Latina, il laboratorio si divide: centro e periferie votano due Italie diverse

Il referendum a Latina conferma la vittoria del “Sì”, ma svela una geografia politica complessa: il centro città si divide e in molte sezioni prevale il “No”, mentre borghi e periferie votano compatti per il “Sì”. Un quadro che riflette un cambiamento più ampio: le periferie sempre più orientate a destra, i centri urbani terreno di crescita del centrosinistra. Un segnale che i partiti non potranno ignorare in vista delle prossime elezioni.

Andrea Apruzzese

Inter sidera versor

La chiamavano il laboratorio della destra. E non era un’etichetta casuale. Latina è stata una delle prime città italiane, all’indomani della legge sull’elezione diretta del sindaco, a scegliere un primo cittadino proveniente dal Movimento Sociale Italiano. Era il novembre 1993 quando Ajmone Finestra, senatore missino ed ex repubblichino, sbaragliò il campo in una città che per quasi mezzo secolo, dopo la Seconda guerra mondiale, era rimasta saldamente nelle mani della Democrazia Cristiana.

Un passaggio storico, che anticipava trasformazioni politiche nazionali: Forza Italia non era ancora nata, Alleanza Nazionale sarebbe arrivata due anni dopo. Da lì, tra l’esperienza di Finestra e quella di Vincenzo Zaccheo, prese forma quel laboratorio politico che avrebbe fatto scuola. Un luogo in cui la destra sperimentava modelli, linguaggi e consenso.

È da questa memoria che bisogna partire per leggere il dato di oggi. Perché Latina non è una città qualsiasi: è un territorio che ha costruito nel tempo un’identità politica riconoscibile, radicata e stratificata. E proprio per questo, il risultato del referendum racconta qualcosa di più profondo di una semplice percentuale.

Il risultato: vittoria del Sì, ma non uniforme

In verde i territori in cui ha vinto il SI, in rosso quelli per il NO

A Latina città il referendum sulla riforma della Giustizia ha visto prevalere il Sì con il 54,50%. Una vittoria netta, in linea con l’impostazione del Governo di centrodestra che su questo quesito aveva investito politicamente. Ma fermarsi al dato complessivo sarebbe un errore. Perché la geografia del voto racconta un’altra storia.

Tolte le sezioni speciali degli ospedali Goretti e Icot, dove il Sì ha comunque prevalso, e al netto del clamoroso pareggio 50%-50% nella sezione del liceo Classico, emerge un quadro frastagliato: in oltre 30 sezioni ha vinto il No.

E non sono distribuite a caso. Queste sezioni si concentrano nel cuore urbano della città: piazza Moro, viale Mazzini, via Tasso, via Sezze, il liceo Grassi, il Manzoni, la scuola Corradini, la Don Milani nel Q4.

Una vera e propria linea di demarcazione politica e sociale, che divide il centro dal resto del territorio. Perché mentre il centro storico appare più contendibile, quasi in equilibrio, il resto della città — soprattutto borghi e periferie — si muove in modo molto più compatto.

Borghi e periferie: lo zoccolo duro

È nei borghi che il dato diventa politicamente significativo. Carso, San Michele, Sabotino, Piave, Santa Maria, Montello, Podgora, Isonzo: qui il Sì supera spesso il 70%. Numeri che non lasciano spazio a interpretazioni ambigue.

Si tratta di comunità con una forte identità storica, legata alla bonifica dell’Agro Pontino, dove permane uno zoccolo duro di destra, radicato e riconoscibile. Una destra definita quasi “arcaica e bucolica” ma proprio per questo resistente, identitaria, difficilmente permeabile. E tuttavia, il fenomeno non è solo storico.

Latina fotografa una tendenza ormai nazionale: le periferie, un tempo terreno della sinistra, si stanno spostando verso il centrodestra. Al contrario, il centrosinistra cresce nei centri urbani. È una dinamica visibile anche altrove nella provincia pontina: nei Lepini, a Sezze, a Priverno, a Pontinia, fino alle periferie di Formia. Un movimento lento, ma costante.

Un voto che supera gli schieramenti

Eppure, il quadro non è lineare. Ci sono territori dove il centrosinistra perde alle elezioni amministrative ma vince nei referendum. Segno che, in questi casi, il voto si sgancia dalle appartenenze partitiche e si orienta su basi diverse.

Foto © Andrea Apruzzese

È qui che emerge l’elemento più interessante. Il referendum ha funzionato come una sorta di stress test politico: ha misurato non solo il consenso, ma anche la capacità degli elettori di muoversi autonomamente rispetto agli schieramenti. Un dato che tutti, destra e sinistra, dovranno tenere in considerazione. Perché il messaggio è chiaro: gli elettori non sono più blocchi monolitici.

E mentre il Lazio nel complesso boccia la riforma, Latina — con le sue contraddizioni interne — dimostra che la politica territoriale è ormai un mosaico complesso, fatto di identità locali, storia sociale e percezione concreta dei temi. (Leggi qui: Referendum, due mappe e un solo risultato: Si nelle province ma Roma decide No).

Le prossime elezioni, amministrative e politiche, sono dietro l’angolo. E chi saprà leggere meglio queste faglie, avrà un vantaggio decisivo.

(Foto di copertina © DepositPhotos.com).