Il clima di guerra tra governo e magistratura e la scelta del ministro di ribadire che la Legge non sposa aspettative
Le sentenze di giustizia da un certo punto di vista sono una faccenda maledetta, lo sono perché hanno la tendenza a tradire le aspettative. Di chi per lo più non si aspetta una mera applicazione della Legge, ma un lavacro, una slavina di Giustizia o una coincidenza progettuale, cioè due cose che sembrano eguali ma non sono neanche simili. Sono agli opposti. Perché quel che disciplina un giudicato è il frutto dell’applicazione della Legge, mentre quel che impone la sete di Giustizia è il frutto della natura umana nella sua accezione più basica, nobile magari ma utopica.
Accade spesso perciò che nei sistemi complessi avanzati – tipo l’Italia che del Diritto è Patria con buona pace degli americani che i giudici li fanno eleggere – a volte partano dei cortocircuiti. Ecco, quello è il momento esatto in cui chi è chiamato a presiedere ai massimi livelli l’amministrazione della Norma deve recedere dalle esacerbazioni del format politico che (pure) rappresenta.
La legge senza bandiere

E giungere al momento sofferto ma catartico di proclamare una cosa molto difficile: che la Legge non ha colori, non ha bandiere e non segue le aspettative di sistemi paralleli. In buona sostanza, la giurisprudenza non va a traino dei programmi dei governi, come aveva precisato a suo tempo anche il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia.
E quando per vie del tutto opposte una sentenza arrivasse a confliggere con il comune sentire di un esecutivo o di una società quella non è partigianeria smaccata, ma solo l’effetto neutro della procedura. Procedura che non ha “amici”, né nemici, ma solo ambiti di applicazione.
Malgrado premesse non certo incoraggianti il Guardasigilli Carlo Nordio sembra aver capito che sì, forse la misura è colma e che forse uno scontro istituzionale non fa bene al Paese, oltre che a lui. “Noi vogliamo il dialogo con la magistratura proprio perché sappiamo che è chiamata ad applicare le leggi“.
Il “dialogo” fra politica e toghe

Ora, al di là del mezzo ossimoro, dove quel “noi” ovviamente sottintende il potere esecutivo ed un suo rappresentante che è anche uomo di vertice di quell’altro potere, il ministro non poteva metterla meglio. E soprattutto non poteva metterla con un timing più opportuno. I pronunciamenti dei giudici sui singoli casi legati al format Cpr albanesi, l’attesa di un giudicato europeo e le polarizzazioni politiche sul contesto hanno avvelenato ogni pozzo da qui a Via Arenula.
E serviva un calmiere dialettico ma ufficiale che spuntasse le ugole più affilate. Ugole come quella di Matteo Salvini, del sottobosco di sparring della premier e della premier stessa, che sul tema non è risultata affatto immune da spottoni in modalità “crociata” versus “certi poteri”.
Convegni ed imbarazzi
Nordio quelle parole più di miele che di fiele se le è fatte rotolare dalla bocca in un contesto molto particolare, vale a dire il convegno per i 60 anni di Magistratura democratica. Cioè di quella corrente della magistratura che tradizionalmente ha genesi e condotte extra dibattimentali più contigue all’universo politico di sinistra. E che qualche volta magari ha colpevolmente rivelato una sintomatologia del suo battage etico nell’applicazione della Procedura.
Ma il dato è un altro ed è dato ferreo da cui (ri)partire: la magistratura è tendenzialmente e prevalentemente sanissima, autonoma e del tutto distaccata dal percorso della dialettica politica, e una sentenza che non piace non è sentenza ingiusta, sbagliata, incompleta o settaria. E’ solo un atto che non rispetta le aspettative di chi in quelle aspettative ci mette più Dioniso che Apollo.
Arce: sentimenti diversi, format “uguale”
Proviamo a calcare un terreno se possibile ancora più insidioso. Non è un salto artificiale perché i meccanismi di “digestione” sono gli stessi, ovviamente al netto di un orrore che i delitti contro la persona purtroppo detengono. Quello dei processi per l’omicidio di Serena Mollicone e di un esito non ancora del tutto terminale, ma che almeno in punto di merito sembra aver blindato una verità.
Scomoda, terribile per le aspettative etiche ed emozionali di chi amò Serena ma finora in odor di ineccepibilità procedurale e vergognosa per una tempistica sbragata. Che ad ammazzare la studentessa siano stati i Mottola con carabinieri fiancheggiatori o conniventi è risultato talmente dubitativo che gli stessi non potevano essere condannati.

Ed infatti sono stati assolti: in primo grado ed in appello. “In dubio pro reo”, recita una locuzione che fin dai tempi di quella Roma che abbiamo totemizzato forse troppo a chiacchiere spiega che se non ci sono certezze l’orientamento va a favore di chi è imputato. Eppure nel comune sentire, sacrosanto soprattutto per gli affetti più cari di Serena, quel che ha statuito la corte a luglio è stata un’aberrazione.
Legittimo dolersi, sbagliato accanirsi
Non perché non sia legittimo e sacrosanto dolersi del fatto che dopo quasi 25 anni non ci sia ancora una verità giudiziaria, ma perché spesso la verità giudiziaria diventa un bisogno che sia il più vicino possibile alle nostre istanze. Che non sempre coincidono con quel che una toga è chiamata a fare. Ora, sul piano politico, il grande equivoco è proprio questo: che dovunque ci sia un giudice che non segue la rotta del governo allora quel giudice è il sabotatore della nave.
A pensarci bene ed in iperbole sarebbe come dire che il sole è cattivo e sbaglia quando fa salire troppo la temperatura e ci strippa le bollette dei condizionatori su cifre da infarto.

Nordio ha quindi capito ed accolto “le critiche tecniche che vengono poste”, ponendo però un distinguo dialettico capracavolista e tutto sommato giusto. Quello per cui “altro problema è la critica nel merito politico delle leggi soprattutto una volta che vengono approvate“.
“Meno critiche e toni più bassi”
E ancora: “Mi auguro che nel confronto che ci sia in futuro meno critica da parte della magistratura nel merito politico. E altrettanto mi auguro un abbassamento dei toni da parte della politica nel criticare le sentenze“. Il clima non era dei più sereni, dati i presupposti, e il segretario generale di Md Stefano Musolino lo aveva riassunto bene.

Così: “Spero che Salvini si incontri con Nordio e Nordio lo persuada a cambiare atteggiamento e a uscire fuori da questa grettezza istituzionale. Che non serve, e a recuperare un dialogo costruttivo con le istituzioni di cui il ministro Nordio oggi si è fatto garante. Speriamo prevalga la linea Nordio sulla linea Salvini”.
Ed anche lui paradossalmente sbaglia, perché alla fine non è un problema di quale linea debba prevalere, ma di capire che ci sono due linee che non possono e non devono intersecarsi. Perché non sono state codificate per andare l’una a traino dell’altra.




