Kiev, il Colle e due fronti trasversali ecco il perché dello “strappo”

Il caso Garofani e la Legge di Bilancio dell’anno prossimo: con cui Meloni per vincere e lanciarsi per il Colle deve sparare tutte le cartucce

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Lo “strappo” era nell’aria, poco da fare. Strappo che, tra l’altro, non si è affatto ricomposto, malgrado l’arrivo tempestivo di Giorgia Meloni al Quirinale e quei 25 minuti di colloquio fitto con Sergio Mattarella.

Dopo il caso Garofani, che non è affatto caso chiuso, questi sono i giorni delle ben più polpose letture del caso stesso, e tra le più accreditate ve ne sarebbe una che pare trovare quanto meno polpa cartesiana.

Partiamo dallo starter-pack delle possibili interpretazioni di una vicenda che, pur essendo fuffa formale allo stato puro, comunque sembrano rimandare a scenari plausibili.

Le possibili letture

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Sono tre, e la prima è che Giorgia Meloni abbia deciso di “cavalcare” un caso amplificato autonomamente (?) dal suo capogruppo camerale Bignami per il solito scopo.

Quale? Quello di creare l’ennesima sacca di distrazione da quelli che sono i guai veri di un Paese che obiettivamente non ha migliorato il suo status.

Non nella sua parte viva, quella che non sente slogan. La seconda è quella per cui la Meloni deve coronare il suo sogno – personalissimo e di partito – per il quale il prossimo step per lei sarà quello della corsa al Quirinale.

Chi fa bordone sul Colle

Galeazzo Bignami (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

E da questo punto di vista incentivare una lettura per cui oggi il notabilato del Colle (che sarebbe) di parte avversa è concime purissimo, calcolando la tempistica. La terza è quella che tira in ballo le ormai note divergenze all’interno della maggioranza sulla condotta da assumere in ordine agli aiuti militari all’Ucraina, con una Meloni ormai perplessa e assediata da circostanze oggettive ed alleati contrari, in primis Matteo Salvini.

Da questo punto di vista la dedizione totale proclamata da Mattarella alla causa di Kiev nel corso dell’ultimo Consiglio di Difesa sarebbe stata bastione da minare. Cavalcando un’occasione golosa secondo gli analisti più cartesiani, facendo imbastire un caso ad hoc secondo quelli più smaliziati e, magari, partigiani.

Non è detto che la vera spiegazione del caso Garofani non possa ricadere in una crasi di tutte e tre le letture, incentivata comunque dalla faciloneria con cui il Consigliere di Mattarella si era fatto scappare quelle affermazioni.

La cena in onore di un campione

Foto: Serge Serebro / CC-by-sa

Considerazioni politiche rilasciate ad una cena romana di stampo calcistico in onore del compianto Agostino Di Bartolomei. Partiamo quindi dal cardine della faccenda, che è quello per il quale ovviamente Garofani, che è un ex della sinistra Dc, non ce l’aveva con la premier, ma con “casa sua”.

Lui è uno di quelli che auspicano che la segreteria di Elly Schlein vacilli prima che sia troppo tardi. E prima che Meloni al Quirinale ci arrivi davvero dopo il bis alle Politiche del 2027.

Ma il dato è un altro ed è quello per cui ormai la politica estera incide molto più di prima sui fatti inside delle Nazioni, e il ginepraio Kiev-Mosca forse è il vero ambito di decantazione di questi giorni concitati.

La mappa trasversale

Basta tracciare una mappa politica a 360 gradi sul tema per capire quanto siano diventate trasversali le posizioni in ordine agli armamenti a Kiev ed a quelli del fu Rearm-Ue a trazione Ursula. Partiamo da sinistra. Giuseppe Conte? Togliamo il termine iperbolico di “putiniano” ma è contrario a qalsiasi opzione cannoniera.

Lorenzo Guerini (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

Lorenzo Guerini? E’ un riformista e sta con Kiev, come pure Pina Picierno. C’è di più: Carlo Calenda è più ucraino degli ucraini e Matteo Renzi pure è a favore ma, sornione, spiega da settimane che “ora c’è bisogno di più politica”.

Ed Elly Schlein? Traccheggia. All’inizio era a favore, tanto da aver fatto votare la risoluzione; oggi è più peace and love.

Conte “sta con Salvini”

Veniamo a destra. Antonio Tajani sta con Kiev e “con le armi”. Matteo Salvini sembra essere il cubo di quello che diceva di preferire cento volte Putin a Mattarella. E Giorgia Meloni? E’ molto più in dubbio di quando, nella fase uno del suo esecutivo, parlava di “vittoria dell’Ucraina”.

Prima ha smentito quelle frasi, poi è retrocessa su posizioni più ambigue, a differenza di Guido Crosetto che sull’appoggio armato a Kiev e sui buffi per armarci meglio non transige. Capito il senso? Potrebbe essere stata proprio questa la Piastra di Petri dove è andata a coltura la faccenda di Garofani.

Tanto più che tra la scelta de La Verità di dare fuoco alle polveri e l’invio della famosa mail ai quotidiani con le dichiarazioni di Garofani sono passati alcuni giorni.

Tempistiche e scenari

Giusto quelli che servivano a Mattarella per convocare il Consiglio di Difesa e statuire che si sta con Kiev su tutte le opzioni. Insomma, non sono pochi quelli che pensano che la premier, conscia di una manovrina piccina picciò e pronta a sparare le cartucce grosse con quella dell’anno prossimo per massimizzare i consensi, abbia un problema.

Ursula von der Leyen (Foto: Daina Le Lardic © European Union 2025)

Come si farà a fare una Legge di Bilancio super allettante per vincere nel 2027 se già dall’anno prossimo si dovranno pagare le cambiali della super spesa militare made in Ursula? Come si arriverebbe in trionfante bis, Meloni, a Palazzo Chigi nel 2027, se con la Finanziaria di fine 2026 non potesse sparare tutte le migliori cartucce economiche senza dover avere problemi di cassa?

C’è un fronte che si sta spezzando e ci sono nuovi fronti trasversali quindi. C’è una premier più prudente sul tema dell’euro-atlantismo. E’ c’è un caso che è fuffa per come è stato presentato e termometro per come forse in realtà è. Perché in politica niente è come sembra. E a volte basta un po’ di serenità per capirlo.