Italia–Usa, dazi e diplomazia: Meloni rompe riaccende il motore Ue

Dopo ore di silenzio e polemiche, Giorgia Meloni chiarisce il sostegno dell’Italia alla linea negoziale della Commissione Ue sui dazi minacciati da Trump: niente escalation, serve un accordo “equo e di buon senso”. Tajani in prima linea tra Milano e Washington, mentre nella maggioranza emergono divergenze interne

Domenica sera, quando la voce della presidente del Consiglio torna a farsi sentire, è ormai chiaro che il fine settimana più teso dell’estate politica italiana non si consumerà in silenzio. Giorgia Meloni affida ad una nota le sue parole, calibrate e dense: l’Europa — dice — “ha la forza economica e finanziaria per far valere le proprie ragioni”. Un’affermazione che non lascia spazio a interpretazioni. L’Italia c’è. E farà la sua parte, “come sempre”.

Un messaggio che arriva dopo 48 ore di fuoco incrociato da parte delle opposizioni. Quelle stesse opposizioni che, davanti alla lettera inviata da Donald Trump con la minaccia di dazi al 30%, avevano immediatamente evocato l’assenza della premier. “In modalità aereo”, per dirla con Elly Schlein. “Chi l’ha visto?”, per dirla con Giuseppe Conte.

Il doppio fronte di Meloni e Tajani

Ma l’Italia, in realtà, non era affatto in modalità silenzio. Palazzo Chigi — come confermano anche fonti europee — è rimasto in contatto costante con la Commissione Ue e con gli altri attori della trattativa. E quella che sembrava assenza era, nella versione governativa, diplomazia a fari spenti.

La giornata si consuma lungo un doppio asse. Il primo è quello istituzionale, che parte da Bruxelles e arriva a Roma: la Commissione Ue, con Ursula von der Leyen, ha scelto di tenere il bazooka nello zaino. Niente controdazi, niente escalation verbale. Nessun Whatever It Takes con il quale mettere all’angolo un’America che economicamente balla su un filo sospeso nel vuoto. Nessuna reazione: almeno per ora. Si cerca, piuttosto, una soluzione negoziale, con Meloni che rafforza questa linea: evitare “una guerra commerciale interna all’Occidente”, che ci renderebbe tutti più vulnerabili.

Il secondo asse passa da Milano, dove Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepremier, ha in agenda (almeno sulla carta) un incontro con Marina Berlusconi. Una riunione riservata, pianificata da tempo, che oggi — vista la tempistica — ha più valore simbolico che operativo. Poi il capo della diplomazia volerà negli Stati Uniti, dove incontrerà il segretario di Stato Marco Rubio: sul tavolo, ancora una volta, il dossier dazi.

Il peso delle parole e il gioco dei ruoli

Antonio Tajani

Nel frattempo, dentro la maggioranza si disegna un fragile equilibrio di sfumature. Tajani è il più attivo sulla scena internazionale: dialoga con Bruxelles, media con Washington e incassa — va detto — un certo rispetto da parte dei suoi interlocutori europei. La sua posizione è chiara: trattare “a testa alta”, senza cedere alla tentazione della retorica muscolare.

Adolfo Urso, ministro delle Imprese, sottolinea che “non è il momento delle ritorsioni”, mentre Maurizio Gasparri sintetizza il pensiero forzista con il classico: “negoziare se possibile, reagire se necessario”.

Ma non tutti nel centrodestra condividono questa linea prudente. La Lega rumoreggia, guarda con scetticismo alla strategia von der Leyen e invoca maggiore assertività. E così, nella cabina di regia della maggioranza, l’unità appare più una necessità che una realtà consolidata.

Le opposizioni, tra sarcasmo e provocazione

Elly Schlein

Dall’altra parte, il centrosinistra non fa sconti. Elly Schlein attacca frontalmente Meloni per il suo silenzio: “Spieghi cosa intende fare, venga in Parlamento”, chiede. Giuseppe Conte rincara con l’ironia: “Dove sono finiti i proclami sui dazi zero? Ora che arrivano lettere al 30%, sparita”.

Eppure, per paradosso, le invettive delle opposizioni finiscono per saldare — almeno mediaticamente — il profilo istituzionale della premier. Meloni si muove dentro un quadro europeo che prova a restare lucido. Non c’è bisogno di alzare la voce, sembra suggerire Palazzo Chigi, ma piuttosto di tenere saldo il timone e lasciare che sia la diplomazia a parlare per prima.

Le prossime tre settimane: il conto alla rovescia

(Foto Carlo Lannutti / Imagoeconomica)

Intanto, il tempo stringe. Il primo agosto incombe e con esso la possibilità che la minaccia di Trump diventi realtà doganale. Il Governo italiano sa che queste tre settimane saranno decisive. Ma sa anche che l’Italia, in questo frangente, ha un ruolo chiave: ponte tra Europa e Stati Uniti, tra cautela e fermezza.

Non sarà un agosto di vacanze, ma un agosto di contatti, incontri e telefonate. L’asse Roma–Bruxelles–Washington è aperto. Il punto di caduta — se ci sarà — sarà il frutto di questa triangolazione.

E, per una volta, la calma diplomatica può valere più di mille dichiarazioni in diretta Facebook.