L’esilio di Quadrini

Perché a Gianluca Quadrini hanno imposto l'esilio? C'è una logica nel provvedimento chiesto dalla Procura di Cassino ed eseguito in mattinata dalla Polizia Giudiziaria. E lascia intuire un quadro più ampio

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

Lo hanno colpito lì dove è più sensibile: non sui soldi, non sulle case, nemmeno sulla libertà personale. Gli hanno impedito di andare in giro per le province di Frosinone e Latina ad esibire se stesso nella quotidiana recita del personaggio politico. Lo ha disposto il Giudice delle Indagini Preliminari di Cassino Claudio Marcopido imponendo il divieto di dimora nell’intero Lazio Sud per Gianluca Quadrini, presidente del Consiglio Provinciale di Frosinone.

Le accuse

Il procuratore Carlo Fucci con il sostituto Alfredo Mattei

Nella sostanza, ha retto l’impianto accusatorio costruito con pazienza certosina dal sostituto procuratore Alfredo Mattei. Un mosaico investigativo composto da migliaia di tessere che il magistrato è andato a ritrovare ed una ad una indietro negli anni: fino al periodo in cui Gianluca Quadrini era il presidente assoluto della Comunità Montana di Arce. Le ultime parti del mosaico sono quelle della recente campagna elettorale per le Provinciali ’23 e le Comunali di Arpino perse contro Vittorio Sgarbi.

Ne è emerso un quadro che, letto attraverso le regole del Codice Penale, porta la Procura ad ipotizzare i reati di truffa e peculato. In pratica? L’utilizzo illecito di fondi pubblici per scopi non istituzionali, l’impiego fittizio di dipendenti pubblici per finalità personali. Più concreto?

Il presidente d’Aula Gianluca Quadrini

A Quadrini viene contestato di avere utilizzato per la sua campagna elettorale del 2023 il personale assunto dall’ente Provincia attraverso un’agenzia interinale e che doveva occuparsi invece solo delle necessità di ufficio. Non della sua persona, non della sua candidatura, non della sua elezione. Situazione analoga a quella ipotizzata nel periodo tra il 2019 ed il 2020 quando Quadrini era presidente della Comunità Montana di Arce, con 6 persone assunte per un progetto finalizzato allo sviluppo del territorio ma utilizzate – secondo la Procura – per attività politica personale e per la sua campagna elettorale durante l’orario di lavoro pagato dall’ente.

Non da solo

Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica

A sostegno dell’accusa ci sono registri con i fogli presenza del personale impiegato, firmati con date fittizie ed in maniera irregolare, addirittura alcune collaboratrici non avrebbero mai lavorato per l’Ente che le stipendiava. Fatture false poi sarebbero alla base dell’erogazione dei fondi pubblici. Non solo. Stando alle ipotesi d’accusa, Quadrini avrebbe fatto pagare alla Comunità Montana la parcella del suo avvocato che lo ha assistito in un precedente provvedimento. Cosa c’è di irregolare? L’allora presidente era stato assistito nella prima fase da altri penalisti ma all’ultima – stando all’accusa – aveva fatto fatturare tutto come se lo avesse assistito fin dall’inizio, aumentando così l’importo finale della parcella con voci che non le erano dovute. Un aspetto per il quale ora anche l’avvocatessa è indagata.

Ci sono poi altri quattro indagati. Che secondo la Procura avrebbero dovuto accorgersi dell’impiego non consono del personale. Sono figure che fanno riferimento alle società in house della Provincia di Frosinone, Apef, Frosinone Formazione, Fondazione Logos P.A. . A quelle tre società facevano capo le tre lavoratrici interinali utilizzate per l’accusa come collaboratrici personali dal presidente durante la Campagna per le Provinciali e le Comunali 2023 di Arpino.

Foto © AG IchnusaPapers

Nel caso della Comunità Montana, nel mirino ci sono lavori per 90mila euro mentre in quello della Provincia altri 45mila euro di compensi pagati alle dipendenti usate per attività diversa da quella istituzionale per la quale erano state assunte.

