Il nuovo piano rifiuti regionale riporta Roccasecca al centro del sistema con nuova capacità e ambito unico. Sullo sfondo, lo scontro politico su Roma e le incognite sulla gestione privata della discarica.
Non c’è una soddisfazione particolare. Piuttosto c’è un certo grado di amarezza nel vedere che la realtà ha dato ragione a chi la diceva da tempo. La discarica di Roccasecca non è chiusa nel 2021. Formalmente. Tecnicamente. Burocraticamente in quella data l’impresa Mad ha scelto di fermarsi. Ma chi seguiva le vicende del ciclo dei rifiuti nel Lazio con un briciolo di attenzione sapeva — e lo scriveva — che quella chiusura era strategica. Che in realtà il sito era destinato a rimanere centrale nella geografia impiantistica della Regione. E che la Regione Lazio – tanto le amministrazioni di centrosinistra e tanto la successiva di centrodestra – hanno sollecitato più volte, anche con diffide, la riapertura dei cancelli. Che la società Mad non ha voluto fare per sua scelta strategica. (leggi qui: Roccasecca, la discarica che ritorna. Ma anche qui: Roccasecca, il Tar frena la sospensiva: il V invaso era già scavato).

Il piano rifiuti 2026-2031 approvato ieri mattina dalla Giunta Rocca ha semplicemente messo per iscritto ciò che era già scritto nella logistica e nella logica: Roccasecca è una delle quattro discariche previste per il Lazio nel prossimo quinquennio. Con 450.000 metri cubi di capacità aggiuntiva — il quinto bacino — torna operativa come perno del sistema regionale di smaltimento. Insieme a Viterbo (già attiva, servirà anche Rieti), Aprilia e Civitavecchia.
A Roccasecca lo sapevano tutti quelli che lo dovevano sapere. Chi non lo sapeva o fingeva di non saperlo lo ha saputo ufficialmente ieri. Nessuno si è lamentato nessuno si è arrampicato sul campanile per gridare allo scandalo. Ora resta il tema di chi gestirà la discarica perché è vera anche l’altra cosa che da mesi viene scritta: la Mad l’ha messa in vendita. Ed a seconda di chi la compra sceglie di farci quello che gli pare. Potrebbe anche sbattere i cancelli in faccia ai camion della Regione: è una proprietà privata e la Regione non l’ha mica espropriata.
Roma e il problema delle elezioni

L’altra notizia politica del piano, però, non è Roccasecca. È Civitavecchia. E dietro Civitavecchia c’è Roma. E lo scontro tra centrodestra e centrosinistra in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del sindaco.
Il presidente della Regione Francesco Rocca lo dice senza giri di parole: il sindaco di Roma e commissario straordinario Roberto Gualtieri «non ha previsto la discarica per la chiusura del ciclo all’interno dei confini di Roma Capitale». Nella sua lettura si tratta di una lacuna che ora il piano regionale deve colmare, indirizzando i rifiuti della Capitale verso l’impianto di Civitavecchia, dove è già stata aperta una procedura autorizzativa e un dialogo con la comunità locale.
È un passaggio politicamente delicato che Rocca prova a gestir con la logica del tecnico: «Nel caso di Civitavecchia è arrivata una domanda su cui è stato aperto il provvedimento autorizzativo unico regionale». Ma la sostanza è chiara: nella lettura del centrodestra Roma governata dal centrosinistra non ha fatto i compiti, e il territorio di Civitavecchia ne paga le conseguenze. Una dinamica che il territorio ciociaro — che ospita Roccasecca — conosce molto bene, avendo portato per anni i rifiuti altrui senza che nessuno si chiedesse in modo troppo esplicito perché.
I rifiuti che vanno in giro

La ciccia del Piano però è un’altra. È quella che abbiamo sottolineato nelle ore scorse ma riproponiamo pure in queste righe a costo di apparire ripetitivi. La Regione ieri ha creato un ambito unico per tutto il Lazio al di fuori di Roma: cioè ha dato il via libera giuridico alla libera circolazione dei rifiuti tra le province, senza più obbligo di autorizzazione. I rifiuti vanno dove ci sono gli impianti. Punto. Nella sostanza è una redistribuzione del problema — e del costo — che non avvantaggia tutti allo stesso modo. Chi ha già gli impianti (Come Saf di Colfelice) sarà avvantaggiato sul piano economico perché prenderà i soldi ma al tempo stesso sarà penalizzato sul piano ambientale. Chi gli impianti non li ha spenderà di più e dal punto di vista ambientale avrà meno preoccupazioni. (Leggi qui: Top e Flop, i personaggi di mercoledì 22 aprile 2026).
Il vantaggio per la provincia di Frosinone si chiama Saf che almeno è una società pubblica nelle mani (fino ad oggi, almeno) dei 91 Comuni della provincia di Frosinone in parti uguali. Cosa significa? Quando processarono l’allora presidente Mauro Vicano con l’accusa di avere voluto fare profitti alla Saf spiegò in maniera disarmante come stanno le cose: “Che entra una tonnellata di rifiuti o ne entrano 10 il mio stipendio resta uguale. A cambiare sono gli incassi. Ma non vanno a me: vanno ai cittadini della provincia di Frosinone perché l’impianto è proprietà loro. Ed è il loro perché le quote le hanno i comuni”. Fine del processo. Vicano assolto. Storia spiegata.
Che c’entra Saf? È la società che lavora le immondizie, recuperando tutto il possibile. Quello che non si recupera tra carta, plastica, metalli, gas e concime, combustibile per termovalorizzatori, finisce in discarica. Cioè alla Mad. Che è privata.
San Vittore e la quarta linea

