Con una lettera aperta Annalisa Paliotta respinge le accuse del Pd di Pontecorvo, rivendica la scelta elettorale e chiama in causa le contraddizioni Dem sulle alleanze locali. Da caso disciplinare a questione politica regionale.
A viso aperto. Senza imbarazzi, senza pentimenti. Annalisa Paliotta non sceglie la via più comoda, quella del silenzio. Aspettare, lasciare che il caso si raffreddasse, sperare che il Partito Democratico si concentrasse su cose più urgenti che occuparsi della sua rielezione a Consigliere comunale di Pontecorvo avvenuta una settimana fa. E stavolta non nello schieramento Dem bensì in quello opposto.
Non è da lei restare zitta. Ha scelto il contrario: una lettera. Non alla Federazione Regionale ed a quella Provinciale: gli stessi indirizzi ai quali il Circolo ha spedito quella con cui ne chiede la testa. Annalisa Paliotta sceglie la lettera aperta, pubblica, con argomenti precisi e destinatari riconoscibili. (Leggi qui: I casi Paliotta e Isola non sono chiusi. Due lettere riaprono tutto. E c’è il caso Salera).
Leggerla è un viaggio nelle contraddizioni del Partito Democratico.
La lettera

«Sento il dovere di intervenire direttamente per fare chiarezza e ripristinare la verità storica e politica dei fatti, dopo le troppe strumentalizzazioni di questi giorni». Dritta al sodo, fin dalla prima riga. Paliotta non si scusa. Non spiega. Attacca e lo fa sul terreno che preferisce: i fatti, sfidando a contestarne la veridicità. È una scelta stilistica precisa che dice già molto su come intende condurre questa battaglia.
«Innanzitutto, smentisco categoricamente la presunta unanimità della decisione presa a metà marzo dall’assemblea locale Pd: il mio voto in quell’occasione è stato di contrarietà. Dichiarare il falso sapendo di farlo è un atteggiamento inaccettabile». La lettera entra subito nel vivo. Il riferimento è alla riunione di marzo del Circolo Pd di Pontecorvo in cui viene deciso di schierarsi contro il sindaco uscente di centrodestra Anselmo Rotondo, giunto al termine del secondo mandato e pronto alla sfida per il terzo.

La questione dell’unanimità nel decidere di schierarsi in alternativa a Rotondo presa in quella riunione è il cardine dell’accusa mossa dal Circolo e portata al Segretario Regionale Daniele Leodori. In quella versione, la dottoressa Paliotta aveva partecipato alla una riunione di marzo, sollecitato consultazioni rapide nel giro di 48 ore con gli alleati per definire un candidato condiviso. Ma già l’indomani decide di andare dall’altra parte e candidarsi con Rotondo.
Se il suo voto era stato contrario — e se questo è dimostrabile — crolla uno dei pilastri dell’impianto accusatorio. Non è un dettaglio: è il dettaglio. Perché la differenza tra chi tradisce una decisione collettiva e chi persegue una posizione di minoranza legittima è la differenza tra una violazione disciplinare e un esercizio di coscienza politica.
Il tono è durissimo: «dichiarare il falso sapendo di farlo». O dimostrerà di avere ragione o dovrà ritirarlo. Non ci sono vie di mezzo.
Senza un progetto solido

«Non ho condiviso quella linea perché non potevo accettare l’idea di contrapporsi ad un avversario politico senza un progetto solido. Una proposta credibile per governare Pontecorvo non si improvvisa in fretta e furia negli ultimi due mesi, affidandosi a cartelli dell’ultimo minuto partendo da chi aveva amministrato con la vecchia maggioranza fino al mese precedente».
È l’argomento più politico della lettera — e anche il più difficile da confutare. Paliotta non dice che ha scelto il centrodestra. Dice che il suo Partito non aveva niente da offrire. La critica si sposta dal piano disciplinare al piano del merito: non sono io che ho sbagliato, è la strategia locale che era sbagliata. Chi vuole risponderle deve affrontare questo argomento, non aggirarlo.
«L’analisi del voto è l’unico dato concreto. In Maggioranza sono stati eletti due tesserati del Partito Democratico come assessori. In Minoranza, la linea ufficiale del Partito non ha prodotto l’elezione di nessun esponente del PD». Questo è il passaggio più potente dell’intera lettera. Paliotta usa le urne come tribunale: e le urne, in democrazia, hanno sempre l’ultima parola. Il ragionamento è semplice e devastante: la linea ufficiale del Pd a Pontecorvo ha preso zero seggi. La sua linea ha portato due iscritti Pd a fare gli assessori nella nuova Giunta. Piaccia o non, il Pd è al governo di Pontecorvo. La domanda politica che pone la dottoressa è lineare: chi ha fatto meglio il bene del Partito?
Non è un problema di Pontecorvo

