Lo spartito di D’Amico che il quartetto ha suonato

A Fiuggi, al trentennale di Confimprese Italia, la relazione del presidente nazionale è stata sostituita da una performance affidata ad un gruppo di musicicsti classici ed una voce narrante. Colpo ad effetto e messaggio al cuore dei delegati. Resta una relazione mai letta ed un bilancio soddisfatto. Tra lo spettacolo e la Carta di Fiuggi restano 40 pagine di numeri e proposte. Che nessuno, sul palco, ha letto ad alta voce. Ecco cosa c'era scritto.

Rinunciare invece di agire. Scelta folle nel mondo imprenditoriale. Non sempre. In particolare se l’alternativa è quella di stupire, cogliere tutta l’attenzione, ritagliarsi un profilo tutto personale. E più ancora se in prima fila, nel pubblico, c’è il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, cioè quello che di numeri, cifre, analisi e trend imprenditoriali dovrebbe cibarsi ad ogni evento.

È la scelta non convenzionale fatta a Fiuggi, per il trentennale di Confimprese Italia, dal presidente Guido D’Amico. Non ha letto la sua relazione davanti ai delegati. Ha lasciato che un quartetto di musica classica accompagnasse una narrazione recitata: una performance che ha colpito, sintetizzato, centrato il bersaglio, raccontato trent’anni di storia in sei minuti di emozione.

Ma la relazione esisteva. Ed era un’altra cosa: quaranta pagine del Centro Studi confederale che i delegati al Trentennale di Fiuggi non hanno sentito ma che vanno letti con più calma di quanta il palco avrebbe concesso. Perché lì dentro, senza violini, ci sono i numeri e le linee politiche che uno spettacolo non può contenere.

Quando la geopolitica entra nel negozio sotto casa

Il presidente Guido D’Amico ed il ministro Adolfo Urso

Il documento parte da una frase che meriterebbe di essere scandita, non sussurrata: «La geopolitica è tornata dentro l’economia». Non è un titolo ad effetto. È la premessa di un ragionamento che porta la crisi Ucraina, le tensioni in Medio Oriente e la competizione tra Stati Uniti e Cina dentro il conto di un carrello della spesa in un negozio di provincia. Il Centro Studi lo scrive senza giri di parole: «Non occorre dichiarare formalmente un’economia di guerra perché i costi economici dei conflitti entrino nei bilanci degli Stati e, attraverso questi, nell’economia reale».

Il filo che lega un dazio deciso a Washington a uno scontrino più caro a Fiuggi passa proprio da qui: l’aumento dell’energia non resta confinato al settore in cui si manifesta, si trasferisce sui costi, sui trasporti, e alla fine sui prezzi finali. E chi assorbe l’ultimo colpo, quando il potere d’acquisto delle famiglie si riduce, non è la grande impresa che può diversificare i mercati. È la micro impresa, che di margini di reazione ne ha pochi.

Il Sud come investimento, non come sussidio

Guido D’Amico e Francesco Rocca

Il capitolo più operativo riguarda il Mezzogiorno, ed è qui che la relazione abbandona la diagnosi per azzardare una proposta concreta. Gli incentivi attuali, argomenta il Centro Studi, hanno un limite strutturale: durano pochi anni, mentre un investimento produce effetti per decenni. La soluzione suggerita è un beneficio agganciato non all’investimento iniziale, ma alla produzione effettiva, sotto forma di credito d’imposta collegato all’IVA generata dal nuovo insediamento.

Non si tratterebbe di spesa pubblica passiva: lo Stato rinuncerebbe a una parte delle nuove entrate prodotte dall’investimento, continuando comunque a percepirne una quota. Tradotto: rendere il Sud competitivo non come atto di generosità, ma come conseguenza di un conto che, alla fine, resta in attivo anche per le casse pubbliche.

Il conto della moneta unica

L’intervento in diretta del ministro Matteo Salvini

C’è un passaggio, sull’euro, che la maggior parte dei convegni preferisce evitare: la relazione non lo evita, e nemmeno lo addolcisce. Riconosce che l’Italia non poteva restare fuori dalla moneta unica — «L’Italia non poteva non esserci» — ma aggiunge subito il prezzo pagato: la fine della svalutazione come strumento di competitività e un impatto sui prezzi che gli indicatori generali hanno raccontato in modo diverso da come le famiglie lo hanno percepito ogni giorno al supermercato.

Le grandi trasformazioni economiche, scrive il Centro Studi, non si misurano solo con gli indicatori macroeconomici: si misurano anche per gli effetti concreti che producono sulle famiglie e sulle imprese. 

Lo sportello che chiude e il territorio che si spopola

La vice presidente della Giunta Regionale del Lazio Roberta Angelilli

Il capitolo sul credito contiene forse l’immagine più efficace di tutto il documento. Da anni le banche chiudono filiali per ragioni economicamente comprensibili — digitalizzazione, concentrazione, cambiamento delle abitudini. Ma il Centro Studi rovescia la prospettiva: «Una banca non è soltanto il luogo nel quale si effettua un bonifico». È un presidio di relazioni, conoscenza del tessuto produttivo, funzione economica del territorio. «Quando uno sportello chiude, il cliente può probabilmente continuare a compiere molte operazioni attraverso il telefono o un computer. Ma il territorio perde una funzione».

Somma questo alla chiusura di uffici pubblici, scuole, presidi sanitari, e il risultato non è più la riduzione di singoli servizi: è una gerarchia tra territori, comuni che concentrano funzioni e comuni che le perdono. Una fotografia che la Ciociaria, tra sportelli bancari sempre più radi e ospedali sempre più concentrati, conosce meglio di molte altre zone d’Italia.

