La premier sente l’usta dell’economia che non gira e comincia a sentire che slogan e mezze verità non servono (quasi) più
Lei soffre della stessa sindrome del suo tutore politico primigenio, che non è mai stato Gianfranco Fini. E per colpa di questa sindrome forse oggi Giorgia Meloni è molto più nervosa di quanto non faccia apparire il suo perenne bullismo politico ed istituzionale.
Lei, la premier che conta i nemici sul un pallottoliere infinito, è “figlia” di Silvio Berlusconi. Che la fece ministra quando aveva ancora le mani sporche della colla colata dai manifesti arrotolati sui tavoli di Colle Oppio. E che le finanziò la nascita del suo Partito dopo l’uscita di scena di Fini e di Alleanza Nazionale credendo che una sparring da 3/5 punti percentili gli avrebbe fatto comodo.
Da sparring a “domina”

E che si ritrovò, vecchio e marginalizzato, a scriverne i difetti con tigna geriatrica quando si accorse che comandava lei e che quei punti erano cresciuti a dismisura. Tanto da spedirla a Palazzo Chigi a dettar legge anche (perfino, incredibile dictu) a lui.
Ma Meloni quell’imprinting non lo ha mai dimenticato: negli anni la leader di Fratelli d’Italia si è formata esattamente con quel mantra a più teste. Teatralità innata nell’avvelenare i pozzi dei fatti empirci, perenne fobia del complotto, al punto da contro innescarne spesso lei, ostilità per il dibattito pluralista.
Livore contro la magistratura (anche se il suo è pavloviano, visto che non ha interessi personali in ballo), sindrome da accerchiamento perenne e centralismo indomito alla faccia del bilanciamento di uno Stato perfetto.
Meno simpatia, più tigna

A Meloni manca la simpatia casereccia e gigiona del Cav, perciò le rimane di lui solo la tigna degli autocrati blandi a cui sembra sempre che la democrazia in purezza stia un po’ stretta.
Perciò oggi la premier è nervosa, ed una parte di lei vorrebbe che al voto politico ci si andasse non nel 2027, ma l’anno prossimo. Quando cioè potrà capitalizzare al meglio quel che ha seminato – soprattutto di lessico – fino ad oggi.
Perché il problema di Meloni è proprio quello: entro due anni l’Italia scenderà nel ranking economico Ue di diverse posizioni (pare fino all’ultimo posto).
L’economia proprio non va
E da noi, con lei premier, è proprio l’economia che non va (non la finanza, con Moody’s che ci premia e lei che gongola). Questo al punto che perfino i talebanissimi supporter della Meloni rischiano di iniziare ad accorgersene, passando quindi dal tifo rovente ed a prescindere ad un sostegno molto più sussiegoso.

Il dato che nessuno a destra legge o ammette che l’Italia oggi è già tecnicamente in recessione, e l’opinione pubblica non ha ancora recuperato nel suo carnet di valutazione della politica questa triste realtà.
Ma prima o poi accadrà, prima o poi gli italiani, anche quelli schierati, metteranno a raffronto tutto il detto e quel pochissimo di fatto. E lì per chi comanda la baracca cominceranno i guai, guai veri.
Cosa si sussurra in Parlamento
Tra l’altro l’idea che si possa arrivare a indurre uno scioglimento anticipato delle Camere da parte di un Sergio Mattarella esasperato come mai prima non è solo roba di scuola: pare se ne parli da giorni in Parlamento.

E questo scenario spiegherebbe anche questo perenne tono da campagna elettorale di una premier che zompetta sui palchi e che tiene sempre accesa la fiamma politica a discapito di quella istituzionale che ormai è brace sotto la cenere e che risorse solo in ambito estero.
Solo in parte però, perché i toni latranti da “taci, il nemico ti ascolta” i sovranisti ce li hanno nel “subconscio del dna” (cit.) ed a prescindere dal contingente.
Fra carattere e strategia

Insomma, a metà strada fra carattere e strategia oggi Giorgia Meloni comincia ad aver bisogno di accelerare, ed il fatto che la politica democratica le imponga tempi poco compatibili con il suo spleen la innervosisce.
Anche perché lei oggi, grazie anche ad alleato mai come ora riottosi, si sente sotto assedio. Deve inertizzare Matteo Salvini con la freccia accesa a destra, dribblare il centrismo liberal di Antonio Tajani, scongiurare che il centrosinistra diventi a trazione riformista e crescendo in numeri e mordacità la punga dove fa male davvero.
E deve tenere a bada una classe dirigente farcita di scavezzacolli pivellanti a cui neanche il piglio di sua sorella Arianna è riuscito a mettere freno e sordina.
Il bis che serve, e serve subito

E son guai, sì. Le serve di fare il bis, a Giorgia, e farlo subito: a quel punto – e Matteo Renzi ha ragione cento volte – le si schiuderebbero davanti praterie sconfinate. Il 2029 per il Quirinale, sostenuta per la prima volta da una maggioranza destrorsa compatta, oppure quella riforma del premierato che le sposterebbe la casella del Colle solo un po’ più avanti.
I prossimi passi sono quelli di sfangarla al referendum sul sì alla separazione delle carriere e di eliminare i collegi castrando gli avversari. Ma sono passi aleatori, di timing lungo, e Meloni è nervosa.
Ed è nervosa per lei molto più di quanto non lo sia per le sorti concrete di un paese che sta piegando al suo sogno, quando invece era stata eletta esattamente per il contrario.



