La manovra della Regione Lazio nelle parole dell’assessore Giancarlo Righini: mezzo miliardo di investimenti senza nuovo debito, tutela dei redditi medio-bassi e una strategia che prova a trasformare i numeri in visione politica.
I numeri smettono di essere aridi e diventano racconto. Le parole dell’assessore regionale Giancarlo Righini durante l’approvazione del Bilancio della Regione Lazio si collocano esattamente lì: nel punto in cui la contabilità pubblica prova a farsi politica. E la politica – se va bene – diventa visione.
Prendiamo la registrazione del suo intervento e riavvolgiamo il nastro. C’è un passaggio chiave:
Nessuno era mai riuscito a costruire un piano da mezzo miliardo di euro senza indebitare di un solo centesimo. Tanto per fare un esempio: dei due miliardi di euro di PNRR due terzi sono a debito e questo vanifica la ricchezza che quell’investimento produce, proprio perché quella è un’operazione a debito. Noi per la prima volta nella storia di questa Regione possiamo investire mezzo miliardo di euro generando esclusivamente ricchezza.
Senza un euro di debito

Il dato che Righini mette sul tavolo: mezzo miliardo di euro di investimenti senza un euro di nuovo debito. La Regione Lazio, esattamente come l’Italia, è stata abituata per decenni a finanziare il futuro ipotecando il presente. Pianificare i prossimi anni contando su soldi veri è un’affermazione che suona quasi eretica. Quella di Righini non è una frase a effetto: è una dichiarazione di metodo.
Il confronto implicito è con il PNRR, la grande occasione italiana ed europea. Righini non lo demonizza ma lo seziona: due terzi di quelle risorse sono a debito, e il debito – ricorda – finisce per erodere la ricchezza che l’investimento dovrebbe generare. È una lezione di economia politica che richiama alla mente i vecchi manuali di Finanza Pubblica, quelli che spiegavano come la qualità della spesa conti almeno quanto la quantità. Qui la Regione Lazio rivendica di aver fatto qualcosa di diverso: investire generando solo ricchezza, non passività future.
Oltre la contabilità

Ma il cuore del ragionamento non è solo contabile. È territoriale. La parola chiave che ritorna è “redistribuzione”. Quei 486 milioni di euro, spalmati dal 2026 al 2030, non finiranno – promette Righini – nelle mani di poche grandi imprese. L’ambizione è capillarità, una ricchezza che si muove nei territori, che non resta chiusa nei circuiti già forti. È una promessa politica impegnativa, perché misura il successo non solo sull’opera inaugurata, ma su chi ne beneficia davvero.
Poi c’è il capitolo fiscale, quello che parla direttamente ai cittadini. La riduzione dell’addizionale Irpef per i redditi fino a 28mila euro vale 127 milioni di euro. Tradotto: soldi che restano nelle tasche delle persone. Non una rivoluzione, forse, ma una scelta di campo chiara. A questa si aggiunge la manovra sull’Irap, più contenuta nei numeri – poco più di 7 milioni – ma simbolicamente rilevante: attenzione ai Comuni montani, al Terzo settore, alle cooperative sociali. Un messaggio preciso su quale economia si intende sostenere. (Leggi qui: Irpef, la Regione Lazio grazia i redditi fino a 28mila euro ed i sanitari).
Luci ma anche ombre

Righini, da tecnico-politico navigato, non nasconde le ombre. Il Bilancio della Regione resta rigido. La zavorra ha un nome antico e poco noto al grande pubblico: Fondo Anticipazioni di Liquidità, il Fal. Nato nel 2013 per consentire alla Regione di pagare fornitori e debiti, ha accompagnato il Lazio in una lunga traversata finanziaria. In pratica: con il cambiamento del modo di portare la contabilità negli enti locali, la Regione Lazio si era ritrovata dalla sera alla mattina con 10 miliardi di debiti (poi saliti a 23 miliardi). Lo Stato aveva creato quel fondo per consentire al Lazio di pagare i fornitori ma ogni soldi possibile finiva a restituire quelle somme anticipate.
La cancellazione del Fal è stata resa possibile dalle più recenti regole europee sul conteggio dei debiti. Non azzera il problema: il debito continuerà a essere pagato fino al 2051. Ma libera risorse. Ed è in quella fessura che si inserisce il piano di investimenti.
Qui sta forse il passaggio più politico dell’intera operazione. Non si tratta di negare il passato, né di dichiarare finita l’austerità. Si tratta di governarla. Pagare i debiti, sì. Ma non rinunciare a investire. È una linea di equilibrio che richiede consenso sociale. Non a caso, Righini sottolinea l’assenza di proteste sindacali. Anzi, parla di riconoscimento. In tempi di manovre lacrime e sangue, è un segnale non secondario.
Ridurre la pressione

Il peso complessivo delle addizionali regionali – Irpef e Irap – resta imponente: 1,6 miliardi di euro. La manovra non le smonta, le ritocca. Ma indica una direzione: ridurre progressivamente la pressione fiscale senza mettere a rischio gli equilibri di bilancio. È un percorso, non un colpo di bacchetta magica. E Righini lo rivendica come tale, parlando di responsabilità condivisa con le parti sociali.
In controluce, emerge una filosofia di governo: meno slogan, più ingegneria istituzionale. Difendere il potere d’acquisto delle famiglie, sostenere il lavoro, rendere il Lazio attrattivo per imprese ed economia sociale, senza giocare d’azzardo con i conti pubblici. A lungo, non solo nel Lazio, la tentazione è stata quella di promettere tutto a tutti è sempre dietro l’angolo.
Resta una domanda, che solo il tempo potrà sciogliere: questa manovra segnerà davvero un prima e un dopo, o resterà un tentativo virtuoso in un mare di rigidità strutturali? Per ora, una cosa è certa: per una volta, la Regione Lazio prova a raccontare il bilancio non come un elenco di vincoli, ma come una scelta politica.



