Il Governo sbandiera ai 4 venti di voler difendere il made in Italy e poi a Palazzo Chigi i colossi della finanza trattano le acquisizioni degli asset più forti. Emblematico l'esempio di Sace
In genere quando i webeti da tastiera citano i “poteri forti” che si celano dietro ogni decisione mondiale lo fanno apoditticamente. Presi da una sensazione che li pervade o da qualche nota letta sulla stampa o qualche post sui social. A sensazione li incaricano di ogni malefatta che succede nel mondo ammantando il tutto da un alone di mistero. Il contrario fanno coloro che nei poteri forti invece credono quasi come entità salvifiche che poste al governo dell’economia globale possano espandere i loro effetti benefici quasi in modo taumaturgico in tutto il mondo. Volevo scrivere il globo terraqueo ma dopo che l’ha usata la Meloni l’espressione non ha portato bene.
I tre colossi della finanza con le mani sul Mondo

Ecco questa settimana più delle altre avremo l’occasione di spiegare molto semplicemente chi sono i poteri forti e come agiscono. Ed il paradigma ce lo dà proprio l’agenda settimanale del nostro Presidente del Consiglio.
Prima di tutto una guida semplicissima: al mondo esistono tre gigantesche società di gestione del risparmio che rispondono al nome di Blackrock, Vanguard e State Street. Non le vedete da nessuna parte, non fanno pubblicità, non conoscete i nomi di chi le guida. I loro amministratori non appaiono nella lista degli uomini più ricchi al mondo, mai. Eppure esercitano un potere enormemente superiore a chi si fregia di ricchezze personali cospicue.
Ma queste tre società oltre ad essere partecipate tra di loro con quote incrociate sono direttamente ed indirettamente proprietarie di aziende che producono praticamente tutta la gamma di beni che incontrate nella vostra vita quotidiana. Industrie, auto, energia, tecnologia, agricoltura, alimenti, assicurazioni banche e via una lista infinita di partecipazioni praticamente in ogni settore dell’economia. Si stima che queste società movimentino ogni anno capitali per 50mila miliardi di dollari. “Non so se mi sono capito” diceva Frassica.
Giorgia canta “La mia banda suona il… Blackrock”

Il più grande in assoluto di questi colossi è lo statunitense Blackrock che gestisce 10mila miliardi di dollari, praticamente il Pil di Germania e Giappone messi insieme. Solo per farvi capire i termini di riferimento. A guidarlo c’è il finanziere Larry Fink, patrimonio personale di 1,2 miliardi di dollari, che martedì è stato ricevuto a palazzo Chigi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Eppure a voi il nome Larry Fink non dice nulla non lo vedete sui rotocalchi nè sui social come i vari Musk, Arnault, Zuckerberg, Bezos, Gates. Certamente ricchissimi ma spero non vi sorprenderà se vi dico che le società che ho citato possiedono grandi pacchetti azionari proprio nelle aziende più ricche e famose, a volte ne detengono facilmente anche il controllo.
A Palazzo Chigi anche Microsoft

Restando in tema viene facile un esempio fresco fresco. Dopo Larry Fink l’amministratore delegato del fondo BlackRock, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è incontrata a Palazzo Chigi con il presidente di Microsoft, Brad Smith, per discutere dell’investimento della compagnia tecnologica statunitense, tra le altre cose. Microsoft, infatti, ha deciso di investire 4,3 miliardi di euro in due anni nella costruzione di centri dati e nel potenziamento delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale e il cloud computing nel nord Italia.
Si tratta del più grande investimento della società del nostro Paese. Economicamente un ottima notizia direi. Ma per proseguire nell’esempio chi possiede Microsoft? Certamente Bill Gates e Paul Allen i due fondatori ma scorrendo la lista trovi che il più grande azionista al 9% è proprio Black Rock che insieme a Vanguard e State Street hanno una partecipazione che supera il 20%. E chi sa di borsa e di azioni sa che è una partecipazione in grado di influenzare in modo determinante il controllo.
E non credo neanche sia un caso se l’incontro con l’ad di Microsoft si sia svolto subito dopo quello con Black Rock. È un segnale di operatività.
Meloni-Fink, un summit ad ampio raggio

