconomica)

Ci sono state non poche divergenze ma la linea che alla fine ha avuto la meglio è stata quella del “noi si va, comunque”. Quali sono i riflessi di questo stallo messicano sulla situazione politica italiana?

Partiamo da un inciso, che non è affatto secondario: il guaio grosso della politica bipartisan di questi ultimi anni è che i suoi protagonisti si stanno prendendo le misure prevalentemente con la politica estera. Che è roba difficile, specie quando di mezzo c’è il ruggito delle armi.

A bordo di quelle navi ci sono alcuni parlamentari nostrani, tra cui i dem Arturo Scotto e Annalisa Corrado.

Elly Schlein ne monitora costantemente umori e mosse e, non appare dato infondato, probabilmente sulla “mission ideologica” dei pacifisti a tutto tondo ci ha scommesso un bel po’ dei suoi destini politici.

Scotto e Corrado a bordo

Sergio Mattarella con Guido Crosetto passa in rassegna un Reparto d’Onore

Perché? Perché è dato di fatto per cui ormai la maggioranza degli italiani non accetta più la verve macellaia di un Bibi Netanyahu che ieri all’Onu ha dato misero spettacolo di sé. E, sondaggi alla mano, afferrare questa battaglia a tutto tondo potrebbe portare benefit.

C’è stato un momento in cui la coppia del Nazareno imbarcata ha provato a caldeggiare le linea “morbida”, quella che passava per le ragionevoli proposte di un ministro Guido Crosetto in gran spolvero. Titolare della Difesa che in un certo senso ha provato a stemperare il massimalismo di Giorgia Meloni; purtroppo è andata male.

Crosetto ha capito da che parte spira il vento e, coram populo, ha detto che non sarebbe proprio giusto “mettere a repentaglio l’incolumità dei cittadini italiani per far arrivare gli aiuti”.

I “lupetti di mare”

Anche perché si pone sempre e comunque un problema di sicurezza e di incolumità per gli occupanti della flotta. Il problema è che molti, tra quei “lupetti di mare”, non si limitano a puntare ad un risultato pratico, ma sanno benissimo che contro questa Tel Aviv mannara bisogna (anche) mandare un messaggio politico forte.

Che magari per eco benefica resusciti appeal elettorale anche nei Paesi dove le sinistre sono in difficoltà oppure hanno esigente strategiche draconiane.

Il risultato per l’Italia? Forzare il blocco navale o far capire che si è determinati a farlo potrebbe risultare il più grande endorsement politico per le sorti (anche elettorali spicce e presenti) di alcuni partiti. Oppure per certe loro linee massimaliste che ci tengono a restare a galla.

No a Quirinale e Zuppi

E il fatto è evidente: su una di quelle barche ci sta, affacciato in murata, anche il Pd italiano, un Pd che per parte riformista ha dovuto digerire i no a Palazzo Chigi, a Sergio Mattarella e perfino al cardinale di origini verolane Matteo Zuppi, peacekeeper per antonomasia.

Matteo Zuppi mentre legge i nomi dei ‘martiri’ in Terra Santa

Chi, in zona dem, sta provando da giorni a caldeggiare la linea della mediazione è Giuseppe Provenzano, ma la rotta pare ormai quella dello scontro. Uno scontro che sembra caldeggiare gli umori di un Nazareno convertito anche per “economia gerarchica” al massimalismo spinto.

Quello per il quale arrivare in acque israeliane senza aver accettato compromessi rappresenta un totem simbolico che allama elettori, simpatizzanti e sodali in Patria.

“Non si vince al centro”

Elly Schlein a Cernobbio (Foto: Canio Romaniello © Imagoeconomica)

La linea è quella nota, ed è quella di Schlein, secondo gli analisti. Questa: “Non si vince più al centro, ma con parole d’ordine identitarie nelle quali si riconosca immediatamente l’elettorato d’area”.

“Il tema di Gaza e del riconoscimento dello Stato di Palestina è da questo punto di vista, un ‘attrattore’ sicuro per l’elettore di centrosinistra. Con un “punto G” che è per metà genuino e per metà funzionale.

Come accade da sempre, al di là della buona fede di singoli e sistemi complessi, in tutte le guerre ed in tutti i massacri.