«Chi mi accusa finge di non vedere cosa succede a pochi chilometri da noi. In realtà importanti della Ciociaria come Ferentino, Veroli e Sora, esponenti di spicco del Partito Democratico governano stabilmente in Giunte trasversali insieme a Lega e Fratelli d’Italia».
Questa è la bomba politica della lettera. E non è una bomba artigianale: è costruita con precisione chirurgica. Ferentino con il sindaco Piergianni Fiorletta che è stato tra i fondatori del Pd in Ciociaria, Veroli conil sindaco Germano Caperna già capogruppo Pd in Provincia, Sora con la giunta del sindaco civico Luca Di Stefano, Isola del Liri dove due assessori Dem governano con il sindaco Massimiliano Quadrini passato recentemente a Fratelli d’Italia: tutte amministrazioni in cui esponenti del PD siedono accanto a componenti del centrodestra. La domanda che pone la lettera aperta è se quelle Giunte sono legittime perché la scelta di Paliotta è un caso disciplinare? La risposta onesta è che non esiste una vera linea nazionale o regionale chiara su questo punto. Ipocritamente si dice che va preservata l’identità: se fosse vero il Pd smetterebbe di amministrare in molti Comuni e li lascerebbe alle destre. Paliotta lo sa. E lo dice.
Lotta tra correnti

Ma c’è un aspetto ancora peggiore. La dottoressa Paliotta lo introduce quando scrive «Questo scenario dimostra nei fatti la lungimiranza di una visione che ha premiato la concretezza, bocciando una linea locale fallimentare che ha preferito arroccarsi su simboli ideologici in un contesto di liste civiche. Le amministrazioni locali si guidano con la competenza, non con le geometrie correntizie».
Tradotto: nell’analisi di Annalisa Paliotta la scelta di andare contro Anselmo Rotondo affidandosi a candidati esterni senza mai mettere il suo nome sul tavolo come possibile candidata nonostante i voti presi alle Regionali è stata fatta perché sapevano che lei poteva essere una candidata vincente. Perché l’hanno tenuta fuori? Perché è vicina alla corrente dell’ex Presidente della Provincia Antonio Pompeo, alleata con quella della Consigliera regionale Sara Battisti. E ritrovarsi un sindaco di Pontecorvo di quell’area che strappa la città al centrodestra ma non sta con il Presidente Pd del Lazio Francesco De Angelis per alcuni sarebbe stato inaccettabile. Stando alla lettura di Paliotta. L’hanno boicottata.

«Dispiace constatare come autorevoli esponenti del Partito abbiano ritenuto di dover orientare il proprio sostegno verso figure esterne alla nostra comunità democratica, piuttosto che valorizzare chi, da sempre, ne condivide il percorso e ne indossa la tessera». Qui Paliotta tocca il nervo più sensibile della politica di corrente. L’accusa – velata ma inequivocabile – è che i dirigenti provinciali abbiano sostenuto Giacinto Carbone non per ragioni politiche ma per ragioni correntistiche. Il «figlio» contro la «figlia». La tessera contro l’appartenenza al clan giusto. È un’accusa che non cita nomi ma che chi conosce il Pd ciociaro legge benissimo.
L’ora della coerenza
«Il Partito decida una linea comune sul territorio, invece di oscillare a seconda delle convenienze e delle correnti locali. Si decida una linea e si segua per tutti allo stesso modo». È la richiesta della lettera e paradossalmente quella che mette in maggiore difficoltà i destinatari. Perché se il Partito decidesse davvero una linea uguale per tutti, dovrebbe aprire un caso anche su Ferentino, Veroli, Isola del Liri e Sora. Ed a nessuno conviene farlo. Di nessuna componente.
«Da cittadina e da esponente politica vorrei vedere questa foga costruttiva per discutere di sanità, sviluppo economico, ambiente, infrastrutture. Questo mi aspetto da un Partito serio, non gli attacchi personali da cortile di qualche esponente locale o di corrente che con miopia ed egoismo hanno portato al commissariamento di San Giorgio a Liri».

Il riferimento a San Giorgio a Liri è il colpo finale e il più politicamente carico. Il commissariamento di quel Comune è stato prodotto dall’accordo tra Achille Migliorelli ed il Coordinatore regionale Organizzazione della Lega Mario Abbruzzese: una mossa che ha avuto conseguenze a cascata sull’intera provincia. Ha fatto cadere l’amministrazione nella quale il Segretario Provinciale Pd Achille Migliorelli era assessore di un sindaco di Forza Italia. E condizionato gli equilibri alle urne, impedendo al sindaco Francesco Lavalle di candidarsi nella lista Provinciale di Forza Italia spostando il voto verso la Lega.
Paliotta lo usa come esempio di quella «miopia ed egoismo» che critica. È un messaggio diretto al Segretario provinciale, scritto senza nominarlo ma riconoscibilissimo a chiunque conosca la storia recente del Pd ciociaro.
Giudicatemi

«Accetto il confronto e sono pronta a spiegare le mie ragioni in ogni sede formale, convinta che il Segretario Daniele Leodori e i vertici del Partito sapranno valutare i fatti nella loro interezza». La chiusa è formalmente rispettosa verso Leodori ma è anche un modo per separare il segretario regionale dal fronte locale.
Paliotta si appella al livello superiore, implicitamente sfiduciando quello inferiore. È la mossa classica di chi sa di avere argomenti e vuole portare la discussione nel luogo dove quegli argomenti pesano di più.
Il caso Paliotta stava diventando un caso disciplinare. Dopo questa lettera rischia di diventare qualcosa di più complicato: un caso politico che mette in discussione la coerenza dell’intera linea del Pd ciociaro sulle alleanze locali. Un vaso di Pandora che rischia di scuotere il Pd al livello Regionale.
Le prossime mosse di Daniele Leodori diranno molto. Non solo su Paliotta. Ma su come il PD del Lazio intende governare le contraddizioni di un Partito che in provincia fa una cosa e ne chiede un’altra.


