La “feccia” si ribalta: la Corte d’Appello di Roma manda tutti sotto processo

La Corte d’Appello di Roma ribalta il non luogo a procedere deciso dal Gup di Cassino e riapre il caso della “feccia” denunciata da Enzo Salera nel 2020. A settembre si aprirà il processo sull’ipotesi di istigazione alla corruzione legata all’appalto da 10 milioni per l’illuminazione pubblica.

Credevano che la questione si fosse chiusa: nessun indizio, nessun processo. E invece no. La Corte d’Appello di Roma ha rimesso in moto un ingranaggio che il Giudice delle Udienze Preliminari di Cassino aveva fermato quasi un anno fa. Lo ha riattivato, riprendendo l’inchiesta nata da una sola parola pronunciata nell’Aula del Consiglio comunale di Cassino e che aveva fatto tremare la politica cittadina. Feccia. Anzi Feccia della politica. Fu la clamorosa denuncia fatta pubblicamente dal sindaco di Cassino Enzo Salera durante il Consiglio del 21 dicembre 2020. (Leggi qui: Salera pirotecnico: ci mette la faccia e bastona la ‘feccia’).

Il processo, per alcuni dei protagonisti, si aprirà il 15 settembre.

Il caso della Feccia

La vicenda affonda le radici in quella seduta di fine dicembre 2020. Il sindaco di Cassino Enzo Salera denunciò pubblicamente in Consiglio comunale tentativi di pressione per pilotare verso il colosso energetico Hera l’appalto per l’efficientamento della pubblica illuminazione cittadina. Una gara da dieci milioni di euro. Seguì l’indagine, seguirono i nomi: Salvatore Fontana, ex coordinatore provinciale di Italia Viva; Stefano Amadori, manager Hera; l’ex sindaco Peppino Petrarcone; l’ex presidente del Consiglio comunale Massimiliano Mignanelli (con l’accusa di essersi vaccinato contro il covid, saltando la fila; accusa poi caduta).

Un’inchiesta – matrioska: intercettando, inseguendo, osservando, gli inquirenti erano arrivati ad ipotizzare ben 4 capitoli d’indagine. Ed ognuno separato dall’altro. C’era il tentativo di indurre alla corruzione il sindaco di Cassino, un altro tentativo per fare la stessa cosa con il sindaco di Pontecorvo. Poi un’ipotesi di documenti falsificati per consentire all’ex governatore del Molise Paolo di Lauro Frattura di svolgere alcuni importanti lavori edili a Cassino riattivando una licenza edilizia ormai scaduta. Infine, l’ipotesi che ci fossero stati dei piaceri illeciti nelle vaccinazioni anti Covid durante il periodo della pandemia.

Il Palazzo di Giustizia di Cassino

Il 7 giugno 2024 il Giudice delle Udienze Preliminari aveva fatto un lavoro meticoloso, passando al setaccio i quattro capitoli d’indagine. In sintesi: chiuso il caso con un non luogo a procedere per la feccia di Cassino e per le vaccinazioni. Avanti invece per una parte degli altri casi.

Sulla feccia il principio che era passato è semplice «senza corruttore e senza affidamento diretto non c’è corruzione. Nemmeno tentata»: il Telepass e una ricevuta di ristorante collocavano Amadori alle Valli di Comacchio nel giorno del presunto incontro in cui avrebbe tentato di corrompere il sindaco di Cassino. E la gara per l’affidamento dei nuovi lampioni a Cassino era strutturalmente incompatibile con qualsiasi forma di affidamento diretto. Se c’è una gara, corrompere il sindaco serve a poco: il bando passa per la Giunta e poi per la Stazione Appaltante, sarà la Stazione a bandire ed assegnare la gara. Come fa ad esserci corruzione? (Leggi qui: Fontana non provò a corrompere Salera: la ‘feccia’ nata da parole false).

Se non è lui è un altro

Il sostituto procuratore Alfredo Mattei

La Corte d’Appello ha visto le cose diversamente. Nel ricorso, il Sostituto Procuratore di Cassino Alfredo Mattei ha proposto la rilettura di quel caso. Ha preso atto dell’archiviazione di alcuni capitoli e non li ha impugnati. Ma sulla questione della feccia e del tentativo di corrompere il sindaco di Cassino ha ripreso il filo del suo ragionamento accusatorio e lo ha riannodato. In maniera talmente solida da ottenere un ribaltamento netto: che cambia radicalmente la prospettiva per gli imputati. Che torneranno a difendersi davanti a un giudice.

In pratica: preso atto che non fu Stefano Amadori e non fu Hera a compiere eventualmente il tentativo di corruzione (ha dimostrato che quel giorno, a quell’ora, stava da tutt’altra parte) qualcuno deve avere tentato di forzare la mano al sindaco di Cassino. Ed il Sostituto Mattei mette in fila le varie mosse con cui si tentò di forzare la mano al sindaco. Le elenca, le dimostra, le argomenta e le appoggia ad una serie di indizi e fonti di prova. Fino a sostenere che un patto corruttivo, un accordo per tentare di corrompere, c’era ed era evidente.

Nasce da qui, da quegli elementi, la decisione della Corte d’Appello. Che ha ritenuto ci fossero sufficienti indizi e fonti di prova per andare al vaglio di un processo. Durante il quale verificare chi tentò di avvicinare l’allora presidente della Commissione Lavori Pubblici Tommaso Marrocco (Pd) , inducendolo a creare un Gruppo politico autonomo che si staccasse dal Partito e dal sindaco, al fine di fare pressione e pilotare la gara d’appalto.

Dove sta la corruzione

Per il magistrato, da un lato c’erano pressioni e proposte, in cambio venivano promessi vantaggi ed utilità. Sta qui il cardine dell’accusa: l’induzione alla corruzione. Sta qui la base giuridica della scelta di di disporre l’apertura del processo per l’ex consigliere comunale (ed ex coordinatore provinciale di Italia Viva) Salvatore Fontana e l’ex consigliere di Pontecorvo Gabriele Tanzi, insieme a Giovanni Argentino con l’ipotesi di istigazione alla corruzione. Per l’ex sindaco di Cassino Giuseppe Golini Petrarcone ed un imprenditore l’ipotesi d’accusa è il favoreggiamento in quanto, usciti da un’interrogatorio secretato, sono accusati di avere rivelato i contenuti di quelle domande e risposte.

La storia della feccia — quella parola che Salera scagliò in aula come un macigno — non è ancora finita. Anzi: comincia davvero adesso.