C’è un altro elemento del piano che riguarda direttamente il territorio e che merita attenzione. Il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio — già in funzione e sempre su territorio della provincia di Frosinone — gestirà i rifiuti trattati provenienti da tutti i Comuni del Lazio eccetto Roma Capitale. Il piano prevede la realizzazione di una quarta linea di trattamento, per garantire continuità operativa durante i fermi per manutenzione delle altre tre.
Rocca risponde a chi obietta che con il termovalorizzatore la discarica non servirebbe: «Se ho il termovalorizzatore non mi serve la discarica: però non funziona così. Altrimenti con 600mila tonnellate abbandoniamo proprio il ciclo dei rifiuti e si va a bruciare il tal quale. Se è così va bene, ma che venga detto». È la risposta di chi ha letto i numeri e sa che i sistemi complessi non si governano con le semplificazioni. Ma se preferite leggere nomi e cognomi: le pazzie dell’amministrazione Raggi a Roma che era convinta di chiudere il ciclo dei rifiuti facendo pagare i costi ai pendolari (vengono da fuori, sporcano e poi se ne tornano a casa dopo il lavoro) o realizzando strutture in poche settimane.
Il fallimento del passato e il conto presentato oggi

L’odore di elezioni a Roma, poco poco, in questa storia si sente. Rocca non perde l’occasione per ricordare il contesto in cui questo piano nasce: «il fallimento della giunta precedente Leodori-Zingaretti sui rifiuti è stato evidente, tanto che ha richiesto l’intervento del governo con il commissariamento». È una ricostruzione politicamente orientata — e inevitabilmente parziale — ma che contiene un nucleo di verità difficilmente contestabile: il Lazio ha gestito il ciclo dei rifiuti con una strategia frammentata e provincialistica che ha prodotto dipendenza dagli impianti extra-regionali, e perfino dall’estero, per circa un milione di tonnellate l’anno tra indifferenziata e differenziata. Tradotto: facciamo la differenziata e paghiamo di più perché portiamo l’immondizia a spasso per l’Italia. In provincia di Frosinone non c’è un impianto con il quale farci in casa il metano che fa camminare oggi in maniera green i bus in Veneto grazie agli avanzi delle nostre cucine.
Il nuovo piano vuole correggere questa deriva. L’obiettivo al 2031 è raggiungere il 72,3% di raccolta differenziata e ridurre del 6% la produzione di rifiuti. Traguardi ambiziosi, misurati su una provincia di Frosinone che oggi si attesta al 63,7% di differenziata — con il capoluogo al 69,5%. Numeri in crescita, ma ancora distanti dall’obiettivo.
Il punto di vista di Roccasecca

Dal territorio che ospita la discarica, la lettura è di preoccupazione. Nessuna soddisfazione perché conta zero il fatto che chi diceva che Roccasecca non era davvero fuori dal gioco aveva ragione. Preoccupazione perché tornare ad essere il centro strategico dello smaltimento regionale — nell’ambito di un ATO unico che supera i confini provinciali e consente la libera circolazione dei rifiuti nel Lazio — significa portare sul proprio territorio i rifiuti di altri, senza che questo venga percepito come un servizio ma semplicemente come un fatto compiuto.
E soprattutto non si sa chi domani gestirà quell’impianto. L’azienda fondata da Walter Lozza ha messo in vendita tutto da un anno, c’era stato un interessamento del gruppo che fa riferimento a Rosettano Navarra. C’è stato un passo ufficiale di Acea. In genere tra persone serie si trova sempre un accordo. Ma Lozza può vendere a chi vuole.
La differenza tra una discarica accettata e una discarica subita sta tutta nella capacità delle istituzioni di costruire un impianto e non un immondezzaio come quello con il quale per anni Roccasecca, Colfelice e San Giovanni Incarico hanno spesso dovuto convivere. Sta nella capacità di pagare i conti: soprattutto i ristori alle comunità ospitanti: che diventano strade, scuole, occasioni di lavoro, palestre, giardini per tutti. E sta anche nella capacità di garantire standard di gestione che rendano quel peso tollerabile. Su questo, il piano del 2026 è ancora silenzioso.
E il silenzio, in queste materie, raramente è una buona notizia.



