Perché Schlein vuole ipnotizzare il Correntone a San Gimignano

La numero uno dei dem tenterà con una mossa diretta la metamorfosi da segretaria e leader, per intestarsi il ruolo di anti Meloni

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Lei l’usta la sentiva già, ma dopo il caso Garofani l’ha sentita più forte ancora. Ha fiutato l’aria ed ha capito, prima fra tutti, che le affermazioni del Consigliere di Sergio Mattarella non mettevano in tacca di mira Giorgia Meloni, ma lei. Lei che ormai ha dalla sua solo i suoi, lei che viene additata da molti del Pd come inadeguata a ricoprire la carica di nemesi official di una premier potente e Mandrakessa.

Soprattutto lei che oggi non gode più della “copertura” dei padri nobili di un Partito che sta riscoprendo le sconfinate utility della sua ala riformista.

Quella che mette l’ugola in subordine alla competenza spiccia e l’ideologia sotto scacco del pragmatismo.

Giorgia e la doppia opzione

Giorgia Meloni

Perché sennò nel 2027 Giorgia Meloni vincerà ancora ed avrà la strada spianata per la double-option che si è costruita pian piano: o il premierato forte oppure il Quirinale. Elly Schlen ha dunque fiutato l’aria ed ha deciso che è ora di agire, e sta sviluppando la sua controffensiva su due step precisi.

Il primo è elettorale ed imminente. Alla segretaria dem serve che il centrosinistra stravinca in Puglia, che il Pd, pur perdendo non vada di Caporetto in Veneto e che in Campania vinca Roberto Fico ma senza troppo distacco sui destrorsi.

Perché uno scenario operativo così settato? Perché oggi alla Schlein serve che il prossimo week end le consegni un Nazareno forte o capace di tenuta fortissima, in modo da poter blindare il suo ruolo pencolante dietro risultato ineccepibili.

Sulle colline toscane

Poi scatterà lo step due, e quello sarà geografico. Sarà step toscano, in quel di San Gimignano, dove, forte di quei probabili risultati, Schlein potrà affrontare il “Correntone” ed uscire viva dal tritacarne. E’ di fatto la prima mossa d’anticipo che la segretaria dem fa da tempo, senza attendere passivamente che eventuali risultati parlino per lei.

Il che la dice lunga su quanto alta sia la soglia di attenzione sulle sorti del suo scalpo politico e quanto la situazione sia ormai in stato avanzato, in ordine alle grandi decisioni in seno al Pd.

Lo scopo è chiaro: Schlein non vuole solo intestarsi le probabili due vittorie alle regionali. No, lei vuole intestarsi anche la maggioranza di un partito che maggioritariamente, a livello di boiardi, non la vuole all’uno contro uno nel 2027 contro Meloni.

Il salto di qualità

Ma il passaggio è più sottile, di qui la probabile presenza fisica nella terra della ribollita: la segretaria vorrebbe tentare il salto di qualità, la metamorfosi che fino ad ora non le è mai riuscita del tutto. Quella da segretaria e leader.

Romano Prodi (Foto: Alessandro Amoroso © Imagoeconomica)

Insomma, è un contrattacco vero e proprio, una strategia aggressiva che ha iniziato a maturare fin da quando Romano Prodi ha lanciato il suo garbato ma chiarissimo anatema sulla papabilità governativa della segretaria.

E c’è un effetto ter molto più direttamente legato all’esito elettorale campano: se Fico vincesse ma non stravincesse Schlein potrebbe avviare quell’opera di ridimensionamento indiretto nei confronti del suo vero competitor: Giuseppe Conte.

“Giusè, abbassa la cresta…”

Perché il Grande Gioco che riconduce in parte anche alla vicenda del Quirinale passa per una visione molto più ampia di quanto non si creda. Conte si è patentato anti-Meloni molto più della Schlein, e le frange riformiste del Pd non temono solo che quest’ultima capitoli di fronte a Meloni, ma prima ancora che nel 2027 possa correre una coalizione a trazione pentastellata.

Giuseppe Conte

Cioè con l’Avvocato del Popolo candidato premier ed il Nazareno a fare da sparring. Non è un’ipotesi così peregrina, anche perché in questi ultimi anni gli analisti si sono concentrati poco su un dato.

E’ vero che grandi fette dem hanno dilapidato nel tempo il loro elettorato per colpevoli strusciate al deep state delle banche e dei salotti tartineggianti.

Perdere la mano

Tuttavia è vero anche che il Pd ha governato per decenni senza essersi mai allenato a chiedere il consenso diretto agli elettori. E’ stato più volte al governo ma dai tempi di Prodi ci è sempre andato per incastri fuori dall’urna. Ci ha perso un po’ la mano, a blandire la sua gente, potremmo dire.

Insomma, la tappa di fine mese con il Correntone sarà di quelle cruciali. Un momento topico nel quale la segretaria dovrà aggredire alla giugulare perros da presa del calibro di Roberto Speranza (leggasi Pier Luigi Bersani), Dario Franceschini ed Andrea Orlando.

Faccia a faccia coi “perros”

Dario Franceschini (Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica)

E con loro una pletora di capicorrente (che nel Pd sono più numerosi delle cavallette) ex uomini di governo pronti a farle le pulci e spin doctor della politica praticona che da sempre usano un lessico subdolo ma venefico. Letale, a volte.

E’ chiaro che lo scopo non è una conversione alla causa ortodossa della segretaria, ma una finestra di manovra che la conduca ai mesi ineluttabili di metà 2026.

Cioè quando, senza altri appuntamenti elettorali, esautorarla apparirebbe come un mezzo golpe interno.