A Ceccano lunedì 12 gennaio il consiglio comunale che dovrà approvare il documento contabile tenendo ben presente i paletti del piano di riequilibrio finanziario da rispettare. Sarà una prova della verità per la maggioranza e per l'opposizione che dovrà decidere quale strategia adottare
Lunedì 12 gennaio, ore 9:00, Sala Consiliare di Piazza Municipio: non sarà un Consiglio “politico” nel senso classico, con mozioni, scintille e dichiarazioni a effetto. Sarà, piuttosto, il Consiglio dei numeri. Quello dove la politica è costretta a spogliarsi del marketing e a restare in camicia: bilancio e programmazione. Punto.
E con un dettaglio che a Ceccano pesa come un macigno: il Comune è dentro un Piano di riequilibrio finanziario pluriennale. Tradotto in parole da bar: la città non può permettersi passi falsi, perché ogni scelta passa sotto la lente. Il riequilibrio è una sorta di “rientro guidato”: serve per azzerare i debiti che si erano accumulati negli anni, lo Stato anticipa i soldi per evitare il collasso e poi negli anni si rientra in maniera scientifica e rigorosa, sotto il controllo periodico della Corte dei Conti e del Ministero dell’Interno. Si programmano entrate e spese con vincoli rigidi, si ricostruisce gradualmente la sostenibilità dei conti e si rispettano obiettivi anno per anno.
Con una cifra che dice tutto: oltre 500 milaeuro l’anno fino al 2035 da garantire in quel percorso. Significa che il Comune deve camminare su una strada stretta, con i fari puntati addosso: controlli e monitoraggi continui, e la consapevolezza che ogni deviazione diventa un problema.
Il programma che decide cosa si fa (e cosa no)

Dentro questo perimetro, lunedì 12 arriverà sul tavolo il cuore delle scelte amministrative. Prima si sistemerà l’ordinaria amministrazione dei verbali, poi si entrerà nel capitolo che più racconta che città vuoi fare: il programma triennale dei lavori pubblici e quello degli acquisti di beni e servizi.
È lì che la maggioranza metterà in fila ciò che intende realizzare tra il 2026 e il 2028 e cosa, invece, resterà nel cassetto. Perché la programmazione in un Comune “normale” è una lista di priorità; in un Comune in riequilibrio diventa una lista di priorità “compatibili”. È la differenza tra desiderio e possibilità.
Subito dopo, il Consiglio dovrà misurarsi con un altro punto che sembra tecnico ma è politica pura: la verifica di aree e fabbricati destinabili a residenza e ad attività produttive e terziarie. È una fotografia delle leve che un ente può mettere in campo per favorire sviluppo, lavoro, insediamenti. Non è una formalità: è decidere che tipo di crescita vuoi, e dove.
Consulenze e incarichi: la parola accende la miccia

E poi arriverà una parola che, a ogni latitudine, accende la miccia: incarichi e consulenze. Anche quando sono necessari, anche quando sono motivati, restano materia sensibile. Figuriamoci dentro un riequilibrio: lì la domanda non è “si può?”, ma “perché serve davvero, con quale obiettivo, e con quali garanzie?”. La maggioranza dovrà raccontarlo bene, prima ancora di difenderlo.
A seguire, il capitolo del patrimonio: alienazioni e valorizzazioni immobiliari. Che non è“vendere per vendere”, almeno nelle intenzioni. È l’idea di fare ordine, recuperare risorse, provare a trasformare immobili in valore: economico, sociale, funzionale. In tempi di vincoli, la gestione del patrimonio non è un accessorio: è uno strumento.
Il DUP: la bussola che tiene insieme visione e numeri

