L'Udc di Lorenzo Cesa abbandona la Lega per allearsi con Forza Italia di Tajani. Cercando di rivalutare il proprio ruolo nel panorama politico. Nonostante passate tensioni, il Partito mira a essere un attore chiave nelle prossime elezioni Regionali.
Nel grande ballo centrista della politica italiana, l’Udc di Lorenzo Cesa ha deciso di cambiare partner. Niente più minuetti con la Lega, si torna a danzare sulle note dell’Inno di Forza Italia. Il consiglio nazionale dell’Unione di Centro è pronto a ufficializzare l’addio al patto federativo con il Carroccio (mai decollato, a dire il vero) e il nuovo flirt con il partito di Antonio Tajani. D’altronde, quando si tratta di rinascite, il simbolo dello scudo crociato non muore mai: si ricicla, si riallinea, torna utile. Come il tailleur blu per i funerali istituzionali.
Addii burrascosi

Cesa e Tajani si erano lasciati male alle ultime Politiche, con l’Udc che finì fuori dalle liste azzurre nonostante le promesse. A rimediare ci pensò Giorgia Meloni, assegnando agli scudocrociati un dignitoso posticino nella coalizione. Ma oggi i venti sono cambiati, e quel logo di nostalgie dorotee vale oro: i sondaggi dicono che può portare in dote almeno l’1%. Poco? No, abbastanza da far pesare la bilancia nei duelli interni alla destra, dove anche lo 0,3% può diventare ago del destino.
Per Forza Italia, l’alleanza è ossigeno puro. Serve a Tajani per blindarsi a centro e per arginare la crescita tentacolare di Maurizio Lupi, che nel frattempo si è messo a collezionare ex di Azione come figurine Panini. Lupi sogna Milano, Palazzo Marino, e ha capito che il centro non è una zona morta ma una polizza sulla sopravvivenza. Tajani, fiutato il pericolo, ha deciso di vestirsi da moderato doc e tornare a flirtare con la Dc. Se Lupi si rafforza coi transfughi, lui risponde con l’originale.
Piccoli ma decisivi

Per Cesa, invece, il “demoleghismo” è stata una parentesi poco entusiasmante. La Lega, specie al Sud, ormai parla il linguaggio di Roberto Vannacci e strizza l’occhio a Le Pen e Orbán. Difficile per uno che si siede nel Ppe europeo continuare a fare il passo doppio. Meglio tornare in casa azzurra, dove l’eredità centrista è ancora oggetto di culto, anche se in versione pop.
E così si apre un nuovo capitolo nella saga infinita della diaspora democristiana. L’Udc rientra dalla porta principale, forse con nuovi sottosegretari, forse con qualche candidatura blindata alle Regionali di autunno. In Campania, in Puglia, nelle Marche e in Toscana si deciderà caso per caso. L’obiettivo è sempre lo stesso: essere piccoli ma decisivi.
Nel frattempo, anche Giorgia Meloni osserva con interesse. Coprirsi al centro è un istinto bipartisan. In fondo, lo sa bene anche lei: la moderazione, oggi, non è un valore. È un brand. E chi ha lo scudo crociato ha ancora qualcosa da vendere.
Nel frattempo, il grande ombelico della politica italiana – quello che fu della Dc – continua a pulsare. Non sarà più la balena bianca, ma nel 2025 potrebbe tornare a fare onde. Anche se in formato bonsai.



