Dietro la richiesta di assegnare le deleghe provinciali secondo una logica di centrodestra si nasconde una partita molto più ampia: trasformare Luca Di Stefano nel candidato unitario del 2027 e togliere a Fratelli d’Italia il vantaggio politico conquistato alle urne.
Se Niccolò Machiavelli dovesse rinascere oggi, non prenderebbe certo la residenza a Firenze. Salirebbe sul primo treno dell’Alta Velocità per Frosinone, farebbe scalo a Cassino e si siederebbe accanto a due allievi d’eccezione della Lega: il Segretario provinciale Nicola Ottaviani ed il Segretario organizzativo regionale Mario Abbruzzese. Perché quando Ottaviani e Abbruzzese fanno una proposta politica apparentemente nobile, conviene sempre leggere anche le note a margine e le clausole vessatorie, scritte in carattere microscopico sul documento.
Entrambi, infatti, più che alla scuola di Partito del Carroccio, sembrano essersi laureati direttamente all’Accademia del famoso politologo fiorentino. Con lode.
La mossa

La richiesta avanzata al presidente della Provincia Luca Di Stefano — assegnare le deleghe provinciali seguendo una logica di coalizione di centrodestra — non è soltanto un appello all’unità. È una mossa chirurgica. Studiata. Strategica. Sottile. E perfino elegante nella sua apparente innocenza.
Il ragionamento dei due esponenti della Lega è semplice: se Di Stefano governa oggi la Provincia con una filiera politica chiara di centrodestra, allora a marzo prossimo — quando si tornerà a votare per il Presidente — potrà essere il candidato naturale dell’intera coalizione. Un nome condiviso da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Una candidatura unitaria, senza guerre interne e senza contarsi. Elementare, Watson.
Ma dietro la bandiera dell’unità del centrodestra si nasconde una partita molto più profonda: togliere a Fratelli d’Italia il pallino del gioco. Soprattutto, impedirgli di rivendicare, numeri alla mano, la candidatura alla presidenza della Provincia nel 2027.
Lo spiegone: come si sterilizza FdI

I numeri parlano chiaro. Le Provinciali dell’8 marzo hanno consegnato a FdI la leadership del centrodestra: quattro consiglieri eletti, primo Partito della coalizione con 29.105 voti ponderati, pari al 30,22%. Un’egemonia politica certificata dalle urne. Ed è qui che entra in scena il capolavoro tattico della Lega.
Se Di Stefano viene certificato da subito come il candidato unitario dell’intero centrodestra — perché ha distribuito le deleghe e ha governato solo con consiglieri di quella coalizione — Fratelli d’Italia, a marzo 2027, si troverebbe davanti a un problema quasi filosofico prima ancora che politico: come potrebbe il partito della premier Giorgia Meloni, forza fondatrice della coalizione che governa insieme sia a livello centrale che alla Regione Lazio, dire no all’unità di Lega, Forza Italia e FdI? Come potrebbe intestarsi una battaglia identitaria contro un presidente presentato come il punto di sintesi dell’alleanza?
Ma accettare Di Stefano come candidato in pectore del centrodestra unito significa, per FdI, ammainare le proprie bandiere prima ancora di issarle. È qui che la proposta di Ottaviani e Abbruzzese diventa veramente machiavellica.Il tema non è soltanto sostenere Di Stefano: è sterilizzare la forza negoziale di FdI prima ancora che inizi la trattativa vera. L’obiettivo reale non è l’unità, o comunque non solo. È il controllo del futuro assetto del potere provinciale.
Tre piccioni con una fava

