La frattura di Frosinone e la politica che non sa (o non vuole) più ascoltare

La crisi politica a Frosinone, solo in apparenza è legata al progetto del Bus Rapid Transit. Il dubbio che il distacco tra il sindaco Mastrangeli e la sua maggioranza sia voluto. In vista di una prospettiva nuova e mai tentata

Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

C’è qualcosa di emblematico – e insieme profondamente provinciale – in quello che sta accadendo a Frosinone intorno al progetto del Bus Rapid Transit. La tensione politica scoppiata dentro la maggioranza che sostiene il sindaco Mastrangeli non riguarda solo una navetta elettrica, né una corsia preferenziale tra De Matthaeis e lo Scalo. No. Riguarda il modo in cui si governa oggi. Riguarda la legittimità del potere quando il consenso si sfibra, quando i numeri tengono ma le relazioni politiche si sfaldano e quando chi amministra smette di ascoltare in nome di un’efficienza che vista dal banco dell’interlocutore appare autoritaria.

Il sindaco di Frosinone è andato avanti. Ha deciso che il tempo della discussione era finito. Ha approvato il progetto, forzando l’assenza dei due assessori di Fratelli d’Italia Alessia Tagliaferri e Simona Geralico), ignorando le perplessità del presidente del Consiglio Massimiliano Tagliaferri, bypassando settimane di richieste di revisione. L’ha fatto nel nome di una visione. Ma quando la visione diventa imposizione, il prezzo politico si paga subito. E il conto è già sul tavolo. (Leggi qui: Maggioranza in panne sul BRT: FdI spegne i motori, Mastrangeli forza la mano).

Il patto incrinato

Foto © Stefano Strani

Il dato di oggi è che il patto di maggioranza si è incrinato. Non per una manovra di palazzo, non per uno scontro ideologico ma per un dissenso dichiarato, reiterato, ignorato. Fratelli d’Italia – primo Partito in Consiglio – ha detto no. E lo ha detto da tempo. Ha scritto, chiesto, votato contro, segnalato incongruenze. Nessuna risposta. O, peggio, se visto con gli occhi di FdI, la risposta dell’autorità che si affida alla forza del voto numerico per chiudere ogni discussione.

Ma la politica non è amministrazione. E non può ridursi alla contabilità dei presenti in Giunta. È rappresentanza, è relazione. È una macchina fragile che funziona solo se tiene conto del dissenso interno come leva di miglioramento, e non come fastidio da arginare.

Il paradosso, poi, è che a saltare è proprio l’equilibrio che nel 2022 aveva consentito a Mastrangeli di vincere. La coalizione larga, plurale, fatta di anime civiche, partiti storici e gruppi trasversali. Tutti adesso, uno dopo l’altro, si stanno allontanando. Forza Italia, le liste civiche, la stessa area del vicesindaco Scaccia. Ora Fratelli d’Italia. Il comune denominatore è sempre lo stesso: visto con gli occhi di chi siede intorno a Mastrangeli lo scenario è quello di un sindaco che non ascolta, un metodo che non cambia, un’ostinazione che si presenta come coerenza ma che assomiglia troppo a una deriva personalistica.

Il progetto non per Frosinone

Il BRT con le corsie dedicate

Nel mezzo, c’è un progetto – il BRT – che non è il demonio, ma che pone domande legittime: davvero migliorerà la mobilità cittadina? Riuscirà a spostare le abitudini di una città che non prende le ciclabili e non prende il treno? È compatibile con la morfologia urbana? Rischia di strozzare il commercio lungo l’asse via Aldo Moro – via Marittima? E, soprattutto: è stato davvero condiviso con chi governa la città, o solo annunciato e blindato?

C’è un dubbio sollevato dal Gruppo di Fratelli d’Italia:  “In tre anni non abbiamo visto un solo frusinate sulle piste ciclabili. Siamo sicuri che in tre anni di Brt non vedremo un solo frusinate a bordo delle navette. Non è un servizio per i frusinati”. Detto in maniera più cruda e senza il candeggio del Politically correct: per FdI sul Brt non ci andrebbero i pensionati di Frosinone ma i migranti che non hanno altri mezzi per spostarsi.

La visione di Riccardo Mastrangeli è diversa, più ampia, più proiettata in avanti: tra poco le auto Euro4 non potranno più circolare. Ed a Frosinone la maggioranza del parco auto è pari o inferiore ad Euro4.

