Mario Abbruzzese, Segretario Organizzativo Regionale della Lega per il Lazio e primo dei non eletti al Parlamento Europeo per il Carroccio nell'Italia Centrale, risponde a tutto: la crisi di Frosinone, l'assenza alla convention di Ciacciarelli, Vannacci, il centrodestra provinciale e il futuro di Di Stefano alla Provincia.
Lo aspettavano alla tenuta Corte Guadicciolo di Castrocielo per la convention del suo pupillo, l’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli: quasi 1.200 persone, un parterre di tutto rispetto. E lui non c’era. Mario Abbruzzese, Segretario Organizzativo Regionale della Lega per il Lazio e primo dei non eletti al Parlamento Europeo nell’Italia Centrale, spiega che è stata una scelta deliberata: perché lo ha fatto?
Giura che è stato per dare spazio all’assessore, costruire un’identità autonoma: lasciare che chi è in campo si prenda la scena. Una spiegazione elegante, da uomo che conosce i codici della politica. Quello che non dice (e che chiunque frequenti i corridoi politici. della Ciociaria capisce) è che anche in provincia di Frosinone la Lega sta attraversando una stagione di ridefinizione interna, con correnti che non sempre guardano nella stessa direzione. Abbruzzese lo ammette a modo suo: «piccola divergenza», dice. Ma poi aggiunge subito che rispetto agli altri partiti il Carroccio è «un’eccezione straordinaria».

Tradotto, significa: i problemi ci sono ma sono gestibili, siamo ancora alla normale dialettica che anima tutte le formazioni. Non siamo né alla lacerazione né alla spaccatura. Sulla grande partita del centrodestra provinciale Abbruzzese è netto: l’unità deve essere ricostruita in vista delle Politiche 2027 e di tutte le altre scadenze successive. Soprattutto le comunali di Frosinone e le imminenti Provinciali: invoca serve uno schieramento chiaro. E su Mastrangeli non ha dubbi: le opere ci sono, il sindaco merita di correre ancora.
Onorevole, la crisi dell’amministrazione comunale di Frosinone tiene banco da settimane. Ancora una fumata nera per l’elezione del nuovo Presidente del Consiglio. Lei ne ha gestite tante: ha consigli per il sindaco Mastrangeli?
Il sindaco Riccardo Mastrangeli non ha bisogno di consigli: né dei miei né di quelli di altri ancora più bravi di me. È un politico navigato e soprattutto un amministratore capace.
Però è assediato e da due mesi non si riesce ad eleggere il nuovo Presidente d’Aula…

Frosinone sta vivendo un momento di grande effervescenza politica è vero. Ad assediare il sindaco però ci sono soprattutto persone che ambiscono a prenderne il posto, non avendone nemmeno lontanamente lo spessore umano ed amministrativo. Quello in atto è un assedio politico e non su temi amministrativi. Bene sta facendo Riccardo Mastrangeli a non prestare orecchio a queste beghe che poco interessano i cittadini e continuare a concentrarsi sulle opere ed i cantieri.
Il Brt è stato contestato dai commercianti…
Ora che lo vedranno su strada si renderanno conto della sua utilità. E di quanto abbiano anticipato i tempi sindaci come Mastrangeli e Nicola Ottaviani. La mobilità sta cambiando: 5 anni fa non avremmo nemmeno immaginato quanto e come sarebbe cambiato l’Automotive in così poco tempo. Vedrete che altrettanto in fretta cambierà la mobilità urbana. Mastrangeli sta realizzando opere straordinarie per la città: ha preso Frosinone e l’ha posta al centro di un sistema politico provinciale più ampio. È chiaro che esistono disequilibri all’interno della politica ma credo che questi equilibri verranno ritrovati.
Lei era assente alla convention dell’assessore Ciacciarelli, che ha riunito 1.200 persone. Un segnale di rottura?