Ma torniamo a questo Fink di BlackRock. Parliamo di un incontro importantissimo ma quanti di voi lo hanno letto sui giornali, in pochi. Anche da palazzo Chigi parte una nota striminzita e criptica che recita così: “Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto oggi a Palazzo Chigi il Presidente e Amministratore Delegato del fondo d’investimento statunitense BlackRock, Larry Fink. Il colloquio fa seguito alla partecipazione dell’AD Fink all’evento tenutosi lo scorso giugno nel corso del Vertice G7 di Borgo Egnazia sulla Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII) co-presieduto dal Presidente del Consiglio Meloni e dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden”.
“Nel corso del colloquio, i due interlocutori hanno avuto un approfondito scambio di vedute su possibili investimenti del Fondo USA in Italia nell’ambito dello sviluppo di ‘data center’ e delle correlate infrastrutture energetiche di supporto – continua la nota – Il Presidente del Consiglio ha, inoltre, condiviso con l’AD Fink le opportunità di investimento nel campo delle infrastrutture nazionali di trasporto e in altri settori di natura strategica. È stato concordato come immediato seguito operativo la costituzione di un ristretto gruppo di lavoro, coordinato da Palazzo Chigi, dedicato all’attuazione dei progetti da sviluppare in collaborazione.”
Bellissimo così generico da ricordare quelle veline dell’epoca del pentapartito con le convergenze parallele.
I veri obiettivi della società statunitense

Ma di cosa si è discusso veramente? Nel corso del colloquio si è discusso dei possibili investimenti in Italia nell’ambito dello sviluppo di “data center” e delle correlate infrastrutture energetiche di supporto. Erano presenti anche il capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e l’amministratore delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante.
Meloni ha prospettato a Fink opportunità di investimento nel campo delle infrastrutture nazionali di trasporto (leggi Autostrade, oggi al 51% di Cassa depositi e prestiti, e Ferrovie dello Stato, a controllo pubblico) e in altri settori di natura strategica.
È stato concordato come immediato seguito operativo la costituzione di un ristretto gruppo di lavoro, coordinato da palazzo Chigi, dedicato all’attuazione dei progetti da sviluppare in collaborazione. Tra questi pure un coinvolgimento della società statunitense nei progetti di ricostruzione in Ucraina di competenza italiana. Ricostruzione in Ucraina capite, mentre impazza la guerra.

Prima di vedere Meloni, Fink ha avuto un incontro con l’amministratore dei Enel (controllata al 23,6% dallo Stato e di cui Blackrock già possiede il 5%) Flavio Cattaneo con cui si è discusso pare di data center. Attraverso varie entità, Blackrock è azionista pure di Snam (5%), di Terna (5%), di Saipem (0,6%), di Prysmian (5%), di Stm (0,6%), di Tenaris (1,8%) e di Italgas (3,7%).
In fatto di infrastrutture, strategiche o quasi, è bene ricordare che un altro grosso attore statunitense, il fondo Kkr ha comprato la rete fissa di Telecom Italia per 22 miliardi di euro e dell’incontro con Elon Musk con le sue implicazioni abbiamo parlato diffusamente la scorsa settimana.
Assalto alla diligenza

Blackrock è anche il primo azionista di Unicredit (7%) ed è il terzo di Commerzbank (7,3%). Blackrock può quindi giocare un ruolo importante nell’ipotetica acquisizione o fusione delle due banche. Operazione data per imminente. Pur precisando di non voler commentare nello specifico la situazione delle due banche Fink ha affermato che “L’Europa ha bisogno di rafforzare il sistema del mercato dei capitali e ha bisogno di un sistema bancario più unito”. La società Usa possiede anche il 5% di Intesa Sanpaolo.
Come avrete capito ormai chiaramente Black Rock è tra i primi azionisti di gran parte delle grandi aziende occidentali, Italia inclusa. L’ultima operazione è l’ingresso con una quota del 3% in Leonardo, principale gruppo italiano dell’aerospazio e degli armamenti. Del resto Blackrock è tra i primi azionisti di tutti i big dell’industria bellica, da Lockheed Martin a Raytheon Technologies e Northrop Grumman. Così adesso sapete pure dove vanno i miliardi che l’Italia e l’Europa destinano nella corsa agli armamenti.
Insomma basta numeri altrimenti diventa noioso ma spero serva a far capire la vera forza degli attori in campo. Quelli che noi chiamiamo poteri forti senza qualificarli mai precisamente ma che in realtà sono talmente forti da partecipare agli incontri con i capi di stato da protagonisti non da questuanti. Ricevuti in pompa magna e ringraziati per la loro attenzione. E l’attenzione di questi non è mai casuale credetemi. Per cui è chiaro che preluda ad acquisizioni importanti e sostanziose nel panorama economico italiano.
La strana strategia: cedere gli asset forti

