Seconda fumata nera per la presidenza del Consiglio comunale di Frosinone: Carlo Gagliardi si ferma a 12 voti nonostante l'endorsement di Mastrangeli. Il sindaco, a fine serata, apre la crisi: non esclude dimissioni né giunta azzerata.
Undici schede bianche, piegate in due, cadono nell’urna una dopo l’altra. Non fanno rumore: ma a Palazzo Munari il silenzio con cui si riempiono pesa più di qualsiasi applauso mancato.
I latini avevano un’espressione per questo tipo di appuntamenti: hic et nunc, qui e ora. Alle 18.30 del giorno della convocazione, il Consiglio comunale di Frosinone si riunisce in seconda chiama con un solo compito: eleggere il presidente dell’Aula. Servono 17 voti, la maggioranza assoluta. Un numero che, dopo quattro mesi di veti, controveti, candidature bruciate e fumate nere, è diventato il simbolo della fragilità di un’intera consiliatura.
Non si tratta più soltanto di scegliere un garante dei lavori d’Aula: si tratta di misurare se una maggioranza esiste ancora. E per uscire dalle sabbie mobili in cui si è infilata da sola, quella maggioranza è costretta, ancora una volta, a guardare verso l’area politica dell’ex sindaco Domenico Marzi e verso il nome del consigliere Carlo Gagliardi.
L’étoile e l’ingegnere

Nei corridoi di Palazzo Munari, negli ultimi mesi, si è consolidata un’immagine che vale più di molte analisi politiche: Marzi in Consiglio comunale si muove con la stessa agilità con cui Roberto Bolle attraversa il palcoscenico della Scala di Milano. È l’étoile dell’Aula. Appare, scompare, avanza, arretra, ruota attorno ai dossier più delicati (l’ascensore inclinato, su tutti) e ogni volta riesce a spostare il baricentro della discussione senza che nessuno, maggioranza o opposizione, riesca a prevedere il passo successivo.
Se Marzi è l’étoile, Mastrangeli è l’ingegnere: inaugura opere, taglia nastri, apre cantieri, segue la politica ambientale. L’uno impersona, nei dossier consiliari più spinosi, la parte di Mister Wolf di Pulp Fiction: arriva all’ultimo minuto utile e risolve problemi. L’altro costruisce, cantiere dopo cantiere, il bilancio di mandato con cui presentarsi agli elettori nel 2027. Sono due figure che, da prospettive opposte, finiscono comunque per occupare lo stesso centro della scena amministrativa del Capoluogo.
Lo sfondo che cambia: il centrosinistra si riunisce

C’è un motivo in più per cui, questa volta, il fallimento pesa più delle volte precedenti. Fino a poche settimane fa la maggioranza di Mastrangeli poteva contare su un vantaggio implicito: le divisioni tra Pd e Psi in città. Quel vantaggio si sta esaurendo. Il dialogo tra le due aree progressiste è ripartito, e potrebbe presto arrivare l’ufficializzazione di un’unità che non si vedeva da quindici anni. Tradotto in cifre elettorali: il 2027 non sarà una passeggiata per nessuno, e il tempo delle furbate e delle tattiche è, semplicemente, scaduto.
Arriva dunque il giorno della verità. L’appello registra 29 consiglieri su 33, quattro assenti. Prima di votare, l’Aula osserva un minuto di silenzio per Luigi Conte, già assessore comunale. Si costituisce quindi il seggio elettorale, con Maria Antonietta Mirabella, Francesca Campagiorni e Marco Sordi scrutatori.
L’appello che cade nel vuoto

A sorpresa, prima del voto è il sindaco in persona a chiedere la parola, spendendosi apertamente per Gagliardi: «Chiedo all’assemblea di prendere in seria considerazione la candidatura del dottor Carlo Gagliardi, persona con un profilo istituzionale di rilievo […] È senza dubbio una figura di garanzia per tutti gli schieramenti». Un sindaco che scende in campo di persona per un nome, prima ancora che si voti, non è un gesto ordinario: è la misura di quanto quella sedia valga, o di quanto la sua maggioranza sia diventata difficile da contare. L’appello, però, si schianta contro l’aritmetica.
Per la prima votazione serve il quorum qualificato: 22 voti su 33. Lo spoglio restituisce una fotografia impietosa: Gagliardi 9, Marco Ferrara 6, Pasquale Cirillo 3, un voto ciascuno a Corrado Renzi, Angelo Pizzutelli e Sergio Verrelli. E le bianche: undici, più di quante ne abbia raccolte chiunque tranne Gagliardi stesso. I franchi tiratori, protetti dal segreto dell’urna, hanno già preparato pop corn, pizzette e tramezzini: lo spettacolo, in Aula, lo fanno loro.