E poi, come in ogni Consiglio che parla di futuro, arriva il momento in cui si prende la bussola e si prova a capire la rotta: il Documento Unico di Programmazione, il famoso DUP. È l’atto che tiene insieme visione e contabilità: quello in cui la politica prova a scrivere una storia credibile dentro i numeri, senza finire nel romanzo fantasy.
In sostanza è il documento “madre” della programmazione: mette in fila le priorità dell’amministrazione, gli obiettivi e le scelte strategiche. E le collega alle risorse disponibili, indicando cosa si intende fare e con quali strumenti, prima ancora che quei propositi diventino voci di bilancio.
Il bilancio: il voto che rende tutto vero o tutto inutile
Infine, il punto che rende tutto vero o tutto inutile: il Bilancio di Previsione 2026-2028. Con nota integrativa, indicatori e risultati attesi. È il voto che definisce gli spazi della città. Ed è anche il voto che, più di qualsiasi conferenza stampa, chiarisce gli schieramenti: chi sostiene, chi contrasta, chi si smarca, chi manda segnali.

Perché il Bilancio di previsione è il documento con cui il Comune decide, prima ancora di spendere, come userà le risorse nel triennio: quali entrate prevede (tributi, trasferimenti, tariffe), come ripartisce le spese tra servizi essenziali, manutenzioni, investimenti e personale, e quali priorità diventano davvero finanziabili.
La nota integrativa spiega e motiva le scelte, mentre indicatori e risultati attesi servono a misurare se quelle promesse contabili produrranno effetti reali: non un libro dei sogni, ma una griglia di impegni, dove ogni cifra è una decisione politica.
L’opposizione e la scena madre: l’ultima fuga
Ed è qui che entra la politica. Perché lunedì non si capirà solo cosa farà la maggioranza: si capirà soprattutto che linea terrà la minoranza. Nell’ultimo Consiglio comunale, proprio quando si parlava di conti, l’opposizione aveva scelto la scena madre: alzarsi e andare via, accusando la maggioranza di alimentare bugie sul bilancio. (Leggi qui: Bilancio, strappi e silenzi: il Consiglio che divide Ceccano).

Un’uscita che ancora oggi viene raccontata come un fotogramma: Ginevra Bianchini dritta verso la porta, Alessia Macciomei ed Ugo Di Pofi seduti tra il pubblico come in attesa di capire se restare o sparire. Poi l’uscita anche loro quasi fosse arrivato un input a distanza. Aversa in un limbo breve, quel secondo in cui capisci che non è solo una scelta personale ma un posizionamento: e alla fine via anche lui. Assente Giovannone, e quel dubbio rimasto sospeso tra strategia e motivi privati.
Lunedì la prova: opposizione di lotta o di aula

L’unica a restare in aula era stata Manuela Maliziola, ex sindaco PSI, oggi in opposizione. E la maggioranza aveva risposto comunque, con toni duri, attribuendo gran parte delle ragioni del riequilibrio alla stagione del centrodestra guidato da Roberto Caligiore. Con un dettaglio politicamente interessante: Maliziola, pur seduta dall’altra parte, è percepita come figura di un’area che non è aliena al perimetro culturale del centrosinistra. E in quella seduta, quasi, sembrò finire in un cono d’ombra protettivo.
Lunedì, però, non si potrà recitare lo stesso copione senza pagare un prezzo. Perché un Consiglio di bilancio è sempre una prova di maturità: o ci sei, o ti stai autoescludendo. E se ci sei, non basta esserci: conta come.
I voti che parlano del futuro

È facile prevedere che Macciomei, Bianchini e Di Pofi terranno una linea di contrarietà. Ma la notizia, quella vera, sarà capire il comportamento degli altri: se Giovannone sceglierà un voto “muscolare” per accreditarsi come perno del centrodestra; se Aversa manterrà un profilo coerente o cercherà margini; se Maliziola confermerà la sua postura da consigliera che resta e ascolta, anche quando la scena suggerirebbe di andarsene.
Perché questi voti sul bilancio non sono mai soltanto numeri. Sono messaggi. E a Ceccano, dove i conti sono un percorso obbligato fino al 2035, i messaggi contano quasi quanto le delibere. In un Comune in riequilibrio, la politica non può permettersi troppi effetti speciali: la realtà, alla fine, presenta sempre il conto. E lunedì, in aula, il conto sarà sul tavolo. Tutto intero.



