Sei minorenni indagati per il raid notturno all'Itis "Majorana" di Cassino, quindicimila euro di danni. Ragazzi di famiglie note e solide, alcuni con genitori in politica: un caso che smonta gli stereotipi sulla devianza giovanile e interroga scuola, famiglie e istituzioni.
Quindicimila euro di danni in una notte. Un tramezzo abbattuto, tre finestre divelte, Smart Tv distrutte ed un istituto scolastico messo sottosopra. Non è più soltanto la storia di una bravata finita male. È la fotografia di un gesto che ha prodotto un danno concreto a una scuola, dunque a una comunità.
E adesso, per i sei ragazzi individuati dai carabinieri, c’è anche un fascicolo davanti alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Roma. Nell’informativa trasmessa dai militari, oltre al danneggiamento aggravato, compare anche l’ipotesi di furto.
È da qui che la vicenda del raid all’Itis “Majorana” di Cassino cambia dimensione. Perché quando si arriva a quindicimila euro di danni, quando si entra di notte in una scuola e si distruggono beni destinati agli studenti, la parola “bravata” comincia inevitabilmente a stare stretta. Non per anticipare il giudizio della magistratura e nemmeno per trasformare sei minorenni in un caso esemplare. Ma perché il fatto, nella sua concretezza, pone una domanda che va oltre il procedimento giudiziario.
Una domanda che scardina gli stereotipi

Che cosa porta sei ragazzi a fare una cosa del genere? La domanda diventa ancora più difficile osservando il contesto dal quale provengono. Sono ragazzi della cosiddetta “Cassino bene“, appartenenti a famiglie conosciute e socialmente inserite. Tre di loro hanno genitori impegnati nella politica, con ruoli e responsabilità differenti sia nel presente che nel recente passato. Gli altri provengono comunque da famiglie economicamente solide.
Ed è proprio questo elemento a rendere la vicenda interessante anche sul piano sociale e istituzionale. Perché obbliga a superare uno degli stereotipi più resistenti quando si parla di violenza giovanile: quello secondo cui la devianza sarebbe inevitabilmente figlia del disagio economico, della marginalità, della periferia, di famiglie problematiche. Non è così. La violenza giovanile non ha più un ceto sociale. Non ha un colore. Non ha necessariamente un quartiere di appartenenza. Può nascere dove ci sono difficoltà economiche e dove invece, apparentemente, non manca nulla. Può manifestarsi in contesti familiari fragili, ma anche dentro famiglie solide e conosciute. E proprio per questo diventa più difficile da leggere.

Il problema, allora, non è stabilire se quei ragazzi avessero oppure no una condizione familiare favorevole. Il problema è capire perché, nonostante quella condizione, sia venuta meno — almeno in quella notte — la percezione del limite. Perché quindicimila euro di danni non sono soltanto una cifra. Sono la misura economica di qualcosa che va oltre il valore delle finestre, delle televisioni o delle opere murarie. Sono il conto di un gesto che ha colpito un luogo pubblico, un luogo nel quale altri ragazzi ogni giorno studiano e costruiscono il proprio futuro.
Cosa viene prima della sanzione
Ed è qui che la cronaca entra inevitabilmente nel terreno della politica e delle istituzioni. La Giustizia farà il proprio lavoro. La Procura Minorile dovrà valutare gli elementi raccolti dai carabinieri e decidere quali saranno i successivi passaggi. Il quadro normativo, dopo il cosiddetto decreto Caivano, ha inoltre rafforzato gli strumenti di intervento nei confronti della criminalità minorile.

Ma la risposta dello Stato non può esaurirsi nella sanzione. Perché la sanzione arriva dopo. La politica, invece, dovrebbe interrogarsi su ciò che viene prima. Su quanto una comunità riesca a intercettare il disagio dei propri ragazzi. Sulla presenza degli adulti. Sul rapporto tra scuola e famiglie. Sugli spazi di aggregazione. Sullo sport. Sulla cultura. Sull’educazione civica. Sulla capacità delle istituzioni di parlare agli adolescenti prima che siano le forze dell’ordine a dover intervenire.
È una questione che non può essere scaricata soltanto sulla scuola e nemmeno soltanto sulle famiglie. Una famiglia può offrire benessere economico, istruzione, opportunità e presenza e non riuscire comunque a conoscere fino in fondo tutto ciò che attraversa la vita di un adolescente. Perché oggi la formazione dei ragazzi avviene anche attraverso il gruppo dei pari, i social, le dinamiche digitali, modelli culturali nei quali la provocazione, la trasgressione e la ricerca del consenso possono assumere un peso enorme.
Non significa che i social siano la causa di tutto. Sarebbe una scorciatoia altrettanto semplicistica. Significa che il mondo nel quale crescono gli adolescenti è profondamente cambiato e che gli adulti non sempre sono riusciti a cambiare con la stessa velocità.
Il ruolo della politica, senza processi sommari
C’è poi un altro elemento sul quale sarebbe bene non scivolare. Il fatto che tre dei ragazzi abbiano genitori impegnati in politica non deve diventare un processo alle famiglie né, tantomeno, una responsabilità trasferita dai figli ai genitori. Le responsabilità sono personali e saranno eventualmente accertate nelle sedi competenti.

Ma quella circostanza può diventare un’occasione per una riflessione più ampia proprio sul ruolo della politica. Chi amministra una città, chi ricopre un incarico pubblico, chi partecipa alla vita delle istituzioni ha anche la responsabilità di interrogarsi sulla qualità della comunità nella quale vive. E una comunità si misura anche dalla capacità di prendersi cura dei propri adolescenti. Non soltanto quando compiono un reato. Prima.
Il raid del “Majorana”, da questo punto di vista, non dovrebbe diventare l’ennesima occasione per dividersi tra garantisti e forcaioli, tra chi invoca pene più severe e chi tende a derubricare tutto a una bravata. Sono due risposte entrambe insufficienti. Dire che sono ragazzi non può significare minimizzare. Dire che hanno commesso un fatto grave non può significare rinunciare all’idea che possano essere recuperati a una piena consapevolezza delle proprie responsabilità.
Il senso del limite, la parte più difficile

Il sistema minorile, del resto, nasce proprio da questa consapevolezza: un minorenne che sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, ma deve anche avere la possibilità di comprendere ciò che ha fatto. E di ricostruire il proprio percorso.
La vera sfida è tutta qui. Perché fermare sei ragazzi, identificarli e trasmettere un’informativa alla Procura è il compito delle istituzioni preposte. Ma capire perché sei ragazzi abbiano sentito di poter entrare in una scuola nel cuore della notte e distruggerla è un compito che appartiene a tutta la comunità. E forse è proprio questa la parte più difficile. Perché quindicimila euro possono essere quantificati. Un muro si può ricostruire. Una televisione si può ricomprare. Molto più complicato invece è ricostruire il senso del limite quando quel limite, per qualcuno, ha smesso di essere percepito.
Ed è su questo che dovremmo interrogarci. Non per cercare un colpevole sociale. Ma per capire se, accanto alla risposta della giustizia, siamo ancora capaci di costruire una risposta educativa. Perché la violenza non guarda il reddito, non guarda il cognome, non guarda il quartiere e non guarda il colore. E proprio per questo non può essere combattuta soltanto quando ha già fatto quindicimila euro di danni.