Assolutamente no. È stata una scelta mia e deliberata: ho ritenuto giusto dare la massima attenzione e visibilità all’assessore, perché credo che sia giusto inizi ad avere una propria identità personale e politica. Nessun problema, nessuna frattura.
La Lega in provincia di Frosinone è divisa: o quantomeno dà l’impressione di esserlo.
È un’impressione di voi giornalisti. Dovreste mettervi d’accordo con voi stessi: se in un Partito si dice tutti la stessa cosa, urlate che manca la democrazia interna; se in un Partito c’è dibattito interno, urlate che c’è la spaccatura. Decidetevi.
E la verità in questo caso qual è?
Le verità è che la Lega è formata da tante teste pensanti e non sempre tutte vedono l’orizzonte nella stessa maniera. Talvolta si discute, talvolta si trova una sintesi, altre si resta della propria idea. Ma nessuno è così sciocco da dividersi. La verità è che la Lega non è spaccata: anche questa volta c’è stata qualche piccola divergenza di vedute. Ma è fisiologico e rispetto agli altri Partiti noi rappresentiamo un’eccezione. La Lega in provincia è un Partito in salute, che sta portando avanti temi importanti: la stazione dell’Alta Velocità, la realizzazione della ZES la Zona Economica Speciale, la zona logistica. La politica deve dare un contributo concreto alla crescita del territorio. Noi lo stiamo facendo.
A livello nazionale Vannacci vi ha quasi raggiunto nei sondaggi. Come spiega questo fenomeno?

I sondaggi sono una cosa, il voto è un’altra. Voglio ricordare due precedenti: quando Fini lasciò il PdL e fondò FLI, lo davano al 12%; si andò a votare e prese lo 0,8%. Quando Bertinotti fece l’alleanza con i Verdi, lo davano all’8%; prese l’1,5%. Bisogna aspettare il giorno del voto. Detto questo, la Lega sta vivendo un momento di difficoltà e di travaglio interno. Abbiamo bisogno di rigenerare la nostra proposta politica. Ci stiamo lavorando con Matteo Salvini e con il vice segretario nazionale Claudio Durigon. Per il 3-4 settembre è previsto un evento importante a Roma che ridefinirà anche la linea politica.
Lei è Segretario Organizzativo Regionale della Lega per il Lazio e nella sua regione il Carroccio ancora tiene.
È un ruolo affascinante e impegnativo. Il mio compito è organizzare la presenza del Partito in tutti i 368 Comuni della regione, creare avamposti capaci di dare risposte ai territori. Un Partito senza territorio non esiste. Su Roma stiamo lavorando bene in vista delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Capitolino del prossimo anno. In provincia di Frosinone, come in quelle di Rieti, Latina e Viterbo, stiamo costruendo le condizioni per esprimere un candidato presidente di centrodestra.
Su Frosinone: un candidato presidente di centrodestra è la linea ufficiale della Lega?

A dettare la linea sono stati gli elettori, con le votazioni dello scorso marzo. Hanno detto che la stagione degli equilibri e dei pareggi in Provincia è finita. Le urne ci hanno consegnato con chiarezza una maggioranza di centrodestra che fino ad ora non c’era mai stata. È chiaro che dobbiamo prendere atto delle indicazioni popolari. Lo diciamo da oltre un anno, addirittura da prima delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Provinciale, dove abbiamo ottenuto 8 consiglieri su 12. Credo che sia legittimo rivendicare la fine di questa commistione dove tutti siedono alla stessa tavola indipendentemente dalla coalizione di appartenenza. Le istituzioni funzionano meglio con una maggioranza e una minoranza chiare.
È un no al Di Stefano bis?
Non c’è nessuna preclusione nei confronti del presidente Di Stefano, che considero una persona per bene e capace. Ma se dichiarasse di volersi candidare con il centrodestra, potrebbe essere anche il nostro candidato.
Molti nel centrodestra non hanno gradito il ruolo di regia assunto dall’assessore regionale Righini in provincia di Frosinone. Cosa ne pensa?

Non voglio entrare nelle dinamiche interne agli altri Partiti. Ma posso dire una cosa: se accadono questi fenomeni, probabilmente è perché si lasciano degli spazi vuoti. Righini non è un assessore di Frosinone o di una fazione: è un assessore regionale che rappresenta l’intera regione. E quando si riesce a far sedere intorno a un tavolo i principali attori del centrodestra, questo va visto con interesse non con diffidenza. Dividere il centrodestra significa fare un favore al centrosinistra.
Tornando a Vannacci: secondo lei potrebbe entrare nell’alveo della coalizione di centrodestra guidata da Giorgia Meloni?
Me lo auguro, anche perché è un uomo di centrodestra. Le alleanze si costruiscono sui fatti: su come ci si comporta, su come si vota, su cosa si condivide. Se quando il Governo pone la fiducia si vota contro — e quindi insieme alle sinistre — questo crea un problema serio, perché significa trattarlo come un avversario. Speriamo che nei prossimi mesi prevalga il dialogo nell’interesse del Paese.
Sulla sua pagina social ha espresso solidarietà alle forze dell’ordine dopo i fatti di Bologna. Perché è una posizione così netta?
Difendere le forze dell’ordine significa stare con l’Italia. Non possiamo criminalizzare chi lavora ogni giorno per la sicurezza dei cittadini, rischiando la vita. Certo, esistono errori, li commettiamo tutti: ma non si può usare l’errore individuale per delegittimare un intero corpo che ha dato lustro al nostro Paese.
L’esegesi

