La Regione Lazio approva il nuovo Piano di coordinamento sugli impianti di cremazione e mette uno stop alle nuove realizzazioni: i quattro impianti attivi garantiscono una capacità sufficiente almeno fino al 2030. Per Frosinone si chiude di fatto ogni ipotesi di nuovo forno crematorio, compresa quella valutata dall’amministrazione Mastrangeli. Esultano le opposizioni
Il Lazio ha fatto i conti con la morte. E per una volta i conti quadrano. Quarantaduemila cremazioni l’anno: è il numero con cui la Regione ha deciso di misurare il proprio rapporto con la morte. E di dichiararlo, nero su bianco, sufficiente fino al 2030.
La Giunta regionale con la deliberazione 197 pubblicata sul Bollettino Ufficiale n° 30 ha adottato il «Piano regionale di coordinamento per la realizzazione degli impianti di cremazione». Via anche all’Allegato Tecnico «Programma regionale di controllo degli impianti di cremazione». Viene messo così ordine in un settore che finora si era mosso in modo estremamente frammentato.
La Delibera 197

Nelle 52 pagine della delibera si legge che «attualmente sono operativi sul territorio regionale quattro impianti crematori: Roma Flaminio, Civitavecchia, Viterbo, Montasola. Hanno una capacità operativa complessiva stimata al 2026 in 42.292 cremazioni/anno». E che, sulla base delle proiezioni al 2030, «l’attuale dotazione impiantistica risulta sufficiente a soddisfare il fabbisogno regionale, suggerendo una politica prudente che non prevede nuove realizzazioni se non a fronte di un comprovato incremento della domanda non soddisfacibile dall’esistente».
Tradotto: il Lazio dichiara il sistema crematorio «a posto così» fino al 2030, con una capacità superiore al fabbisogno stimato. I numeri citati dalla delibera parlano chiaro: capacità complessiva 2026 pari a 42.292 cremazioni/anno, a fronte di una domanda stimata al 2030 di 40.637 cremazioni/anno.

La delibera chiarisce inoltre che il Piano «delinea il fabbisogno regionale basandosi su criteri di proporzionalità e sostenibilità, definisce le norme tecniche per la realizzazione e gestione degli impianti e prescrive l’adozione di sistemi di monitoraggio in continuo».
La Regione ricorda poi, a scanso di equivoci, la sentenza del Consiglio di Stato n. 14 del 3 gennaio 2022, emessa su ricorso del Comune di Civitavecchia, secondo cui «i forni crematori sono industrie insalubri di prima classe, similmente agli inceneritori di rifiuti».
Fuori dai giochi fino al 2030
La conseguenza per Frosinone è diretta e inequivocabile. Nessun nuovo forno crematorio è previsto — nemmeno nel capoluogo — salvo dimostrazione che la domanda superi stabilmente la capacità degli impianti esistenti. Una soglia che, stando alle proiezioni regionali, non verrà raggiunta prima del 2030.

La delibera assume un peso specifico anche alla luce di quanto stava accadendo in sede locale. Il sindaco Riccardo Mastrangeli, in uno degli ultimi question time — dietro sollecitazione del consigliere Sergio Crescenzi — aveva espresso la volontà di affidare un incarico tecnico a esperti del settore per valutare l’impatto ambientale derivante dalla realizzazione di un forno crematorio nell’area del cimitero comunale, nella zona di Madonna della Neve. Con la delibera regionale, quell’ipotesi viene di fatto congelata. La partita dei nuovi forni crematori è virtualmente chiusa. Fino al 2030. La Regione ha stabilito che siamo «a posto così».
È, di fatto, un segnale di tutela per un territorio che ha già dato troppo in termini di servitù ambientali. Una chiusura che arriva a tutela di un capoluogo che, su questo tema, aveva già visto crescere un fronte di opposizione articolato e trasversale: i consiglieri comunali del gruppo FutuRa Giovanbattista Martino e Teresa Petricca, il Comitato No Forno Crematorio Colle Cottorino, il Comitato Selva dei Muli e Madonna delle Rose, Fare Verde Frosinone e i Medici di Famiglia per l’Ambiente.
FutuRa esulta, l’ipotesi di Mastrangeli

Il provvedimento della Regione Lazio trova piena soddisfazione da parte dei consiglieri Teresa Petricca e Giovanbattista Martino, da sempre fortemente contrari all’ipotesi di costruzione del forno crematorio a Frosinone. I due esponenti di FutuRa definiscono la volontà dell’amministrazione Mastrangeli «un vero e proprio cortocircuito istituzionale, che mette in secondo piano le criticità ambientali e sanitarie di un territorio già fortemente inquinato». La sintesi è affilata: «Mentre la Regione impone regole per tutelare salute e ambiente, il Comune ipotizza nuovi incarichi per il forno crematorio: l’esatto contrario».
Il riferimento è alla decisione del sindaco di affidare un incarico tecnico per valutare l’impatto ambientale dell’opera, una mossa che oggi appare in controtendenza rispetto all’indirizzo regionale.
La delibera, in questo senso, non si limita a regolamentare il settore: di fatto toglie al Comune di Frosinone qualsiasi margine di manovra per procedere autonomamente, almeno fino a quando i dati sulla domanda non dimostreranno il contrario. Un esito che i comitati e i consiglieri di opposizione incassano come una vittoria politica. E che il centrodestra in Regione — la stessa area che governa il capoluogo — ha di fatto prodotto con la propria delibera. Un cortocircuito, appunto. Ma di segno opposto a quello denunciato da Martino e Petricca.



