La campagna elettorale che è già cominciata ed il bisogno del segretario leghista di creare un caso internazionale
Il mese canonico del vino novello francese, il beaujolais, è novembre. Cioè il mese ideale per degustare questo nettare di pronta beva che simboleggia la convivialità. E novembre sarà anche il mese, canonico ma “per colpa” del Covid che aveva sfasato il calendario elettorale, del voto regionale (anche) in Veneto. Di una regione cioè che è tuttora spersa tra gli appetiti di carisma atavico della Lega di Matteo Salvini, quelli di neo carisma di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ed una terza via che non vive di vita propria, ma che sarà determinante.
Quale? Quella della direzione che prenderà lo sconfinato patrimonio elettorale di Luca Zaia, governatore leghista stellato uscente che però è un governista autonomo, e che da tempo non è più irregimentabile tra gli uomini del segretario e vicepremier.
Cosa c’entra Macron con il voto italiano

Mettiamo tutto a crasi, aggiungiamoci quel pizzico di pimento che deriva dal tipico lessico sovranista del Carroccio salviniano e arriviamo a… Emmanuel Macron.
Al di là della nota verve sloganistica che da sempre contraddistingue Salvini ed il suo universo social, perché il ministro e numero due di Giorgia Meloni ha voluto apostrofare Monsieur le President con i toni con cui ci si approccerebbe ad un laqualunque da strada? In realtà è questione di sfumature, a contare che il lessico leghista questo è e questo resta, anche al netto di alcuni conati di minor arrembanza.

Mario Abbruzzese ad esempio non è il classico leghista che si affida a slogan faciloni e molossi, però stavolta sembra che il “furor” sovranista abbia preso casa anche nel suo cuore di post democristiano cauto. In ordine allo sgombero del Leoncavallo ad esempio, il responsabile organizzativo regionale della Lega ci era andato giù netto. Così: “Milano, al via lo sfratto dello storico centro sociale Leoncavallo: lo sgombero dopo 31 anni di occupazione abusiva, illegalità e violenze. Lo spazio ora torna ai cittadini! La Lega tutelerà sempre la sicurezza degli italiani!“.
Cosa sta succedendo dunque se il segretario nazionale attacca Emmanuel Macron e se uno degli uomini chiave del Lazio ti sciorina concetti questurini?
Start alla campagna elettorale
Semplice: siamo già in campagna elettorale e l’ordine di scuderia è lanciare agli elettori un messaggio di intransigenza assoluta verso tutto ciò che potrebbe negare “valori” del Carroccio. Valori come il no visegradiano al bellicismo preventivo della Ue dei “Volenterosi”, di cui Macron è figura apicale, oppure valori come la sicurezza borghese a cui fanno da antitesi i centri sociali.

E il core di questa operazione, che nel caso di Salvini non è stata immune da effetti diplomatici e politici seri, è proprio il Veneto. Cioè quella regione in cui, se ed ove Salvini perdesse consensi (e se Zaia decidesse di spacchettare i suoi voti), potrebbe schiudersi alla nuova leadership made in Via della Scrofa. Non è un caso infatti che, dopo l’episodio in cui il Capitano spiegava che Macron si sarebbe dovuto “attaccare al tram” in ordine alla prospettiva di perorare un aiuto militare sul campo a Kiev, Palazzo Chigi abbia taciuto.
Giorgia Meloni oggi ha in Salvini la sua solita figura bicipite: alleato forzoso “per colpa” del Rosatellum ed avversario naturale per leadership sovranista. Perciò stavolta ha preferito che il suo vicepremier si cuocesse nel suo brodo e che la convocazione dell’ambasciatrice italiana in Francia diventasse grana sua e sua soltanto.
Il liscione di Matteo
Ed a confermarlo è stato lo stesso Salvini che, resosi conto di aver magari esagerato, in queste ore sta pecettando la sua sparata. “No, non ho sentito Meloni – ha spiegato ad Adn Kronos – siamo impegnati totalmente a a livello interno e esterno per l’interesse degli italiani”.

Poi il liscione per mascherare quello che davvero pensa: “Lei lo fa in maniera egregia. Quando parla di spiragli di pace è frutto anche del suo lavoro. E’ un governo equilibrato, come anche quello di Macron, ma non può dire siamo in guerra. L’impegno mio, di Giorgia e di tutta la coalizione è perché sia l’anno del ritorno alla pace”.
E su quella frase all’indirizzo del capo dell’Eliseo? “Ho letto che hanno chiamato l’ambasciatore per lamentarsi”. “A un giornalista che tre giorni fa mi ha chiesto ‘Macron parla ancora di invio di soldati europei a combattere in Ucraina, cosa ne pensa?’, io ho risposto in milanese ma cordiale, non era un insulto. Macron è un po’ permaloso. Attaccati al tram non è un insulto“. Tuttavia e di certo non è lessico protocollare da rappresentanti delle istituzioni, secondi in comando alla Presidenza del Consiglio.

La chiosa è stata tutto un programma, programma elettorale per racimolare qualche voto di partite Iva concretiste che in quest’Italia con l’industria ferma da 25 mesi hanno ben altro a cui pensare. “Puoi mandare gli altri a morire per guerre non nostre, noi dovremmo lavorare tutti per la pace. Ho solo detto questo: sono contrario a mandare i nostri figli a combattere in Ucraina”.
“Non l’ho insultato, ma ho solo detto: siccome sono mesi che ribadisce la guerra, l’ombrello nucleare, i missili, l’esercito europeo, se hai così voglia di partire vai tu“.
Perché l’autunno arriva e, con esso, non solo la stagione dei vinelli spensierati, anche quella dei cimenti pensierosi. Cimenti d’urna dopo i quali qualcuno potrebbe davvero attaccarsi al tram…



