Petcoke, scontro tra politica e porto: il caso Gaeta accende il dibattito

Il caso petcoke accende lo scontro tra politica e operatori portuali a Gaeta. Intergroup respinge le accuse e rivendica la legittimità delle attività. Ma il vero problema resta la carenza infrastrutturale e il traffico sulla Flacca. Il vero nodo resta infrastrutturale: camion sulla Flacca e sviluppo del sistema portuale.

Il caso petcoke e lo scontro politico-mediatico

Se il petcoke – il più comune tipo di carbone – parte dal porto commerciale di Gaeta per arrivare in una struttura logistica nelle campagne di Sessa Aurunca, attraversando il centro abitato di Formia lungo la strada regionale 213 Flacca«le responsabilità non sono nostre». È questa la linea difensiva degli operatori portuali. E ancora: «Se la politica ha pensato di realizzare un bel dipinto dimenticando la cornice infrastrutturale, non possiamo farci nulla come imprenditori privati».

È da qui che nasce il caso. Un deficit infrastrutturale storico del sud pontino che, negli ultimi giorni, è esploso con forza nel dibattito pubblico. A riaccendere i riflettori sono stati l’interrogazione parlamentare di Ilaria Fontana(Movimento 5 Stelle) e le critiche, molto dure, dell’ex sindaco di Formia Paola Villa.

Nel mirino è finita la società Intergroup di Gaeta, uno dei principali operatori italiani nella movimentazione delle merci, con presenze in numerosi porti nazionali ed europei. L’accusa è pesante: movimentare il petcoke, definito “veleno nero” e ritenuto bandito in diversi scali europei.

La difesa di Intergroup e il nodo normativo

(Foto © DepositPhotos.com)

Ma la società respinge la narrazione. Nel 2025, spiegano, nel porto di Gaeta sono arrivate 254 navi, e solo il 4,3% trasportava petcoke. Numeri che, su scala globale ed europea, vengono definiti “irrilevanti”.

Il caso, però, è ormai aperto. E non riguarda solo una merce. Riguarda il rapporto tra sviluppo portuale, ambiente e infrastrutture. A chiarire la posizione dell’azienda è l’amministratore unico Pietro Di Sarno, che rivendica la piena legittimità delle attività svolte. «Operiamo come impresa portuale autorizzata. Svolgiamo esclusivamente servizi logistici, anche come deposito strategico nazionale per conto del Ministero del Made in Italy e come sito doganale per il Ministero delle Finanze».

Il punto è chiaro: Intergroup non produce, ma movimenta. E lo fa, sostiene, nel rispetto delle norme. Il petcoke, infatti, è un prodotto regolamentato a livello nazionale ed europeo, utilizzato da grandi gruppi industriali e cementieri come fonte energetica. In Italia la sua gestione è disciplinata dal decreto legislativo 152/2006, il cosiddetto Codice dell’ambiente, che stabilisce criteri precisi per stoccaggio e movimentazione.

Secondo l’azienda, il porto di Gaeta rappresenta addirittura un’eccellenza nei protocolli ambientali, grazie ai controlli continui di diversi enti.

Ma la questione non si ferma qui. Perché alle critiche ambientali si aggiungono quelle economiche e politiche. Ilaria Fontana e Paola Villa hanno infatti sollevato un altro tema: il rischio di una gestione monopolistica del traffico portuale da parte di Intergroup. Un’accusa respinta con decisione. «I porti sono siti strategici nazionali regolati da norme complesse che non consentono monopoli» replica Di Sarno. E ricorda: nel porto di Gaeta operano cinque imprese portuali in concorrenza.

Il vero nodo: i camion e la Flacca

Il punto più delicato resta però quello del trasporto.

(Foto © DepositPhotos.com)

Secondo il Movimento 5 Stelle, in occasione dell’arrivo di una nave carica di petcoke, circa 1.330 camion al giornopartirebbero dal porto di Gaeta per raggiungere Sessa Aurunca, attraversando Formia. Un dato che ha alimentato forti preoccupazioni.

Ma anche su questo Intergroup contesta la ricostruzione. Secondo l’azienda, il traffico generato dal porto è “quantitativamente irrisorio” rispetto al flusso complessivo della viabilità. E i numeri lo dimostrerebbero:

  • 38.000 veicoli al giorno nel periodo estivo
  • 26.000 nel periodo invernale

Numeri che fotografano una realtà diversa. La Flacca, infatti, è l’unica dorsale tirrenica alternativa all’Autostrada del Sole. Gran parte del traffico pesante non è locale, ma interregionale. Il traffico legato al porto, sostiene l’azienda, porta valore economico e riduce le percorrenze complessive.

Su un punto, però, anche Intergroup non si sottrae. «Serve un miglioramento infrastrutturale».È qui che cade il velo. Perché il vero problema non è il petcoke, ma la mancanza di infrastrutture adeguate.

Le scelte dell’Autorità portuale e lo scenario futuro

Raffaele Latrofa

Intanto, mentre il dibattito si accende, arrivano decisioni importanti dall’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale. Nella seduta inaugurale del nuovo comitato di gestione è stato nominato segretario generale Fabrizio Urbani, su proposta del presidente Raffaele Latrofa. Subito dopo è stato approvato il Piano Operativo Triennale 2026-2028, lo strumento che guiderà lo sviluppo dei porti di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta.

Le linee guida sono definite “chiare e concrete”:

  • completamento delle opere infrastrutturali già finanziate
  • transizione energetica e sostenibilità ambientale
  • sviluppo della ZLS del Lazio
  • potenziamento dell’intermodalità, soprattutto ferroviaria
  • digitalizzazione e semplificazione amministrativa
Porto di Gaeta
Il porto di Gaeta

Accanto al POT è stato adottato anche il Documento di Pianificazione Strategica di Sistema (DPSS). Uno strumento atteso da tempo, che punta a una pianificazione unitaria dei porti laziali e all’aggiornamento dei piani regolatori, oggi considerati superati. L’obiettivo è arrivare all’approvazione definitiva entro l’estate. E qui si chiude il cerchio.

Perché mentre si discute di petcoke, camion e ambiente, la vera partita si gioca su infrastrutture, pianificazione e sviluppo.

Il resto è solo la superficie del problema.