Il referendum come anticamera della futura competizione politica: con la premier che brandizza e l’antagonista che tentenna
A lei non interessa un cecio di Mara Maionchi, a lei interessa il suo elettorato di base che, al netto di un astensionismo che non deperirà, potrebbe dare la vittoria alla sua “battaglia”. Quale? Quella post referendaria a tema Giustizia che Giorgia Meloni ha intrapreso da pochi giorni. Dopo la democrazia pop infatti scatteranno i meccanismi di quella rappresentativa, ed è ora di pensarci.
E che potrebbe sparare la premier nell’Empireo dei leader vincenti. Oppure che potrebbe affossarla con uno primo step in negativo dal quale, calcoli alla mano, l’inquilina di Palazzo Chigi saprebbe comunque riprendersi dopo aver appaltato una “battaglia” che sa più di sinistra agguerrita che di destra conservatrice.
Insomma, negli ultimi giorni Meloni ha trovato due cose. Un rigurgito di quel cesarismo che non ha mai smesso di ammalarla e lo scenario ottimale per tamponarlo ove lo stesso non andasse a meta tiroidea.
Gli ostacoli: interni ed esterni

Ovviamente non senza ostacoli e/o remore. Quali? Il primo è generico ma immanente. Piaccia o meno, se Meloni decidesse (o riuscisse) a dare il suo nome alla battaglia post referendaria lasciandolo in bellavista sulla scheda entrerebbe in un format pericoloso. Quello di Matteo Renzi, che al suo, di referendum, diede il brand personale e che a fine 2016 fu costretto a dimettersi.
Il secondo è inside ed accertato la fonti primarie (Mario Lavia de Linkiesta): pare proprio che la prospettiva della premier di lasciare le impronte digitali sul match referendario e di opzionare la Grande Scadenza Politica non abbia fatto fare i salti di gioia agli alleati.
Cosa non piace a Tajani e Salvini
Antonio Tajani e Matteo Salvini temono, fortissimamemte temono, che una eventuale vittoria con il format di blasone dequalifichi ancor di più il rispettivo credito in seno alla coalizione di maggioranza. Andando a creare una “Colle-Oppiocrazia” a quel punto difficile da vanificare.

E pare che temano questa prospettiva più di quanto non temano l’ipotesi di una vittoria del “no”. Ma Giorgia non demorde, anche perché ha fiutato cosa sta accadendo sull’altro versante.
Cosa? Che Elly Schlein è troppo titubante per mettere la sua firma sul ring dopo la prossima primavera perché a differenza della sua antagonista alle spalle non ha un partito di “fedelissimi”.
Elly che ci pensa…
Ma un partito votato e vocato alla diversità di vedute. Un partito, quello del Nazareno, dove il sì al “sì” sta rannicchiato e certo almeno nel 15/20% degli iscritti, per lo più riformisti.

Questioni d leaderismo e di appeal del nuovo e odierno format di democrazia attenuata, dove chi guida è capo e se dice alla base di fare quattro carpiati su un nido di calabroni non vede neanche uno degli accoliti restare immobile o titubante.
Insomma, Meloni l’ha studiato bene, lo scenario, e pare proprio che tenterà l’azzardo. Da un punto di vista delle obiezioni interne ci sono due fattori. Tutti gli azzurri e parte del Carroccio non ci stanno ad essere gregari.
E attenzione: c’è un’obiezione inside to inside, cioè pare germinata all’interno di Fratelli d’Italia. Il dato è tecnico: gli elettori potrebbero barrare il nome di Meloni ma senza bollinare il simbolo di Fdi.
Barra Giorgia, ma a Fdi non piace
Tradotto? Il nome della capa del partito poterebbe il partito a prendere meno voti. E la Schlein? Lì sono tutt’altre faccende. Lo scopo della leader del Nazareno è scongiurare le primarie o arrivarci mediamente forte, e pertanto è meglio che il suo nome non ci sia.

Non perché ad Elly non piacerebbe una investitura bis dai gazebo, ma perché sa benissimo che oggi , in caso di sconfitta ai referendum, le quotazioni di Giuseppe Conte o di Silvia Salis salirebbero al punto da innescare uno stato critico.
Perciò la Schelin, che dovrebbe essere la nemica pubblica numero uno del leaderismo, preferisce che ancora per un po’ un po di leaderismo ci sia: il suo.
Cambiamo la legge
In buona sostanza sembrano essersi tutti innamorati, in prospettiva elettorale post referendum, per uno schema a due: proporzionale con premio di maggioranza e maggioranza certificata con il 40% dei voti ed il 55% dei seggi.

Tutto questo ovviamente a patto che restino blindate le scale gerarchiche attuali, anche dopo l’appuntamento di democrazia diretta tra poco più di due anni. E’ come se si lavorasse con buon margine di anticipo ad una legge elettorale che conviene a tutti.
Ma c’è una pregiudiziale, che alle leader conviene: abolire tutti i collegi uninominali perché lì il Campo largo della Schlein mena tradizionalmente botte da orbi. In attesa di un referendum che, suo malgrado, sarà prova generale non di quello che vogliamo noi, ma di quel che accadrà tra meno di due anni.



