La profezia su Luca Di Stefano si avvera a Montecitorio

La Camera approva il decreto Pubblica Amministrazione con la fiducia: 167 sì, 93 no, un astenuto. Dentro il provvedimento il riallineamento dei mandati provinciali anticipato da AlessioPorcu.it. Ora la parola passa al Senato, entro il 6 ottobre. Di Stefano prorogato fino al 2028

Da quando esiste, la riforma Delrio porta in dote un problema che nessuno aveva risolto: i mandati sfalsati. Il presidente di Provincia resta in carica quattro anni, il consiglio provinciale solo due. Il risultato, puntuale a ogni scadenza, è una confusione amministrativa che si ripete uguale in tutta Italia: chi decide quando un presidente deve lasciare, se il suo orologio e quello del consiglio non battono mai la stessa ora?

A questo difetto di fabbrica risponde oggi la Camera dei Deputati approvando il decreto Pubblica Amministrazione, passato con la fiducia: 167 voti favorevoli, 93 contrari, un astenuto. Lo avevamo scritto nei giorni scorsi, prima che diventasse voto d’Aula: la soluzione scelta dal legislatore avrebbe riguardato anche Luca Di Stefano, sindaco di Sora e presidente della Provincia di Frosinone. (Leggi qui: Di Stefano, niente elezioni in Provincia: per lui scatta la proroga con clausola).

Come funziona il riallineamento

Il principio, spiegato dall’Unione Province d’Italia nella nota interpretativa sull’articolo 2, comma 10, del decreto-legge 144/2026, è tanto semplice quanto rivoluzionario per gli equilibri locali: se il mandato di un Presidente finisce prima di quello del Consiglio, il presidente resta in carica fino alla scadenza del Consiglio. Non decade, non si vota, si allinea.

Il consiglio provinciale di Frosinone, eletto a marzo, scade nel 2028: e siccome il Consiglio comanda il calendario, Di Stefano resta prorogato con lui, fino a marzo 2028. Niente urne a fine anno, dunque. La proroga è la regola, non l’eccezione.

C’è però una condizione che tiene in piedi l’intero meccanismo: il presidente di Provincia decade comunque se perde la carica di sindaco nel proprio Comune, per effetto dell’articolo 1, comma 65, della legge 56 del 2014.

Di Stefano è sindaco di Sora, e il suo mandato da sindaco scade nel 2027: un anno prima del traguardo di marzo 2028 promesso dalla proroga. Per restare presidente della Provincia fino alla fine, dovrà quindi essere rieletto sindaco di Sora nel 2027: la proroga vale solo se Sora, alle urne, gli rinnova la fascia tricolore.

Un club di dodici, non da solo

Foto © Stefano Strani

Frosinone non è un caso isolato. Sono dodici le province italiane nella stessa condizione: tra le altre Barletta Andria Trani, Campobasso, Catanzaro, Foggia, Isernia, Monza Brianza, Pistoia, Potenza, Teramo, Verona, Vibo Valentia. Frosinone è l’unica del Lazio a entrare in questo club della proroga.

Il resto d’Italia si muove su binari diversi: tredici province tornano al voto separato entro dicembre 2026 (tra queste Ancona, Ascoli Piceno, Bergamo), mentre le restanti 51 vedranno i propri consigli prorogati fino alla scadenza dei rispettivi presidenti. Un puzzle a tre velocità, di cui Frosinone rappresenta solo una tessera.

IC’è poi il dettaglio che cambia la lettura politica dell’intera operazione. A febbraio 2028 si vota per le elezioni regionali del Lazio. Il riallineamento delle date provinciali produce, come effetto non dichiarato ma tutt’altro che casuale, un ordine preciso: si tornerà a votare per la presidenza della Provincia solo dopo che tutti i giochi elettorali maggiori, comprese le Regionali, saranno stati definiti.

La parola al Senato

La norma stessa si dichiara temporanea: vale in attesa di una revisione organica dell’ordinamento provinciale, con elezione a suffragio universale del presidente e del consiglio. Cioè, torneranno a votarlo i cittadini e non più soltanto i sindaci ed i Consiglieri comunali. Il Governo Meloni non esclude di arrivarci. Per ora, però, resta in vigore la legge 56 del 2014, con tutti i suoi ingranaggi sfalsati.

Il decreto, va ricordato, non è ancora legge. Approvato in prima lettura alla Camera, passa ora all’esame del Senato, che dovrà votarlo entro il 6 ottobre. Fino a quel giorno, la proroga di Di Stefano resta scritta, ma non ancora definitiva.

La prima metà della previsione si è avverata: la Camera ha votato, il Senato deve ancora farlo, e solo allora il riallineamento diventerà legge dello Stato. La direzione, però, è già segnata due volte: dall’UPI prima, da Montecitorio oggi. E dal fatto che dietro a quel voto c’è stata l’unanimità: maggioranza ed opposizione, per una volta, hanno detto si.