Chi ha ragione dei due? La politica dovrebbe farsi queste domande prima di ogni firma. E invece, a Frosinone, si è fatto il contrario: si è firmato prima il patto elettorale con Mastrangeli per le elezioni 2022 in cui il Brt era previsto, si è blindato il progetto, e ora ci si stupisce del malumore.

Binario doppio

Riccardo Mastrangeli e Nicola Ottaviani

Il sindaco, supportato dall’ex primo cittadino e oggi deputato Nicola Ottaviani, sembra giocare su un doppio binario: portare avanti l’opera senza mediazioni, mentre sullo sfondo si muove un possibile rimescolamento politico in vista del 2027.

Ma governare non è costruire una candidatura futura. È tenere insieme un presente difficile. E la frattura di oggi dice molto più di quanto appaia: dice che le maggioranze non sono eterne e che la politica dell’ascolto non può essere opzionale.

La crisi in Comune non è un incidente tecnico. È un sintomo. E se non si cura il sintomo, si rischia la malattia. A quel punto, neanche le corsie preferenziali basteranno più per riportare la politica a destinazione.

L’ipotesi trasversale

I sindaci Domenico Marzi e Riccardo Mastrangeli

Ma a meno che non si voglia credere che tutto questo sia solo l’effetto collaterale di un braccio di ferro mal gestito, esiste un’altra ipotesi. Più sottile ma anche più razionale: che tutto sia voluto. Diabolicamente calcolato con la precisione di chi conosce i meccanismi del potere e li piega a proprio vantaggio.

Riccardo Mastrangeli, uomo di lunga navigazione istituzionale, e Nicola Ottaviani, regista silenzioso e deputato creatore dell’area leghista locale, non sono certo politici sprovveduti. Se davvero stanno conducendo questa operazione con piena consapevolezza, allora il dissenso interno non è un problema: è parte del disegno.

Non sono i nove consiglieri a logorare il sindaco. È il sindaco – con metodo, fermezza e apparente isolamento – a logorare i Partiti. Quelli che pensavano di poterlo usare, indirizzare, tenere sotto controllo. Lo schema sarebbe perfetto: i Partiti litigano, si dividono, si allontanano dal sindaco pensando di ricattarlo politicamente, ma al tempo stesso è il sindaco a trovarsi più distante dai Partiti e tra quel divario sempre più ampio ci sono, da un lato le urla e le polemiche, dall’altro le piazze costruire, le stazioni rifatte daccapo, le scuole rimesse a nuovo, una città ricostruita che si prepara alla fine dell’Euro4 e pronta per quando si camminerà ibrido o elettrico.

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Riccardo Mastrangeli (Foto © Stefano Strani)

Perché, piaccia o meno, Mastrangeli non è mai andato sotto. Ha sempre convocato in Prima convocazione, con numeri blindati. Ha approvato le delibere chiave, quelle che aveva promesso in campagna elettorale. Ha continuato a governare anche senza il conforto dei sorrisi nei corridoi. E soprattutto, ha fatto capire che si può governare anche contro il sistema che ti ha eletto, se hai in mano gli strumenti e la determinazione per farlo. (Leggi qui: Top e Flop, i protagonisti di martedì 5 agosto 2025).

È qui che si apre uno scenario nuovo, potenzialmente destabilizzante. E se tutto questo fosse la premessa per una nuova alleanza? Una coalizione trasversale, post-ideologica, figlia del logoramento reciproco di centrodestra e centrosinistra. Un patto non scritto tra Mastrangeli e l’ex sindaco del PD Domenico Marzi, già al centro di frequenti interlocuzioni pubbliche e private. Due “eretici”, uno per parte, che si ritrovano sulle macerie dei Partiti.

In quel caso, a Frosinone i Partiti verrebbero messi alla porta. Di destra e di sinistra. Per lasciare spazio a qualcosa che non è più solo civismo, ma una forma di governo fondata su un’unica autorità amministrativa, senza mediazioni, senza opposizione interna, senza freni. Una teocrazia laica, fondata sulla fede incrollabile nel sindaco e nella sua visione. Un papato amministrativo di Riccardo I, dove il principio di legittimazione non è più il dibattito democratico ma l’efficienza assoluta.