Lunga vita a Giorgia, la globetrotter del “dolce far qualcosa” ma mai del tutto

Gli imminenti mille giorni del governo in carica e la mistica di una leader che non vuole uscire dal suo sogno di underdog

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Manca poco al compleanno, e tutti, a bottega, si stanno accingendo a ché quel compleanno sia il più glorioso possibile. Con probabilità vicine al 100% Giorgia Meloni, che spegnerà la millesima candelina sul mandato dell’esecutivo che guida, affiderà al solito video messaggio social la grandeur di quella ricorrenza.

Con probabilità altrettanto altre sottolineerà che il suo è uno tra gli Esecutivi più longevi della storia patria repubblicana. E quasi certamente condirà quella nicchia in Albo d’Oro Patrio con tutta una sere di risultati e concetti per disegnare i quali sarà regina la parola “record”.

Ci sono i fatti e c’è il sugo lessicale per condirli, e il distinguo va fatto: sempre e con chiunque.

I fatti: ascesa di una leader

Bruno Magliocchetti con Giorgio Almirante

I fatti dicono che Giorgia Meloni è stata protagonista e fautrice unica di un’ascesa irresistibile del suo Partito, Fratelli d’Italia. E’ passata dalle gigantografie di Pino Romualdi e Giorgio Almirante sui cui faccioni la sera calavano le serrande arrugginite della Roma coatta anni ‘90 a stare seduta al tavolo del G7 come guida istituzionale massima di un Paese di 60 milioni di abitanti.

Il sugo di quei fatti, senza il quale gli stessi sono solo dati tecnici, è che per fare questo Meloni ha surfato l’onda di una nazione disillusa, astensionista in urna per parte maggioritaria. E mai come prima suscettibile al lessico basico di un sovranismo che pian piano sta scavando la fossa ai meccanismi della democrazia parlamentare.

Ha seguito l’usta di un male planetario, la Meloni, un morbo che ormai ammala il mondo intero e che viaggia coi germi delle democrature spicce.

Il format del “melonismo”

Ma di fatto ha inaugurato un format nuovo di pacca in un Paese che non si è ammalato di “melonismo”, ma che era “meloneggiante” prima ancora di sapere che Meloni fosse in grado di scoprire la tela sul quadro delle nostre idrofobie sanculotte.

Palazzo Chigi

Purtroppo la premier non è stata la sola protagonista di questa rivelazione (non metamorfosi, tamarri e supponenti noi italiani lo siamo sempre stati). Ha avuto gioco facile, la ex ragazza che calamitava lo spleen rabido di Colle Oppio.

Ce l’ha avuto perché negli ultimi 20 anni il centrosinistra ha fatto di tutto per agevolare l’epifania di questa profetessa tiroidea capace di urlare cose aquiline a masse ipnotizzate dal loro stesso pressappochismo.

Tutti gli assist della sinistra

Enrico Letta (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

Governi assemblati extra voto (legittimi ma mezzi spuri), strusciate all’alta borghesia, salamelecchi alle banche e progressivo allontanamento da una base diventata orfana delle sue istanze primordiali hanno accelerato il tutto. E schiuso praterie brulicanti proseliti di fronte a questa Masaniella reazionaria che ha raccolto la sua messe dopo una semina perfetta.

Il 19 luglio il governo Meloni si consacrerà come uno dei più longevi e su questo claim grava lo spettro del lessico facile con cui il sovranismo sta addomesticando le masse italiche.

Quello per cui “se sta durando vuole dire che funziona”. E ovviamente non è così, non nel senso di considerare il mero timing indice di successo.

La bugia della longevità meritevole

Questo se per successo di una formula di governo intendiamo la piena rispondenza con i bisogni della Nazione e non della parte di essa che si bea di aver dato il voto giusto. Quello che resta, ad oggi, di questo team che non sembra aver capito la differenza tra guidare una nazione e pascere proseliti, è un blob di difficile classificazione.

Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica

Un’oncia di nostalgia malcelata dai doveri della vita istituzionale e democratica, due etti di tolkienismo in stile cosplay. Poi qualche “capoccione” sperso nei tinelli dei maggiorenti, xenofobia pura travestita da legittimismo solo per chi “è in regola”, mezzo chilo scarso di traccheggiamenti tra logiche Ue e mistica patriottarda ed una politica interna che ha dimenticato l’industria.

Su tutto grava il vero cardine del melonismo: che è quello di aver saputo promuovere il concetto di riscatto da semplice categoria sociale ad epos di quella parte di popolo che prima veniva derisa e che oggi la sua campionessa underdog che incarna il “nuovo sogno italiano”.

Il “sogno italiano”

Meloni urla agli italiani che possono farcela malgrado in garage abbiano una Simca dell’82, malgrado l’impiegato di banca li cerchi ogni giorni al telefono per “quella rata insoluta”. Che studiare e laurearsi non è poi così fondamentale e che sì, ogni africano su un treno è un attentato vivente alla loro sicurezza.

Una underdog che scrive libri sul suo essere tale e che racconta storie che sono come i romanzi di Salgari: mai veristi ma plausibili, e pieni del fascino corsaro di esistenze che non vogliono più piegarsi all’Italia notabilante e delle sinistra da tartina.

Tutto bello ed in parte tutto vero, tanto vero che, al di là della pelosità, Giorgia Meloni se la può tranquillamente mettere in petto, la coccarda di leader e premier longevissima. A patto però che poi, tra uno spot ed un “record”, inizi a governare. Perché l’Italia è strana e gli italiani sono volubili. Tanto volubili da aver fatto finire favole più patinate della sua.