Un filo sottile attraversa tutta la conversazione con Mario Abbruzzese. È un uomo che ha scelto il Partito della prossimità territoriale in un momento in cui quel Partito stava attraversando la sua stagione più ambiziosa e poi, progressivamente, più difficile. Ha visto Salvini trasformare il Carroccio da movimento nordista a Partito nazionale, ha assistito al ciclo ascendente e a quello discendente, e oggi si trova a gestire l’organizzazione regionale di una forza politica che nei sondaggi viene tallonata e in alcuni rilevamenti superata da Vannacci, un generale che dodici mesi fa non aveva ancora fondato un Partito.
La sua risposta alla domanda su Vannacci è illuminante proprio per quello che non dice. Cita Fini e Bertinotti come esempi di forze politiche sopravvalutate dai sondaggi e poi ridimensionate dalle urne. È un ragionamento corretto, storicamente fondato. Ma c’è una differenza che Abbruzzese non sottolinea, e che chi ha studiato la storia politica italiana non può ignorare: Fini e Bertinotti erano leader logori, già consumati da stagioni politiche lunghe e da contraddizioni accumulate. Vannacci è invece un fenomeno nuovo, che intercetta un disagio reale dentro il centrodestra: quella domanda di identità più netta, di confini più definiti, di una destra che sia destra senza mediazioni. Non è detto che i precedenti reggano come paragone.
La posizione su Di Stefano

Più interessante, forse, è il punto sulla Provincia di Frosinone e su Luca Di Stefano. Abbruzzese dice una cosa che in apparenza è moderata: nessun veto, nessuna preclusione personale. Ma che in realtà è una richiesta politica precisa: Di Stefano si schieri. Smetta di essere il presidente di tutti e diventi il presidente di qualcuno. È la vecchia tensione tra il civismo e la politica dei Partiti, tra la governabilità trasversale e la chiarezza degli schieramenti.
Chi ha ragione, tra chi vuole il centrodestra compatto e chi invece ritiene che Frosinone meriti un presidente capace di dialogare con tutti? La risposta dipende da cosa si vuole dalla Provincia: un ente di indirizzo politico o un ente di servizi amministrativi. La risposta, a sua volta, dipende da cosa si pensa che le Province possano ancora essere, dopo la riforma Delrio che le ha svuotate di poteri e risorse senza abolirle davvero.
Il giudizio su Righini

Il giudizio su Righini, presentato come assessore regionale e non come esponente di un’area, è diplomatico ma non neutro. Abbruzzese non difende apertamente il ruolo che il responsabile del Bilancio regionale ha assunto nella costruzione del centrodestra ciociaro. Lo giustifica. La distinzione è sottile ma reale: giustificare significa riconoscere che esiste un problema, e che il problema richiede una spiegazione. Se il fenomeno fosse del tutto naturale, non ci sarebbe nulla da spiegare. Non è un giudizio neutro quello di Abbruzzese. Perché individua anche dove sta il problema: in chi non è stato capace di coprire gli spazi e per sua incapacità oggi vive la cosa con disagio. È come se l’ex Presidente del Consiglio Regionale dicesse, tra le righe Chi è ragion del proprio male pianga se stesso. Riconoscendo grande merito all’assessore Righini.

Infine, la Lega. Abbruzzese parla di rigenerazione della proposta politica, di freschezza necessaria, di un Partito che attrae meno rispetto al passato. Sono ammissioni significative, dette con la misura di chi non vuole alimentare le voci di crisi ma non può nemmeno ignorare i segnali. La domanda che resta aperta e che probabilmente Abbruzzese si pone anche in privato è se la Lega riuscirà a trovare un posizionamento nuovo prima che Vannacci consolidi il proprio, o se i due si contenderanno lo stesso elettorato fino alle politiche del 2027, con esiti incerti per entrambi. La storia insegna che le forze politiche che si contendono lo stesso bacino raramente ne escono entrambe rafforzate.



