Novo Nordisk, la bolla danese è già esplosa: Cgil chiama Rocca

Cgil lancia l'allarme. Il progetto da 2 miliardi di Novo Nordisk ad Anagni rischia lo stop dopo l’annuncio di 9.000 esuberi globali. Chiarlitti chiede un vertice urgente con la Regione Lazio. In gioco ci sono occupazione, investimenti e credibilità industriale

Antonella Iafrate

Se è scritto chiaro si capisce

La reindustrializzazione in Italia non è una certezza. È una speranza. E spesso, una fregatura. Quella che si sta consumando in queste ore ad Anagni è l’ennesima parabola di un entusiasmo annunciato e di una doccia fredda servita senza preavviso.

A marzo scorso era tutto un tripudio di buone notizie: Novo Nordisk, gigante danese del farmaco e delle biotecnologie, comprava il sito ex Catalent e annunciava un investimento di oltre 2 miliardi di euro. Un maxi progetto, ribattezzato “Fill and Finish Expansion” che prometteva 1.500 posti di lavoro qualificati, nuova linfa per la già florida industria farmaceutica laziale e un ritorno strategico della produzione in Europa. Il Governo italiano lo dichiarava “progetto di interesse nazionale” e per scongiurare qualsiasi intoppo burocratico nominava Commissario ad acta il Governatore Francesco Rocca. Tutto sembrava andare nella direzione giusta.

Poi, all’improvviso, il silenzio. E dopo il silenzio, il boato: 9.000 esuberi annunciati globalmente dal nuovo CEO Mike Doustdar: 5mila in danimarca, gli altri 4mila nel resto del mondo. Un cambio di rotta tanto radicale quanto repentino. E oggi, l’incubo: il piano di espansione ad Anagni potrebbe essere congelato, rimandato, ristrutturato… o semplicemente cancellato.

Le ombre sul progetto Fill & Finish

Sandro Chiarlitti

È il dubbio e l’incubo della Filctem CGIL di Frosinone e Latina. Questa mattina ha deciso di rompere gli indugi. Con una lettera indirizzata al presidente Rocca, chiede un incontro urgente e accende i riflettori su una situazione che rischia di deflagrare nell’indifferenza generale. A formarla sono stati il Segretario interprovinciale da Sandro Chiarlitti, con i componenti della Segreteria Antonio Parente e Francesco Cribari

Doveva essere un hub produttivo globale. Doveva ridisegnare l’equilibrio industriale della Ciociaria. Invece, a soli cinque mesi dagli annunci trionfali, il progetto pare essersi dissolto nell’opacità dei piani aziendali. Le uniche opere certe restano i 6.000 mq di edificio già realizzati da Catalent. Il resto – ovvero tutto ciò che contava: macchinari, linee produttive, forza lavoro, indotto – è finito in pausa per “valutazioni ulteriori”, come recita il linguaggio opaco delle multinazionali in ritirata.

Il sospetto del sindacato è fondato: la compagnia non ha mai presentato un piano industriale chiaro per il sito di Anagni. Si procede a tentoni. Il sito lavora ancora per conto terzi, senza una strategia definita. E intanto il quadro internazionale si complica: Novo Nordisk è sotto pressione per la concorrenza di Eli Lilly, che ha messo a punto un farmaco simile al suo: combatte l’obesità alla stessa maniera, è in pastiglie e non in puntura, non ha bisogno di essere conservato in frigo ma anche nel portapillole sta bene, soprattutto fa effetto in 4 settimane e non in 7.

A questo si aggiungano le cause legali negli Stati Uniti, le polemiche sul mercato del compounding, le difficoltà logistiche. Insomma: un cocktail letale di incertezze che ha messo in discussione persino i progetti più ambiziosi.

Il rischio dell’ennesimo disimpegno straniero

(Foto: © DepositPhotos.com)

Questa è la vera questione: se il progetto Fill and Finish viene fermato, non salta solo un investimento. Salta la credibilità dell’intero sistema Paese. Salta l’idea che si possa fare politica industriale in Italia con regole chiare, tempi certi e garanzie per i lavoratori. Salta la possibilità di tenere a casa una filiera produttiva vitale come quella del farmaco, in un’Europa che ha capito tardi – ma ha capito – quanto sia strategico produrre i principi attivi entro i propri confini.

Anagni non è solo Anagni. È un simbolo. È un precedente. È il termometro di quanto ancora siamo vulnerabili agli umori delle grandi multinazionali. I vertici cambiano, i piani si ribaltano, e l’Italia resta appesa. Aspetta spiegazioni, rincorre riunioni, si affida a comunicati.

Eppure, non tutto è perduto. La Filctem CGIL rivendica il valore del sito: due acquisizioni in cinque anni (prima BMS, poi Catalent, ora Novo Nordisk), una forza lavoro con competenze elevate, una reputazione consolidata nel settore. “È il fiore all’occhiello del territorio”, scrivono i sindacalisti. Ma un fiore, senza terra fertile, appassisce.

La politica ora deve decidere da che parte stare

Francesco Rocca con Adolfo Urso

Serve una risposta politica, subito. Non bastano le dichiarazioni di rito, né la burocrazia dei Commissari. Serve una regia. Serve che non solo Francesco Rocca e la Regione ma anche Adolfo Urso ed il Governo pretendano da Novo Nordisk una posizione chiara, un cronoprogramma, un impegno scritto. E se l’azienda non è più in grado di garantire ciò che ha promesso, si apra una riflessione seria su come vincolare gli incentivi pubblici, su come tutelare i lavoratori, su come garantire continuità produttiva.

Ma soprattutto: serve imparare dai propri errori. Anagni ci insegna che un annuncio non è un investimento. Che una PEC non è una politica industriale. Che un contratto firmato non è un futuro garantito.

Perché mentre i CEO cambiano e i capitali migrano, le persone restano. I lavoratori, le loro famiglie, le comunità locali. E l’Italia, se vuole tornare a essere protagonista, deve ripartire proprio da loro.