Con quello della Vigilia di Natale, sono tre i Consigli comunali di fila saltati a Frosinone. Certificano la crisi della maggioranza Mastrangeli: numeri che non tengono, scontri interni e immobilismo politico. Mettono a rischio la governabilità e il futuro dell’amministrazione.
Tre consigli comunali saltati uno dopo l’altro per mancanza del numero legale: sono un primato difficile da ignorare e del quale la città di Frosinone ed il sindaco Riccardo Mastrangeli potevano fare a meno. Anche a livello di immagine. (Leggi qui: Presenti solo in 15, salta il Consiglio. «Sindaco dimettiti»).
Nemmeno si può derubricare il tutto a una mera “influenza stagionale“: è una crisi respiratoria in piena regola per la maggioranza Mastrangeli.
Nel capoluogo si assiste ad un ulteriore paradosso, che da tempo accompagna la narrazione politica nell’Aula consiliare. È quello per cui tutti giurano di non essere interessati alle poltrone, si parla di progetto, di visione strategica della città, di programma amministrativo, e “amenità varie”. Poi però, puntuale come la fila in farmacia dopo le feste, alla fine della fiera si finisce sempre lì: a discutere di assessorati. È su questo che la maggioranza del sindaco Riccardo Mastrangeli si è avvitata: e qui la narrazione si inceppa, per dare spazio alla realtà delle cose.
Mastrangeli compresso tra due fronti

Il sindaco rischia di rimanere schiacciato tra due fronti contrapposti che ormai , da tempo, si guardano di traverso. Da una parte la cosiddetta galassia Lega, che al suo interno deve ulteriormente “gestire” il rinnovato peso politico, potenzialmente dirompente, della lista del vicesindaco Antonio Scaccia. Dall’altra Fratelli d’Italia, che piaccia o no, è il Partito più forte, dentro e fuori Palazzo Munari. Gioca di sponda con il presidente del Consiglio comunale Max Tagliaferri e con il Polo civico/Nuova Realtà di Gianfranco Pizzutelli. Un equilibrio precario al punto che basta un soffio per farlo saltare. Con Mastrangeli che appare sempre più ostaggio della sua stessa maggioranza.
In queste condizioni, immaginare di arrivare serenamente a fine consiliatura sembra esercizio di fantasia più che una prospettiva politica. Come diceva Winston Churchill, «La politica è più pericolosa della guerra, perché in guerra si può essere uccisi una volta sola». E Mastrangeli, in questo momento, sembra rischiare ogni giorno la fine anticipata del suo mandato: che poi questo avvenga realmente, è tutta un’altra storia.
Calciomercato

In uno scenario così incerto e frammentato, si assiste poi in questi giorni a Frosinone ad un vero e proprio “calciomercato” che farebbe invidia alla sessione invernale della Serie A che inizia il prossimo 2 gennaio. I maggiori punti di ritrovo del Capoluogo sembrano tante sedi distaccate dell’Hotel Sheraton di Via Caldara 21 a Milano, la sede ufficiale delle trattative tra le squadre della massima Serie.
Si cercano consiglieri comunali da far entrare (o rientrare) in maggioranza, si tentano recuperi dell’ultima ora, si corteggiano gli scontenti. Un frullatore di trattative, smentite, rilanci, retroscena. Ma senza un accordo tra i due blocchi contrapposti, sono solo cerotti su una ferita che richiede invece un intervento chirurgico. E l’immagine della maggioranza di centrodestra, che nel 2022 era uscita forte e compatta dalle urne, oggi appare sfilacciata. Non ancora del tutto compromessa ma certamente indebolita. La situazione è seria, parecchio.
È vero che l’8 marzo prossimo ci saranno le elezioni provinciali e i voti ponderati di Frosinone servono come il pane. È altrettanto vero che nessuno vuole tornare a casa prima del 2027. Ma è altrettanto evidente che, se la situazione non si sblocca, l’immobilismo rischia di diventare ingestibile. Paralizza l’azione amministrativa e logora la credibilità di chi governa.
La via d’uscita

Il sindaco a questo punto, per uscirne, dovrebbe riappropriarsi del proprio ruolo. Va bene ascoltare tutti, va bene mediare, va bene la concertazione. Ma alla fine, in un sistema istituzionale che funziona, qualcuno deve fare sintesi. Deve decidere. E quel qualcuno è solo ed esclusivamente lui: non è una responsabilità che può essere subappaltata. A nessuno.
Mettere mano alla Giunta non può continuare ad essere percepito come lesa maestà, né come un dogma intoccabile. Un rimpasto, non un azzeramento, non significa rinnegare quanto è stato fatto fino ad ora. È semplicemente uno strumento politico, usato da tutte le amministrazioni e a qualsiasi latitudine. Un modo per arrivare con tranquillità, almeno apparente, al 2027. Magari anche con maggiore slancio ed entusiasmo.
Per questo, Mastrangeli potrebbe presentarsi davanti alla sua maggioranza al completo e dire: “Signori, ho due soluzioni. La prima: una modifica chirurgica dell’assetto della Giunta che tenga conto del peso reale dei Gruppi consiliari che lo sostengono, della rappresentanza, degli equilibri e della forma, (che spesso vale più della sostanza) Con il più rigoroso calcolo politico”. “La seconda? Le mie dimissioni irrevocabili. Fine dei giochi. Tutti a casa”.
La grande fuga

A quel punto, altro che discussioni infinite, ricatti, veti incrociati, mancanza del numero legale. Si scatenerebbe il fuggi fuggi generale, come quando finisce la partita del Frosinone e tutti pensano di arrivare per primi a riprendere la macchina al parcheggio, per evitare il traffico sulla Monti Lepini. Tutti si affannerebbero a trovare la quadratura del cerchio pur di evitare il ritorno anticipato alle urne. Perché una cosa è litigare quando il rischio è teorico, un’altra quando la porta di uscita si apre veramente.
Perché se è vero come insegnava Giulio Andreotti, che “il potere logora chi non ce l’ha“, è altrettanto vero che la paura di perderlo aiuta, tutti, a ritrovare improvvisamente il senso di responsabilità. La verità è che serve un accordo generale di fine consiliatura, blindato e messo in cassaforte. Un patto politico chiaro, scritto, condiviso. E soprattutto, senza ipocrisie.

Le altre partite, (la partita nella partita) quelle che evidentemente si stanno giocando in maggioranza e che riguardano equilibri più ampi e scenari futuri – andrebbero affrontate su altri tavoli. Non su quello di Palazzo Munari. Perché se si continua così, il giocattolo alla fine si rompe. E poi non basterà più nessun bilancino di precisione per rimettere insieme i pezzi.
Come scriveva Machiavelli, “ai mali bisogna provvedere mentre sono ancora facili da curare”.