Il ricorso come tassa occulta

Guido D’Amico con il presidente della Camera di Commercio Giovanni Acampora

Sulla pubblica amministrazione, il documento coniuga con un’ironia involontaria la burocrazia italiana in una battuta che sembra un titolo di giornale: «Non condividi la decisione? Fai ricorso».

È la sintesi del contenzioso evitabile, quello che nasce quando un’amministrazione, pur avendo gli strumenti per correggere un proprio errore in autotutela, preferisce trasferire il problema al giudice. Un costo che paga l’impresa in spese legali, paga l’amministrazione che deve difendersi, paga il sistema giudiziario, e alla fine paga la collettività, per controversie che si sarebbero potute chiudere in un ufficio, senza un’aula di tribunale.

La proposta che ne segue è tecnica ma tutt’altro che marginale: una certificazione volontaria, affidata a soggetti terzi accreditati, che dia all’imprenditore una certezza qualificata sulla conformità del proprio investimento prima di spendere centinaia di migliaia di euro. «Non più burocrazia obbligatoria, ma maggiore certezza facoltativa».

Il commercio come specchio della politica

Foto: Andreas Prada Garcia / Pixabay

Il capitolo più insolito è quello che usa il commercio per raccontare la politica. Il Centro Studi osserva che produzione e distribuzione hanno seguito, negli ultimi trent’anni, lo stesso percorso di partiti e leader: da un sistema in cui si produceva un’idea e poi si cercava il consenso, a un sistema in cui si individua prima cosa produce consenso, e si costruisce il messaggio attorno a quello.

Persino Silvio Berlusconi compare, citato non come giudizio politico ma come «passaggio emblematico» di una trasformazione che ha portato il linguaggio della televisione commerciale dentro la politica.

L’ultima tappa di questo ragionamento è la più inquietante: con l’intelligenza artificiale capace di generare immagini, voci e dichiarazioni verosimili, la domanda non è più solo se un fatto sia falso, ma se sia ancora possibile stabilire che sia realmente accaduto. Un tema che un summit di piccole imprese non discute spesso, e che il documento affronta senza tirarsi indietro.

Chi rappresenta chi

Il capitolo finale è il più scomodo per chi lo ha scritto, perché riguarda l’associazione stessa. Il Centro Studi pone una domanda che raramente le organizzazioni di categoria si fanno ad alta voce: «Perché tante imprese non sentono il bisogno di essere rappresentate da noi?». E propone una soluzione radicale: l’elezione diretta della rappresentanza imprenditoriale nelle Camere di Commercio, aperta anche a chi non è iscritto a nessuna associazione. Con una frase che vale come manifesto: «A quel punto la maggiore rappresentatività non sarebbe dichiarata. Non sarebbe ereditata. Non sarebbe determinata attraverso un accordo tra gli apparati. Sarebbe scelta».

Un’organizzazione che, nel giorno del proprio trentennale, propone di sottoporre la propria legittimità al voto delle imprese, comprese quelle che oggi non ne fanno parte, non è un gesto scontato.

I numeri che nessun violino racconta

Il collegamento da New York con Luigi Di Maio

E poi ci sono i dati, in appendice, che danno concretezza a tutto il resto. Il commercio con sede fissa e quello ambulante, insieme, sono passati da oltre un milione di attività nel 2000 a 796.438 nel 2025: una riduzione del 22,4% in venticinque anni. 

Ma è l’ultimo decennio a pesare di più: tra il 2015 e il 2025 il settore ha perso 148.978 attività, il 15,8%, con il commercio ambulante crollato del 33,3%, tre volte più della contrazione delle sedi fisse.

Un’attività su sei, rispetto al 2015, non esiste più. È il numero che lo spettacolo di Fiuggi ha messo in note musicali e che la relazione ha lasciato scritto per chi la voglia leggere.

Il bilancio, e la carta rimasta da scrivere

Chiuso il sipario sul quartetto, il bilancio che il presidente D’Amico ha consegnato ai cronisti non assomiglia al documento del Centro Studi. Dove le quaranta pagine interrogano, il bilancio rassicura. E non è il registro obbligato di ogni bilancio congressuale: la sostanza politica non sta nel consuntivo ma in ciò che il consuntivo annuncia: la Carta di Fiuggi. D’Amico la definisce senza giri di parole: «Una carta di intenti importanti, di proposte che noi facciamo allegando anche le soluzioni». E aggiunge l’auspicio che vale come sfida, più che come speranza: che le proposte «siano sentite da chi ha orecchie per sentire, prima di tutto il Governo».

Tra i punti che il presidente ha scelto di anticipare, uno riprende quasi alla lettera l’impostazione del Centro Studi: un contratto unico per la microimpresa, «plurisettoriale, perché la microimpresa, che sia dell’artigianato, che sia del commercio, che sia dei servizi, ha una tematica di approccio molto differente da quella della grande e della media impresa». L’altro è la semplificazione, con «proposte operative» sui costi eccessivi che le imprese italiane devono sostenere — lo stesso terreno su cui le quaranta pagine erano arrivate fin dentro il singolo procedimento amministrativo, senza fermarsi allo slogan.

La differenza tra il bilancio e la relazione, allora, non è di contenuto ma di temperatura. Il presidente parla di un’associazione che guarda avanti con soddisfazione; il Centro Studi aveva scritto che il primo dovere, prima di rivendicare spazio, era interrogare la propria capacità di rappresentare. Sono due voci della stessa organizzazione, ed è la seconda, quella lasciata al violino, a dire se la Carta di Fiuggi sarà davvero un punto di partenza. O solo l’ennesimo documento con cui un’associazione, il giorno dopo la festa, torna a chiedere di essere ascoltata.