E su questo va valutato un ragionamento. Le società italiane che fanno gola agli investitori sono quelle che vanno meglio, quelle che realizzano i maggiori profitti. Molte di queste sono quelle dei famosi extra profitti che tornano in ballo ad ogni finanziaria compreso quella imminente. Perché i loro guadagni sono stati esponenzialmente aumentati dai mutamenti degli scenari internazionali.
Allora il modesto ragionamento che propongo è questo: che interesse ha uno Stato a privarsi dei propri gioielli economici cioè di quelle aziende che realizzano guadagni invece di perdere? Quale senso ha la strategia per uno Stato efficiente di liquidare gli asset positivi e mantenere in carico quelli in perdita?
Eppure ancora discutiamo imprecando delle famose privatizzazioni di Prodi che smembrarono il tessuto produttivo italiano cedendole a prezzi di realizzo a chi conveniva. Realizzando la famosa profezia di Craxi che diceva: “Ridurranno in miseria l’Italia, la venderanno per poi umiliarla”. Non ci è andato molto lontano direi. Se poi a questo quadro aggiungiamo la fine ingloriosa della Fiat oggi Stellantis a governance francesissima. O altri pezzi pregiati come Magneti Marelli andati oltralpe. Ma soprattutto la svendita all’estero della compagnia di bandiera una volta Alitalia.
Incoerenza politica ed il rischio del cerino in mano

Ed allora il dubbio che viene è uno solo. Questa tanto sbandierata definizione di sovranismo. Inculcata addirittura nei nomi dei ministeri e sbandierata ai quattro venti come un mantra è poi veramente un obiettivo di governo? È parte delle scelte strategiche che guidano decisioni così importanti? Soprattutto è sovranista cedere una ad una tutte le aziende più importanti dello Stato non ad industrie o investitori italiani, che praticamente non esistono più, ma a colossi stranieri? Col rischio che venduti i propri pezzi pregiati lo Stato italiano rimanga come quelle che definiscono oggi “bad company” cioè quelle società spacciate che vengono tenute in vita solo perché piene di debiti e destinate al fallimento.
Si comprende perfettamente che di fronte a tali colossi un presidente del consiglio si senta investito dell’obbligo di tenere buoni rapporti. Tutti comprendiamo pure che nell’epoca di un mondo globale se non competi in modo globale e moderno rischi l’estinzione. Ma il nodo è proprio questo noi ci muoviamo in questa direzione per competere o stiamo facendo la fine di quelli che stanno per essere comprati ma sono convinti di essere loro a guidare l’operazione? Eppure l’esempio Fiat è davanti agli occhi di tutti. Il titolone era Fiat compra Chrysler e poi Fiat compra il gruppo Peugeot. Come è finita: che siamo rimasti con una mano davanti ed una didietro con l’automotive italiano smontato pezzo a pezzo e portato altrove.
Il caso-Sace e gli autogol di Giorgetti

Ah dimenticavo l’offerta più recente. Secondo quanto riportato da Bloomberg, che cita fonti vicine al dossier, la più grande società di gestione al mondo, sempre la Black rock, sarebbe in trattative con Sace, gruppo assicurativo-finanziario controllato dal Mef, per gestire fino a 3 miliardi di euro di asset per il sostegno alle imprese italiane. Sace è una delle casse fondamentali del Ministero dell’Economia. Secondo l’ultimo bilancio, a dicembre 2023 le garanzie Sace in essere ammontavano a 56 miliardi di euro. Dal canto suo Sace ha detto all’agenzia di stampa americana che è al lavoro per esplorare diversi partner che possano gestire la sua liquidità. La controllata del Mef, va ricordato, ha assunto un ruolo sempre più centrale nell’economia nazionale dopo che le varie crisi, pandemica prima ed energetico-inflattiva poi, hanno messo in difficoltà il tessuto produttivo italiano.

Ed ecco l’esempio più lampante Sace ha grossa liquidità? La immettiamo nel sistema italiano per favorire la crescita? No la diamo intanto da gestire ad un fondo americano. È questo quello che io definisco volgarmente il sovranismo de noantri. Dire di comprare ma in realtà stiamo svendendo.
Sarà veramente colpa dei poteri forti? O forse è invece solo colpa dei poteri deboli, quelli della politica, non solo italiana, che non sono più i veri centri di decisione. E dopo aver finito il giro di questi incontri miliardari il prode ministro Giorgetti che fa? Va in conferenza stampa a parlare della finanziaria e annuncia lacrime e sangue. Annuncia nuove tasse mandando in subbuglio i mercati dicendo che saranno necessarie. Poi fa un’altra conferenza dove annuncia che il governo venderà un’altra tranche di Monte dei paschi di Siena entro fine anno. Volete scommettere con me chi sarà a comprare queste nuove quote? Si lo so mi piace vincere facile.
Se questo lo vogliamo definire sovranismo allora io ho le idee confuse, molto confuse. Ma almeno da oggi se vi chiedono chi sono i poteri forti mi piace pensare che ho contribuito con questo mio modesto articolo a farlo comprendere meglio di prima. Sovranevolmente.