Il quorum scende alla maggioranza assoluta, 17 voti. Gagliardi risale a 12, resta comunque a cinque voti dal traguardo. Ferrara conferma i suoi 6. Un voto a testa va a Pizzutelli, Marzi e Verrelli. Le schede bianche sono ancora dieci. Tra la prima e la seconda votazione Gagliardi guadagna tre voti e ne perde comunque cinque dal traguardo: un’aula che si muove, ma non abbastanza da sciogliere il nodo.
Il dopo-voto: l’aula si accende
Finita la conta, inizia lo spettacolo vero. Anselmo Pizzutelli annuncia l’occupazione dell’Aula: «La occupiamo. Esprimo la mia totale e convinta solidarietà a Giampiero Fabrizi, penalizzato da scelte incomprensibili. Il sindaco deve prenderne atto e rassegnare le proprie dimissioni subito».
Fabrizio Cristofari rincara: «Il sindaco non può più nascondersi dietro un dito […] Siamo di fronte al capolinea di una tenuta che non esiste più». Cirillo parla di «ennesima dimostrazione di una totale incapacità di sintesi» e certifica, a suo dire, «il fallimento del cosiddetto modello Mastrangeli-Marzi».

Paolo Fanelli porta il discorso sul piano identitario: «È inaccettabile che il sindaco si sia rivolto a un esponente della sinistra per ricoprire la massima carica istituzionale della città. Io resto saldamente un uomo di centrodestra», e intima a Mastrangeli di verificare se la maggioranza esiste ancora, «altrimenti ne tragga le dovute conseguenze».
Vincenzo Iacovissi osserva da fuori la scena con un giudizio netto: «Frosinone costituisce un unicum nella storia delle istituzioni […] si prenda atto dell’incapacità di scegliere il presidente e si concluda anticipatamente la consiliatura». Invece Francesca Chiappini rivendica fiducia nel sindaco ma chiede che il nuovo presidente arrivi dalla maggioranza. E Dino Iannarilli minimizza: «La situazione non è così grave come qualcuno la vuole far passare». Chiude Giovambattista Martino, puntando il dito sul metodo più che sul nome: «Non si è fatta mai una riunione e i consiglieri non sono mai stati coinvolti».
Mastrangeli non esclude nulla

È a questo punto che la serata smette di essere la cronaca di un’ennesima fumata nera e diventa qualcosa di diverso. Il sindaco prende la parola per ultimo, e questa volta il tono non è quello dell’appello accorato di inizio seduta.
«Perché persone che dicono di stare in maggioranza poi non votano il bilancio?», chiede Mastrangeli, prima di difendere la propria scelta su Gagliardi — «un amministratore di lungo corso» — e di prendere atto, senza girarci intorno, della frattura: «Prendo atto del fatto che ci sono stati 12 consiglieri che hanno orientato il proprio consenso sulla persona di Carlo e altri, invece, che hanno preferito andare su altri percorsi».
Poi arriva la frase che trasforma una seduta fallita in una crisi dichiarata: «Mi riservo di prendere qualsiasi tipo di decisione e non escludo assolutamente nulla […] Mi prendo quindi qualche giorno di tempo». Dimissioni personali o azzeramento della giunta: Mastrangeli lascia aperte entrambe le strade, e con esse la possibilità più temuta da chiunque amministri una città a otto mesi dal voto — l’arrivo di un commissario prefettizio a Palazzo Munari.
Cui prodest, uomini o caporali

Resta da capire a chi convenga, davvero, trascinare l’Aula fino al punto di rottura. Non alla città. Non a Mastrangeli, che oggi parte ancora come un favorito in pole position e che da un’interruzione anticipata della consiliatura non avrebbe nulla da guadagnare. E a guardare bene, nemmeno a Marzi, che su quella sedia vuota ha costruito finora la sua centralità, non la sua uscita di scena.
Winston Churchill diceva che «l’era dei rinvii, delle mezze misure, degli espedienti ingannevolmente consolatori, dei ritardi è da considerarsi chiusa». A Palazzo Munari quel momento, con dieci mesi di ritardo e due fumate nere, è arrivato lo stesso. Resta la domanda che Totò sapeva formulare meglio di qualsiasi politologo, ed è la stessa che pende ora sull’intera maggioranza: siamo uomini o caporali?



