L’ideologia cieca che non serve a comprendere, ma solo ad aggredire

I guai del massimalismo e i casi scuola della lentezza nelle cose concrete: come per la Federazione di Frosinone

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Nessuno si adombri ma un primo sintomo, o quanto meno uno tra quelli più evidenti, c’era già stato con la faccenda del Manifesto di Ventotene. Neanche a dirlo, Giorgia Meloni aveva provocatoriamente parlato del tema, spiegando nella sua maniera tra basico e pop che lei di Europa ne vedeva un’altra. Ed apriti cielo.

Centrosinistra e Partito Democratico in particolare erano insorti e per settimane l’unica opposizione accreditata teoricamente a rendere amara la vita del Governo attuale addirittura a scalzarlo era passata in modalità “idrofobia”.

Attenzione, non che non sia giusto puntualizzare che Spinelli e gli altri fossero stati antesignani di un futuro di civiltà e che la loro visione andava contestualizzata a tempi più duri e grami di questi, ma il dato è un altro.

Il posto pigro delle idee

Elly Schlein

Il dato è quello per cui oggi in Italia, soprattutto a sinistra, l’ideologia sembra essere diventata un cantuccio pigro e concettuale dal quale proclamare fieramente la propria diversità, non è più una lente per comprendere la realtà.

E forse non lo è ma stata del tutto, almeno nelle sue forme più esagitate, ma il fatto resta: oggi buona, buonissima parte del Pd di Elly Schlein si tuffa nelle questioni di concetto e sembra farlo apposta per scansare le questioni pratiche.

Nell’Italia del soloni notabili e della cultura come muro questo aggettivo, “pratico” ha sempre avuto un’accezione deteriore. Ed è sempre stato un errore, perché la vita è pratica, il progresso che le si dovrebbe imprimere è figlio di cose pratiche. E in politica secondo format di democrazia rappresentativa vinci o perdi bene se metti le idee a giogaia della praticità, dei temi che davvero investono il vissuto dell’elettorato. Un esempio?

Elogio della praticità

Giorgia Meloni tra Maurizio Crosetto e Matteo Salvini

Oggi il Nazareno è sperso (in parte anche legittimamente, ma è tutta questione di volumi) tra una controversa definizione di pace in Ucraina e “genocidio” a Gaza. Ed nel nome di questi temi cruciali ma dosati oltre il “qb” sta palesando tutte le sue contraddizioni di partito correntizio, che un po’ scende in piazza coi Pro Pal ed un po’ sta alla finestra socialdemocratica ad invocare la mesotes del riformismo.

Tutto questo mentre, a livello territoriale ed in particolare nella provincia di Frosinone, l’assenza di una visione concreta ha tenuto in impasse il Congresso provinciale per oltre 6 mesi. Fino al capolavoro di sartoria politica con il quale ieri sera l’onorevole Federico Gianassi ha ricucito tutto (Leggi qui: Il ‘maestro’ Gianassi ricuce il Pd: riparte la via per il Congresso).

Gianassi e la prova sartoriale

Il “sarto” toscano Federico Gianassi ha appena cercato di fare il bordo ad uno strappo tra correnti che ha vanificato l’elezione del segretario provinciale. E lo ha fatto con una road map che, se tutto dovesse andare bene, dovrebbe perdurare almeno fino ad inizio agosto con la presentazione delle “nuove” candidature official.

Federico Gianassi (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

E’ il classico caso in cui la tigna nel far prevalere un’idea (e precisi interessi di squadra, ovvio) ha tenuto il Partito di opposizione più importante d’Italia incatenato ai suoi limiti pratici.

Quelli nel nome dei quali nessuno arretra e per colpa dei quali esistono percentili di elettori che vanno ad ingro(a)ssare le file degli astensionisti incazzati o disillusi. Quelli che poi con le tessere ci fanno i coriandoli e prova pure a dargli torto.

Incattivire la dialettica

Il problema nella sua interezza richiama un paradigma mentale collettivo pericolosissimo: quello per cui la comprensione di un fenomeno, anche di portata internazionale, non è più affidata ad una ideologia “concreta” che riesca davvero a discernere i nodi di un problema, ma si limita ad incattivire in maniera sterile la dialettica politica.

E nel farlo rende ogni posizione debole, contraddittoria, deprivata dei suoi aspetti veramente operativi che, nel caso dei partiti, dovrebbero coincidere con l’interesse degli stessi e con quelli dell’elettorato.

Solo che i due non coincidono quasi più, e nel caso di un partito come questo Pd che sta cercando di rifarsi una base solida di consenso in un mondo mutevole come mai prima che le basi tradizionali le incenerisce sul rogo della new economy la grana c’è e si vede.

I guai del massimalismo

Certo, oggi concedere spazio a riformisti e riformatori non significa solo dare spazio ad una visione politica più pratica, ma anche abdicare da un ruolo pop che calza a pennello ad Elly Schlein ed alla sua frangia, ma sta strettissimo al funzionalismo di un partito che sembra innamorato dei gargarismi.

Ma il dato è uno solo e resta quello: con due canali di comunicazione tra classi dirigenti e persone il rischio è grosso, perché quel binario è flessibile e tende a divaricarsi sempre di più. Perché, come ha scritto un sontuoso Antonio Bompani su Linkiesta, lo scopo resta “generare canali che permettano una comunicazione effettiva, fuori da schizofrenici circuiti da compartimenti stagni che non fanno altro che alimentare la progressiva riduzione di fiducia e partecipazione.

E se c’è una cosa di cui il Pd ha bisogno oggi quella è proprio la fiducia, che genera partecipazione. E magari, una volta tanto, risultati netti d’urna.