La Regione Lazio firma con i sindacati un accordo da 200 milioni per ridurre l’Irpef sui redditi medio-bassi, sostenere la “fascia grigia” e rafforzare welfare e lavoro senza rompere gli equilibri di bilancio.
Non una manovra rivoluzionaria, non una bandiera ideologica: un tentativo ragionato di rimettere ordine in un rapporto logoro, quello tra fisco, redditi medi e fiducia dei cittadini del Lazio. È questo, l’accordo da 200 milioni di euro siglato tra la Regione Lazio e i sindacati confederali per abbattere le tasse a carico dei cittadini più deboli.
Duecento milioni per far respirare i portafogli dei cittadini con redditi fino a 28mila euro: ma anche quelli fino a 30mila avranno sorprese.
La fascia grigia
Il cuore dell’intesa sta in una parola che per anni è rimasta ai margini del dibattito: la “fascia grigia”. Non i poveri in senso stretto, non i benestanti, ma quel ceto medio che lavora, paga e spesso non chiede, salvo poi scoprire di essere il contribuente ideale, sempre pronto a colmare i buchi del bilancio.
La decisione di azzerare l’addizionale Irpef (cioè l’imposta del 1,6% che si paga con la Dichiarazione dei Redditi e va direttamente alla Regione) fino ai 28mila euro e di introdurre una detrazione secca per chi guadagna poco di più (fino a 30mila) è un segnale politico prima ancora che contabile. È il riconoscimento, tardivo ma esplicito, che la tenuta sociale passa da lì.
Non è un dettaglio neppure l’orizzonte temporale. Dal 2027 la Regione si impegna a destinare fino al 30% delle maggiori entrate a un fondo per la riduzione della pressione fiscale, senza toccare i redditi fino a 35mila euro. È una clausola che vale come una dichiarazione di metodo: non si promettono miracoli ma si vincola il futuro a una scelta redistributiva.
Quelli che stanno in prima linea
C’è poi il capitolo, tutt’altro che simbolico, dedicato a chi lavora in trincea. Il personale dei Pronto soccorso riceverà un sostegno al reddito equivalente all’addizionale Irpef dovuta. Cioè: non posso esentarti dall’Imposta ma te la restituisco qualche riga più sotto nel 730. Non risolve il problema strutturale della Sanità ma riconosce che l’emergenza non è solo un concetto organizzativo: è fatta di turni, stress e buste paga che non tengono il passo con la responsabilità.
Sul fronte delle imprese, la Regione prova a giocare una partita meno difensiva. L’esenzione Irap per le attività nei comuni montani e per il terzo settore, la riduzione per le cooperative sociali e il bonus per chi trasferisce la sede nel Lazio raccontano un’idea precisa: attrarre senza competere al ribasso, sostenere senza assistenzialismo. È una scommessa, certo. Ma è anche un tentativo di usare la leva fiscale come incentivo selettivo, non come manganello o elemosina.
Il capitolo sociale chiude il cerchio. I fondi per l’affitto e l’innalzamento della soglia Isee per le Rsa parlano a un’Italia che invecchia e a famiglie che spesso si scoprono sole proprio quando il bisogno diventa più oneroso. Qui il bilancio incontra la demografia, e lo fa senza proclami.
Righini, responsabilità ed equilibri
Le dichiarazioni che accompagnano l’accordo sono, com’è naturale, concilianti. L’assessore Giancarlo Righini parla di responsabilità e di equilibri, il presidente Francesco Rocca rivendica l’attenzione al ceto medio, i sindacati sottolineano l’impatto concreto su milioni di contribuenti. Tutto vero. Ma il punto politico sta altrove: nella scelta di sedersi al tavolo prima che la frattura sociale diventi irreparabile.
Non siamo davanti a una svolta epocale. Siamo, piuttosto, davanti ad una politica regionale che prova a fare meno rumore e più conti. E in tempi di slogan facili e promesse a debito, può essere considerato un atto di coraggio.



