La pattuglia del Lazio a Pontida dove “piccole alleanze tremano”

Archiviato il "Pratone 2024" ma non i problemi del Carroccio: che diventa oltranzista malgrado le componenti governiste, anche nostrane. Ed il caso Lazio tiene banco: tracciata la linea del Piave

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Un po’ se lo doveva aspettare, Antonio Tajani, che ad un certo punto la sua linea “prog” andasse a cortocircuito con quelle dei partiti di cui Forza Italia è alleato. A dire il vero c’è il fondato sospetto che il segretario azzurro non solo se lo aspettasse, ma che un pochino proprio quello volesse far accadere. Cosa? Esattamente che le ruvidità concettuali e non solo tra la Lega di Matteo Salvini ed il suo partito facessero massa nei grandi momenti corali ed “istituzionali” del Carroccio. Momenti tra i quali, per calendario storico e prestigio ecumenico, Pontida è stata il must.

Le scuse per i “vaffa” e lo scafista”

(Foto: Marco Ottico © Imagoeconomica)

E’ lì che infatti, a prescindere dallo stato di salute non proprio eccellente della Lega, a conclave ci va un popolo intero. E quando dici popolo automaticamente devi scartare i toni equalizzati di un lessico politico cauto. Un linguaggio che tiene sì il pugnale in mano, ma ben nascosto dietro la cintola. Quando sul Pratone arrivano i leghisti “sciolti” è facile che molti di essi si ricordino, per dire, che Tajani è a favore dello jus scholae. E che nel nome di quella che in quasi tutta la Lega è vista come un’eresia bella e buona ci scappino cori mirati, striscioni con “vaffa” e con domande retorico-ironiche tipo “Tajani scafista?”.

Tutto come da copione, inclusi i toni concilianti di un Salvini che ha chiesto scusa e subito ricomposto la frattura. Tuttavia il dato resta ed è dato bifido. O c’è una parte di Lega che mal digerisce Tajani e lo fa sapere, anche a costo di sfidare Salvini, oppure c’è un Salvini che non è più rappresentativo di tutta la Lega. Perciò sfidare Tajani è stato un po’ come sfidare lui, e parlare a nuora affinché suocera intenda. E magari mandargli un segnale.

Dal Lazio ed alla volta del Pratone poi era partita la pattuglia nostrana, che per uno strano gioco del destino (che in politica non esiste) è simbologica assai. Lo è perché, a ben vedere ed in un momento in cui Lega e FI sono sul ring, la più parte di loro ha una storia che attraversa entrambi i partiti.

Mario, Laura e Pasquale sul Pratone

La pattuglia della Lega del Lazio

Mario Abbruzzese, Laura Cartaginese e Pasquale Ciacciarelli sono infatti tutti e tre ex azzurri saliti sul Carroccio quando fu chiaro che Forza Italia non sarebbe mai stata un Partito scalabile, nel quale tessere e consenso sui territori avrebbero consentito fortune e rovine ai suoi quadri locali. Ma sarebbe rimasto il partito – Azienda funzionale ai giochi del suo fondatore. Legittimo: ma a quel punto lo è anche prendere il cappello ed andare via, in un Partito dove il proprio peso vale molto di più. A tracciare la rotta fu un Nicola Ottaviani sindaco appena rieletto a Frosinone per Forza Italia e reduce da una telefonata del Cav che lo ringraziava per avere tenuto il fronte.

Ma dopo pochi mesi, alla convention annuale di Fiuggi organizzata da Antonio Tajani il caos e la mancanza di visione furono evidenti. Fu proprio Ottaviani a renderlo evidente, rendendosi protagonista di una plateale rottura con Gianfranco Micciché. Era il 2018, gli anni hanno detto chi dei due avesse ragione e visto giusto. (Leggi qui: Ottaviani e Micciché, le due anime di Forza Italia. E leggi anche Nicola Ottaviani sale sul palco della Lega: per mandare in soffitta Forza Italia).

Da allora molte cose sono cambiate: è morto il Cav, Forza Italia doveva essere una scialuppa sfondata in balia dei marosi sovranisti e Tajani quello che ad andare per certi mari lo aveva imparato sui tutorial Youtube. Poi invece Forza Italia è diventato cardine del centrismo moderato di ritorno, la Lega nei sondaggi se l’è visto prima affiancato e poi con la freccia messa.

L’eco forte della Pisana

Laura Cartaginese con Claudio Durigon e Pasquale Ciacciarelli

Quanto sia stato consistente il sorpasso è questione che ha innescato l’attuale crisi in regione Lazio che con ogni probabilità troverà soluzione nel vertice convocato per domani, dopo un’estate di fibrillazioni. Perché gli azzurri ritengono di avere superato il Carroccio (e certamente in Aula alla Pisana è così, ora il rapporto è di 7 a 1) mentre FdI dice che valgono i voti di regionali ed Europee per determinare gli equilibri, non gli spostamenti all’interno dei gruppi. (Leggi qui: Regione, il tavolo c’è giovedì e la soluzione forse).

E Tajani è diventato probabilmente il politico italiano più quotato del momento, mentre per Salvini sono arrivate solo mezze scoppole, da Open Arms ai guai dei Trasporti. Fino a domenica, con una Pontida in cui si aspettavano più le parole di Giancarlo Giorgetti che quelle del Capitano.

