La chiarezza schietta che manca ad un partito che aspira alle redini del campo largo ma che non tiene forte la briglia
Un celeberrimo ricordo di Giulio Andreotti risalente agli anni della Fuci e del fascismo ormai regime in Italia narra che, ad un certo punto, gli studenti cattolici impararono alcuni modi con cui perculare il regime. Modi molto sottili. Ad esempio, alla domanda ipotetica e banale posta da un qualunque interlocutore: “Come va?” la risposta coniata era questa: “Non ci possiamo lamentare…”. Il che ovviamente, nel bel mezzo di una dittatura, era risposta che assumeva un doppio significato.
Ecco, facendo la debita tara ed uscendo da storia cupa ed iperbole oggi quello che pare mancare al Partito Democratico è qualcuno che, oltre che lamentarsi, sia capace di cazziare i vertici quando sbagliano.
Le accuse al centrodestra

Spieghiamola meglio: una delle contro accuse che i dem rivolgono al destracentro in ordine alle forti divergenze nel campo largo è banale. Cioè quella per cui “anche da voi siete in disaccordo praticamente sulla metà delle cose che discutete e su cui tra l’altro decidete”. Veroverissimo, ma con due angoli che pare il Nazareno voglia tenere appositamente al buio.
Il primo: alla fine e con un maquillage grossolano ma di questi tempi non immune da efficacia i partiti di governo alla fine trovano una quadra. E non perché trovino un accordo in purezza, bensì perché le scalmane preventive di ognuno servono come merce di scambio nella fase due, così ognuno concede qualcosa ed alla fine nessuno è scontento al punto da mordere polpacci.
Il format di Salvini

Matteo Salvini ad esempio è un maestro di genere: a lui non sta bene come sia andata a finire con le banche? Avrà i suoi ristori con l’autonomia differenziata, tant’è che in queste ore ha rispedito in tour elettorale in Veneto Roberto Calderoli.
Il secondo angolo buio che i dem non vedono (o fingono di non vedere): nel centro destra ci sono personaggi anche carismatici che, se le devono cantare ai “ribelli”, lo fanno senza i sofismi pazzoidi di che per criticare Elly Schlein parte dalle Guerre Puniche.
Altro esempio? Salvini sbraita sul no al pacchetto Ue di riarmo e su quello diretto per l’Ucraina? Arriva un Guido Crosetto e gliene canta tante e tali, a lui ed a Claudio Borghi, che il Capitano se ne rivà subito per sagre.
Il Conte eccentrico

Ora proviamo ad invertire i termini ed a concentrarci sull’altro campo, quello “largo”: c’è qualcuno che fino ad ora abbia avuto il coraggio di cazziare Giuseppe Conte per la sua posizione disomogenea soprattutto in tema di Ucraina, termovalorizzatori, rigassificatori e green non talebano?
Domanda ovviamente retorica, ed eccoti spiegato in parte il male inside del Nazareno. Si fa tutto nella bambagia ma è ovatta intrisa di curaro. Si abbonda in perifrasi ma nessuno infila mai quattro parole quattro, di quelle “papali papali” da cui far scaturire una rotta.

Qualche sera fa Lilli Gruber aveva provato a far dire a Pierferdinando Casini se Schlein fosse o meno una leader; le betoniere di Xanax necessarie a far ritrovare aplomb alla conduttrice stanno ancora arrivando a destinazione.
Mario Lavia ha coniato un periodo sul tema che è un piccolo capolavoro: “Ora siamo uniti, esultano i Nazarenici: come no, continuate a fidarvi del franceschinismo reale e del bettinismo percepito”.
Il dato è che da quelle parti sembra che sia scomparsa la percezione di una differenza sostanziale: quella tra politica e propaganda. E se questa cecità ammala tre volte di più il destracentro è anche vero che lo stesso ha pascoli elettorali di beva molto più pronta.
Gli Esteri tiranni

L’elettore di sinistra no: lui vuole chiarezza, vuole temi concreti, e se non li vede non ci va, a votare. Senza contare un altro fattore che ha ammalato un po’ tutto il pianeta. Da 10 anni a questa parte la politica estera, per ovvi motivi legati a tanti drammi giganti in così poco tempo, è diventata la cartina di tornasole di quelle interne.
Ne è tiranna, e la politica estera è da sempre il campo dove le differenze di impostazione ideologica emergono più facilmente, specie in un Paese che vota con il Rosatellum e che obbliga i partiti ad apparentarsi senza affratellarsi.
La guerra del Kippur (anche al netto della strage di civili di questo scenario) in Italia suscitò meno pathos ideologico delle medie battaglie sindacali inside del periodo. D’altronde non c’erano i social e la tv era quasi agli albori.
Il lessico di unità vera

Tutto questo ha sì portato a forti divergenze tra i singoli partiti, ma il presupposto dovrebbe essere che gli stessi – in quanto super organismi di mediazione politica – siano pronti, addestrati e bravi a coniare un linguaggio che le superi o che quanto meno le emendi.
Nel Pd no: si contano i percentili, si fanno somme improbabili con M5s ed Avs e si blatera che prima si stava al 14% ma che oggi si sta quasi al 25%.
Senza contare che il Meloni team viaggia intorno al 30% da settimane e che tra meno di due anni si rischia una scoppola bis.
L’ora di decidere

Ci si imbroda per la vittoria di un “meregano” alieno come Mamdani e non si spulcia tra i democrat Usa moderati.
Quelli che tramite il gruppo Welcome hanno coniato uno slogan che pare il sale sulle ferite auto inflitte dei dem nostrani: “Decide to win”.
E che recita: “Se vuoi vincere prendi una decisione”. Forse la sola cosa che il Pd di oggi non sa (o non vuole) fare.



