Isola del Liri, il Te Deum di don Alfredo diventa una denuncia sociale

Il parroco di San Lorenzo nel Te Deum rivela numeri impietosi. Ha sottolineato la crisi di Isola del Liri che perde abitanti (16 nascite e 55 decessi nel 2025 nella parrocchia centrale). La conseguenza è un'economia locale andata in forte sofferenza

Gianpiero Pizzuti

Pronti, pazienza e via

È una delle cittadine più belle del Lazio eppure Isola del Liri ha sempre meno abitanti. Le attività non aprono, chiudono. La tanto decantata movida scricchiola: i locali che l’hanno alimentata sino ad ieri, oggi battono cassa: in cinque (tra bar e mescita) hanno abbassato le serrande il 31 dicembre 2025.

Negli ultimi venti anni si sono persi 4mila isolani: dai quasi 13 mila residenti nel 2005 sono scesi a 9mila di questi giorni. Reintegrati con gli stranieri che ogni lustro sono aumentati in media di 500 unità. Non traggano in inganno i 470 stranieri censiti nell’anno 2023: dall’anno 2000 quelli arrivati ad Isola del Liri che sono diventati residenti sono quasi 1500.

La somma è facile: 10mila e 500, decina in più decina in meno. Dagli uffici competenti parlano di calo fisiologico in linea con il trend nazionale, soprattutto per le nascite.

Un Te Deum… sociale

Don Alfredo Di Stefano

Orfano della collegiata di San Lorenzo perché chiusa al pubblico dall’8 settembre 2025 per un cedimento strutturale nella navata centrale, dal pulpito del Teatro Stabile e da Sant’Antonio, don Alfredo Di Stefano ha snocciolato i numeri impietosi di una città che si svuota. Dati che, letti in sequenza, non sono soltanto statistiche parrocchiali ma una radiografia sociale. Numeri che raccontano una comunità che lentamente si assottiglia, invecchia, si contrae.

”Siamo sempre meno – le parole della sua omelia del Te Deum – Nell’anno 2025 Abbiamo celebrato 16 battesimi, 34 prime comunioni, 19 cresime, 6 matrimoni, 55 funerali”. I dati ed i numeri sono relativi alla sola Parrocchia di San Lorenzo, nel cuore del paese. Il saldo è impietoso e non ha bisogno di commenti enfatici: più addii che inizi, più chiusure che aperture. È il segno di una città che fatica a rinnovarsi, prima ancora che a crescere.

La Collegiata di San Lorenzo prima dei lavori

La crisi demografica si intreccia con quella simbolica. Anche i luoghi che dovrebbero essere punti fermi mostrano crepe, materiali e immateriali. “Dall’8 settembre la Chiesa di S. Lorenzo è stata chiusa per lavori di consolidamento e di restauro, a causa del cedimento delle volte sotterranee e dei problemi alle pareti laterali. Conclusa una parete e in fieri un’altra si attende per i lavori interni”. La chiesa madre sbarrata diventa, suo malgrado, la metafora più potente di una comunità che perde spazi di incontro e riferimenti quotidiani.

Il cuore nuovo

(Foto: © DepositPhotos.com)

Eppure, in questo scenario, la speranza non scompare. Affiora nei momenti in cui la vita resiste e sorprende. Abbiamo gioito per la notizia, oggi ufficiale nelle tv, del trapianto del cuore di due bambini presso l’Ospedale Bambin Gesù ha continuato Don AlfredoUno è il nostro Francesco Rea di Capitino, di 6 anni, in attesa da alcuni anni, operato il 18 dicembre, oggi uscito dalla rianimazione e ho sentito la sua voce per telefono. Ancora dovrà stare in ospedale, assistito dai genitori che si alternano nella presenza. Sì, non sappiamo come sarà il 2026″. La gioia per Francesco non cancella le ombre, ma le attraversa. È la prova che anche negli anni più difficili convivono dolore e gratitudine, paura e fiducia.

Don Alfredo non separa mai il piano spirituale da quello umano. Li tiene insieme, come dovrebbe fare una comunità adulta. “Bello e difficile. Bello perché da cristiani con il cammino giubilare abbiamo “gustato” il dono della misericordia di Dio – ha sottolineato il parroco – Difficile perché da creature umane abbiamo provato, ancora una volta, il male e la sete di potere, la malvagità del cuore, l’incapacità di dialogo e di rispetto che spesso si traduce in fragore di armi, morte, pianto e distruzione…”.

Il suo non è un discorso consolatorio ma realistico. Non assolve, non accusa: chiama ciascuno a guardare in faccia le proprie responsabilità.

Don Alfredo ed un anno dai due volti

don Alfredo Di Stefano

La crisi demografica si intreccia con quella simbolica. Anche i luoghi che dovrebbero essere punti fermi mostrano crepe, materiali e immateriali. Qui il discorso si fa più duro e più politico, nel senso alto del termine. È stato un anno difficile difficile perché la voragine che si è aperta nel pavimento della nostra chiesa parrocchiale è emblema visibile della nostra fragilità umana, del vuoto di tanti cuori e del crollo di tanti valori, vere “arcate” capaci di sorreggere il peso di una vita… Sta a noi ricostruire!”, ha continuato don Alfredo.

Non è solo una crepa strutturale. È il segno di valori che cedono, di relazioni che non reggono più il peso del tempo, di una comunità che rischia di abituarsi al declino.

“Sarà difficile? Certo. Ma sarà anche bello farlo insieme, ognuno per la sua parte – ha chiosato don AlfredoSinodo e Giubileo sono state le due coordinate del cammino annuale, con il Quarto Anno sinodale giunto alla sua “fase profetica”, che è quella decisionale ed il Giubileo, che ha visto aprire le Porte Sante delle Basiliche ed i nostri cuori alla misericordia e alla speranza”.

La pace tema centrale

Papa Leone (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

Il discorso si allarga, esce dai confini di Isola del Liri, ma senza perderla di vista. “Papa Leone nel messaggio per la 59ma giornata mondiale della pace sul tema “La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante” ha effettuato una vigorosa denuncia contro la corsa al riarmo in atto nel mondo. Carissimi, dovremmo, tornare a pregare per essere capaci di compiere il bene”.

La pace, qui, non è un tema lontano: è la stessa logica che vale nei rapporti quotidiani, nelle città che si svuotano, nei giovani che se ne vanno perché non trovano spazio.

“La grazia del Giubileo tocchi i loro cuori e li muova a compiere passi concreti per la giustizia e l’attenzione agli ultimi. Per i popoli in guerra imploriamo il dono della vera pace, quella che contempliamo sul volto di Gesù, figlio di Maria e Principe della pace”.

Bella ma spoglia

Isola del Liri resta una città bellissima. Ma la bellezza, da sola, non trattiene le persone. Non basta l’acqua delle cascate, non basta il centro storico, non basta il ricordo di una movida che oggi scricchiola.

I numeri letti dal pulpito non sono un atto di accusa ma una richiesta di attenzione. Dicono che il tempo delle narrazioni autoassolutorie è finito. Che servono scelte, visione, coraggio. Perché una città non muore all’improvviso: si spegne lentamente, quando ci si abitua a perdere pezzi senza più farsene carico.

E ricostruire, come ha detto don Alfredo, sarà difficile. Ma sarà soprattutto una prova collettiva. Non di fede soltanto. Di responsabilità.