E con una pattuglia di locali che tutto sommato in quell’ambiente polarizzato ci è stata benone, perché rappresentava la Lega funzionalista più che quella identitaria delle acque, del Padre Po e liturgie assortite. Certo, anche sul Pratone è arrivata l’eco di ciò che sta accadendo alla Pisana, dove pure Carroccio ed azzurri sono ai ferri corticortissimi per le deleghe. E dove Claudio Fazzone sta “arroccato” in attesa di nuovi equilibri consiliari, nel senso che sta in attesa di ciò che dovrà decidere Francesco Rocca e del tavolo dei segretari di Centrodestra previsto domani.

Matteo salvini con Victor Orban (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

La questione Pisana è stata affrontata. A parlarne con Matteo Salvini chiedendo un viatico sono stati il suo vice Claudio Durigon, l’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli, il responsabile Organizzazione del Lazio Mario Abbruzzese insieme alla consigliera superstite Laura Cartaginese. La linea del Piave sono i 2 assessori alla Lega: sulle deleghe si può discutere ma sui numeri no. Perché se cambiasse il format laziale poi i leghisti chiederebbero che cambi anche in Calabria e Lombardia sulla base dello stesso principio applicato nel Lazio.

Da Ripi a Bergamo, più identitarismo

Laura Cartaginese con Mario Abbruzzese e Pasquale Ciacciarelli

Insomma, a Pontida non ci è andato solo un Capitano con truppe poche e nervosette (e con qualche militante vestito da carcerato per solidarizzare con lui). No, a Pontida ci sono arrivati anche graduati che con loro si sono messi in trolley i cascami di un ring tutto laziale. Ring che ancora non ha sentito il triplo gong della fine. Ma siamo agli ultimi pugni.

Abbruzzese un po’ più identitarista ci è dovuto diventare giocoforza: il suo nuovo ruolo di organizzatore regionale del Carroccio prevede una casacca più stretta. Tanto stretta che ormai l’ex presidente del Consiglio Regionale si gioca briscole concettuali grosse, come l’autonomia differenziata di cui aveva recentemente parlato a Ripi.

O come questo post a seguito del voto austriaco: “In Austria hanno vinto le elezioni i nostri alleati dell’FPO a conferma di un trend che riguarda ormai tutta l’Europa, dalla Germania, alla Francia, all’Olanda”. Tutto in endorsement con il segretario sedicente martire di giustizia e con un Claudio Durigon in gran spolvero.

Celebrare la battaglia di Lepanto

(Foto: Benvegnu’ Guaitoli © Imagoeconomica)

Ad ogni modo Pontida 2024 è stata quel che aveva promesso: quella più a destra di sempre, cioè quella più difficile e fratta. Che ha voluto onorare simbolicamente la Battaglia di Lepanto del 1571 e birba chi non capisse il messaggio, forzatissimo, di una Cristianità santa che mena l’Islam bruttaccione. E con un palco per ospiti di chiaro imprinting. Come il premier ungherese Viktor Orban, il leader della destra olandese Geert Wilders, quello portoghese André Ventura. Poi la vicepresidente del primo partito austriaco Fpö Marlene Svazek. E con il generale Roberto Vannacci che ha esordito con l’evento, battezzandosi leghista in purezza ma senza convincere molto.

Da “Mamma li turchi” a “Mamma ho perso l’aereo” però è un attimo. E l’impressione è che questo Carroccio qua il suo lo stia perdendo davvero. Perché se già dal mattino c’erano i banchetti del Comitato per la Sicurezza dei Confini promosso da Salvini, fin dalla sera prima c’erano stati altri striscioni.

E quelli no, non ce l’avevano con Tajani, ma proprio con il Capitano. Li hanno esposti i militanti del Grande Nord, quelli che hanno insultato anche i leghisti di Caserta e Napoli, l’archetipo della colonizzazione fallita a Sud dal loro ex conducator. Di Durigon commissario in Sicilia inviato da un Salvini che avrebbe snaturato la mission primeva, quella bossiana. E recitavano: “Lega con Salvini qui non sei più benvenuto”. Roberto Vannacci ha “aperto” ad ora di pranzo, come gli amuse-bouche prima delle tagliatelle.

Capitano tuo capitano

(Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

In perfetto stile “mamma li turchi”, così da europarlamentare di razza: “Non vogliamo cedere la nostra sovranità all’Europa e alle forze politiche che vogliono svendere la cittadinanza. La cittadinanza se la sono guadagnata i nostri nonni combattendo sul Carso, non c’è nessun motivo per regalarla. Immaginatevi di andare in Arabia Saudita: secondo voi dopo 5 anni di scuola diventereste arabi?”.

E Salvini? Dopo il “ti amo” di Wilders, l’appellativo di “eroe” di Orban e l’endorsement da remoto di Jair Bolsonaro è salito sul palco. E dopo un armarcord struscione sul bossiano “Va’ pensiero” ed il liscione di ordinanza alle forze dell’ordine ha fatto capire che chi offende Antonio Tajani è una birba.

Perché il “governo è compatto, è un governo di amici prima ancora che di alleati”. Ma anche che chi sostiene Tajani di certo non è un leghista, semmai è una pedina di Mediolanum: “Se c’è da pagare qualcosa in più paghino i banchieri e non gli operai”. Perché saranno pure amici e gli amici “a volte litigano, come in famiglia”. E a volte fanno pace. A volte.