Cade invece l’accusa sul ricorso ai permessi istituzionali grazie ai quali si asteneva dal suo lavoro di docente presso l’Itis di Ferentino. Alla Finanza risulta che non sia andato a scuola per tutte le ore di lezione dell’intero anno scolastico 2022-23 in quanto rivestiva le cariche di Consigliere provinciale delegato. Durante l’interrogatorio di garanzia Quadrini, con l’assistenza dell’avvocato Claudio Di Ruzza, ha fornito chiarimenti che hanno portato a non contestare l’accusa. Per il momento. (Leggi qui: L’insostenibile leggerezza dell’essere Quadrini).

Perché l’esilio

(Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

Nell’impostazione dell’accusa coordinata dal procuratore Capo Carlo Fucci è chiara l’ipotesi secondo la quale Gianluca Quadrini abbia sovrapposto e confuso il ruolo istituzionale e quello politico, la funzione pubblica e la posizione personale. Non viene accusato di avere rubato fondi pubblici: ma di averli sperperati per una finalità personale mascherata da interesse collettivo.

Che senso ha il divieto di dimora nelle province di Frosinone e Latina? In un Paese nel quale la fucilazione alla schiena è stata abolita dal Codice, la privazione della libertà personale è il massimo che si possa imporre. La misura cautelare disposta nei confronti di Gianluca Quadrini segna un punto di riflessione non secondario.

Ciò che rende giuridicamente e simbolicamente significativo il provvedimento chiesto dal sostituto Mattei e dal procuratore capo Fucci è la natura del divieto che viene imposto all’indagato. Non una semplice sospensione. Non un generico obbligo di firma. Ma una misura che, nei fatti, impedisce a Quadrini di fare ciò che più lo ha definito in questi anni: ostentare se stesso nel gioco quotidiano del fare politica sul territorio.

Via la fascia

Il Palazzo di Giustizia di Cassino

Il paradosso è evidente. La misura cautelare non colpisce un conto corrente o un patrimonio. Colpisce la capacità relazionale, il presidio quotidiano del consenso, la frequentazione dei palazzi e delle piazze. E lo fa perché, secondo quanto ricostruito dalla Procura di Cassino, proprio quel presidio è stato costruito – in parte – con risorse pubbliche utilizzate in maniera impropria.

È proprio questo a far intuire che la Procura della Repubblica di Cassino abbia le idee ben chiare sul caso. Perché non c’è conferenza, cerimonia, inaugurazione, sagra di paese o riunione di condominio che si tenga in Ciociaria ed alla quale Quadrini non sia disposto a partecipare portando se stesso a rappresentare l’Ente. È la sua ragione di vita. Al punto che non chiede più la fascia quando va a rappresentare il presidente Luca Di Stefano: se ne è fatta cucire una personalizzata. Con tanto di iniziali. La vera punizione è impedirgli di andare in giro a sfoggiarla

L’errore alla base

Gianluca Quadrini (Foto © Stefano Strani)

C’è, tuttavia, un secondo livello di analisi – più sottile – che questa vicenda suggerisce. Ed è quello del ruolo delle istituzioni locali nel sistema democratico. Il caso Quadrini ci dice che il confine tra rappresentanza e appropriazione può diventare sottilissimo, quando la politica smette di essere esercizio di responsabilità e si riduce a gestione di apparati e relazioni. E ci dice anche che l’autoreferenzialità dei sistemi locali può degenerare in un uso opaco del potere. Soprattutto quando il controllo è debole e la comunicazione con i cittadini è sostituita dalla fidelizzazione personale.

È in questo substrato che personale assunto con contratti pubblici ma impiegato per attività personali di promozione politica, utenze, auto, rimborsi spese, tutto finisce piegato ad una funzione privata in chiave elettorale. Un uso disinvolto della cosa pubblica che non è nuovo nel panorama amministrativo italiano. Ma che, quando viene documentato nei dettagli, colpisce per il suo tono di normalità. Come se fosse tutto legittimo, tutto naturale.

E per Gianluca Quadrini lo era.