Pompeo: «Il Pd torni a parlare al Paese reale»

Antonio Pompeo rilancia la linea: un Pd radicato nella sua storia riformista, capace di governo e lontano dalle mode. Recuperare il rapporto con la gente: "Sbagliato lasciare alla destra i problemi delle persone”. A Frosinone: "Tornare al dialogo”. A Ferentino...

Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

Il Paese reale lo ha conosciuto bene. Per esserci stato dentro, averlo guidato, avere centrato il traguardo del suo nome scritto 15mila volte sulle schede elettorali delle scorse Regionali. Oggi Antonio Pompeo, ex sindaco di Ferentino, ex presidente della provincia di Frosinone, è componente della Segreteria Pd Regionale e Coordinatore dei Riformisti nel Lazio. Chiede al Partito di aprire gli occhi: tornando a parlare con quel Paese reale fatto di gente vera, pensionati, studenti, persone con le loro difficoltà concrete.

Presidente Pompeo, le recenti dichiarazioni di Lorenzo Guerini hanno riaperto un dibattito interno al Partito Democratico. Cosa volete voi Riformisti?
Antonio Pompeo

«I Riformisti nascono da una convinzione semplice ma forte: il Pd può tornare centrale solo se smette di inseguire le mode e ricomincia a interpretare la società reale. Guerini lo ha detto chiaramente: servono radici, non slogan. Servono contenuti, non posizionamenti tattici».

Un messaggio che sembra critico verso l’attuale linea del partito.

«Non è una critica personale ma politica. Il Pd ha una grande storia di governo, di riformismo concreto, di attenzione al lavoro, alla sicurezza, alla difesa nazionale, all’Europa. Quando ci allontaniamo da questo patrimonio, perdiamo contatto con il nostro elettorato naturale».

Guerini ha parlato della necessità di non trasformare il Partito in una “centrale di opinione”. Cioè?

«Un Partito non può vivere solo di battaglie simboliche o di testimonianza. Deve risolvere problemi. Quando il sindacato diventa rivolta permanente e la politica diventa commento social, si rompe il legame con la comunità. I Riformisti vogliono ricostruire quel legame».

Qual è il ruolo di questa componente nel Lazio?
Daniele Leodori

«Nel Lazio vogliamo essere una forza ordinatrice, non divisiva. C’è bisogno di una classe dirigente che conosca i territori, che abbia amministrato, che sappia cosa significa tenere in piedi un bilancio, governare una comunità, affrontare una crisi industriale o sociale. Qui abbiamo energie vere, spesso silenziose, che vanno valorizzate».

Parla da ex presidente di Provincia: l’esperienza amministrativa conta ancora?

«Conta moltissimo. Governi locali, enti intermedi, Comuni: è lì che si misura la credibilità di una forza politica. Io resto convinto che senza una solida cultura di governo il centrosinistra non tornerà competitivo. E questo vale anche per le grandi sfide nazionali. Il Pd, e lo dico per il livello nazionale, quello regionale e più ancora per la mia provincia di Frosinone, deve tornare a rendersi conto che il Paese reale è fatto di persone vere. Di anziani, di studenti, di lavoratori, di precari. Chi dà voce ai loro problemi, chi trasforma in azione politica le loro richieste? Noi dove siamo?».

Chi difende quelli che un tempo erano gli elettori del Pd?

«Chiarimo una cosa: quelli sono temi costitutivi della cultura riformista. La sinistra di governo non ha mai rinunciato alla responsabilità, alla difesa degli ultimi. Pensare che siano temi minori, pensare che si debba volare solo alto, è un errore che paghiamo caro».

I Riformisti guardano anche al futuro assetto del Pd?

«Non siamo una corrente contro qualcuno. Siamo una componente che chiede una discussione vera, non rituale. Un confronto sul profilo del partito, sulla sua vocazione maggioritaria, sulla capacità di parlare a chi oggi non vota più o vota altrove».

E in provincia di Frosinone?

«Qui il tema è doppio: lavoro e servizi. Stellantis, sanità, infrastrutture. Servono posizioni chiare, competenze, unità. Le battaglie identitarie non aiutano. Aiutano invece le proposte credibili e una classe dirigente che sappia fare sintesi. Per troppo tempo siamo stati assorbiti dal dibattito per il Congresso: per un anno siamo stati a guardarci l’ombelico. Le persone vogliono risposte ai loro problemi quotidiani. Di fronte alla tragedia Stellantis, ai dubbi Novo Nordisk, ad una sanità che ti fa aspettare 6 mesi per un’ecografia: noi dove eravamo?».

In una frase: che Pd immagina Antonio Pompeo?
Antonio Pompeo (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

«Un Pd che non urla, ma convince. Che non divide, ma governa. Che non rincorre l’opinione, ma costruisce futuro».

Si ricandiderà a sindaco di Ferentino?

«Ogni stagione ha il suo protagonista: non mi entusiasmano i ritorni, si deve sempre guardare avanti. Sia chiaro: non è un abbandono della città ma è giusto che ad un certo punto di guardi oltre. Ed è quello che oggi sto facendo. Però sono uomo di Partito: se il Pd dovesse chiedermelo, se la città dovesse ritenere che sia di nuovo la mia stagione, considererei la cosa. Perchè essere sindaco è la cosa che più di ogni altra immerge tra i problemi reali delle persone e mette in contatto con la gente».