Nel giorno dedicato ai diritti dell’infanzia, l’Italia piange Elia e Giovanni. Storie tragiche che ricordano quanto siano fragili le tutele per i più piccoli. Oggi più che mai, servono coscienza, ascolto e un impegno collettivo concreto. Nel nome anche di Gabriel e Mauro
Oggi è il 20 novembre, la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Una ricorrenza che dovrebbe essere un inno alla speranza, una festa delle possibilità, un momento in cui il mondo intero si ricorda che un bambino ha diritto alla vita, all’ascolto, alla protezione, al futuro. E invece si apre con due nomi che gridano il contrario: Elia e Giovanni.
Due bambini morti per mano delle loro madri, in questi ultimi giorni, in un’Italia che oggi dovrebbe celebrare i diritti dei più piccoli e che invece si ritrova a fare i conti con il loro silenzio più definitivo.
Elia e Giovanni, due sorrisi spenti

Il primo è Elia Perrone, otto anni, un sorriso del Sud. È stato trovato senza vita nella sua casa di Calimera, nel Salento. La madre, Najoua Minniti, era già morta in mare. Gli investigatori parlano di omicidio-suicidio. Ma oltre alle definizioni, ai verbali, ai telegiornali, resta la verità più nuda: Elia non potrà più crescere. Elia non potrà più vivere.
Il secondo è Giovanni, nove anni. È morto a Muggia, vicino Trieste. La madre, in un momento di totale oscurità, lo avrebbe ucciso con un coltello da cucina. Una casa normale, una notte normale, un bambino che non c’è più. Un padre che aveva paura e che ora vive dentro una domanda senza risposta: “Perché?“
Due bambini. Due vite. Due diritti – alla protezione e alla vita – che non sono stati rispettati. Nel Lazio, soprattutto in provincia di Frosinone, queste tragedie risuonano ancora più forti. Qui la memoria non è lontana, non è astratta: ha nomi, volti, luoghi precisi.
In Ciociaria il dramma di Gabriel e Mauro
Si chiamava Gabriel Feroleto, due anni e mezzo. La madre lo soffocò nel 2019, in una stradina di campagna di Piedimonte San Germano. Quel pianto che nessuno ascoltò, quel gesto che nessuno fermò: una ferita ancora aperta.

Si chiamava Mauro Iavarone, 11 anni. Era il 1998 quando venne ucciso dalla violenza di un gruppo di adolescenti. Un “branco”, lo chiamarono allora. Una provincia intera si strinse intorno al ricordo di quel bambino che non poté tornare a casa.
Elia. Giovanni. Gabriel. Mauro. Quattro bambini che avrebbero dovuto essere in classe, a ridere, a sbagliare, a crescere. Non nei titoli di cronaca. E allora che senso ha il 20 novembre, oggi?
Una ricorrenza ma soprattutto un impegno
Ha senso se diventa una scossa. Se smette di essere una ricorrenza, un post istituzionale, una frase di circostanza. Se torna a essere ciò che doveva essere fin dall’inizio: un impegno collettivo.

Nel 1989, l’ONU scrisse nero su bianco che i bambini hanno diritto alla vita, alla cura, al gioco, all’istruzione, alla protezione. Che il loro interesse viene prima di tutto. Che vanno ascoltati. Che non devono essere lasciati soli. Ma Elia era solo. Giovanni era solo. Gabriel era solo. Mauro era solo. Questa è la distanza – crudele, insopportabile – tra la legge e la realtà.
Il maestro Alberto Manzi, che dell’infanzia e della dignità umana aveva fatto la sua missione, lo disse senza giri di parole: “Una legge non serve a nulla se non nasce da un vero rispetto del bambino”.
Quei diritti scritti dentro la coscienza di tutti
E forse il rispetto, oggi, significa guardare i nostri figli mentre escono di casa e ricordarci che non è scontato. Che ogni colazione, ogni zaino sulle spalle, ogni carezza data al volo è un diritto che nel mondo – e purtroppo anche qui – non è garantito.

Significa ascoltare i silenzi, tendere le mani, non lasciare sole le fragilità. Significa non permettere che un altro Elia, un altro Giovanni, un altro Gabriel, un altro Mauro debbano pagare per ciò che gli adulti non hanno saputo vedere.
Oggi è il 20 novembre. La Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia. E il modo migliore per celebrarla è uno soltanto: fare in modo che domani – e ogni giorno – quei diritti non siano scritti solo sulle carte, ma dentro la nostra coscienza. Perché non è mai troppo tardi per difendere un diritto, ma può essere troppo tardi per salvare un bambino.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com).