La Lega lo ha capito benissimo. E prova a prendere tre piccioni con una fava: come al luna park quando al tiro al bersaglio spari un colpo e fai cadere tre lattine.
Il primo bersaglio è Fratelli d’Italia come Partito. Il secondo è l’assessore regionale Giancarlo Righini, che in provincia di Frosinone sta costruendo, pezzo dopo pezzo, il suo potente feudo politico di amministratori locali: un’area che potrebbe convergere il prossimo anno sul sindaco di Isola del Liri Massimiliano Quadrini, recentemente approdato proprio in Fratelli d’Italia e politicamente vicino all’universo dell’assessore regionale. Il terzo bersaglio è l’onorevole Massimo Ruspandini, dominus del partito in Ciociaria, che potrebbe invece puntare sul sindaco di Patrica Lucio Fiordalisio come candidato presidente della Provincia.
Con una sola operazione, Ottaviani e Abbruzzese provano a depotenziare FdI, limitare la crescita dell’area Righini e ridurre il margine di manovra di Ruspandini. Un capolavoro di strategia politica che entrerebbe di diritto nelle pagine centrali de Il Principe, che Machiavelli scrisse nel 1513.
Ma FdI non ci sta

Ovviamente, dalle parti di Fratelli d’Italia non ci stanno le giovani marmotte dell’Universo Disney, ma politici esperti e navigati che, prima di prendere sonno, danno sempre una ripassata a L’arte della guerra di Sun Tzu, il più antico e famoso testo di arte politico-militare.
I meloniani hanno capito perfettamente cosa si cela dietro la proposta unitaria della Lega. Per questo nessuno si strapperà i vestiti oggi. Le vere valutazioni verranno fatte nei prossimi mesi, quando il quadro politico sarà più definito e, soprattutto, quando si capirà se Di Stefano sarà davvero disposto a marchiarsi politicamente come uomo del centrodestra unito, oppure continuerà a coltivare quel profilo trasversale che finora gli ha consentito di governare senza traumi.
La spaccatura nel Pd e la carta Salera

Ad oggi la borsa delle deleghe provinciali sembra orientata in tutt’altra direzione: una distribuzione larga, trasversale, quasi notarile. Un po’ a tutti i consiglieri provinciali, come accade praticamente dall’entrata in vigore della legge Delrio. Una governance condivisa, più da consiglio d’amministrazione di una società che da maggioranza politica di un ente.
Ed è in questa prospettiva che la mossa del duo Ottaviani-Abbruzzese diventa ancora più raffinata. Perché potenzialmente rischia di aprire una spaccatura anche dentro il Partito Democratico. L’area governativa Dem, quella vicina a Francesco De Angelis, aveva infatti iniziato a fare la bocca a un modello Di Stefano fondato sulla trasversalità amministrativa: deleghe distribuite senza steccati, equilibrio istituzionale, convivenza pragmatica. Un sistema che avrebbe consentito al PD di restare dentro la cabina di regia provinciale pur senza avere la maggioranza politica. Operazione nella quale De Angelis è docente universitario.
Ma se Di Stefano dovesse davvero trasformarsi nel candidato ufficiale del centrodestra, nel PD cambierebbe tutto. E si rafforzerebbe la posizione del sindaco di Cassino Enzo Salera, che avrebbe argomenti ancora più forti per rivendicare una candidatura identitaria del Partito Democratico il prossimo anno. Tradotto: «Se il centrodestra va compatto con Di Stefano, anche il PD deve avere il suo candidato». E quel candidato potrebbe essere proprio lui.
La partita vale più delle deleghe

Alla fine, la sensazione è che la partita delle deleghe provinciali valga molto più delle deleghe stesse. Perché non si sta decidendo solo chi seguirà scuole, viabilità o ambiente. Si sta decidendo chi avrà il diritto politico di parlare a nome della futura classe dirigente del centrodestra provinciale. E in questo risiko infinito della politica locale, Ottaviani e Abbruzzese stanno tentando una delle operazioni più sofisticate degli ultimi anni: trasformare un presidente civico e trasversale nel federatore ufficiale del centrodestra, togliendo contemporaneamente a Fratelli d’Italia il vantaggio competitivo conquistato alle urne.
Come scriveva il filosofo Elias Canetti: «Il segreto del potere sta nel non far capire dove realmente si trovi». L’impressione — che è quasi una certezza — è che sia FdI che la Lega lo abbiano capito benissimo.



