A Frosinone la sesta votazione a vuoto per il presidente del Consiglio comunale rivela una frattura più profonda nella maggioranza di Riccardo Mastrangeli: la vera posta in gioco è la leadership del centrodestra verso le comunali del 2027.
Se c’era ancora bisogno di una prova per capire fino a che punto si è avvitata su se stessa la “non maggioranza” del sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli, il Consiglio comunale di ieri ha fornito l’istantanea più nitida che si potesse creare. Nemmeno i mitici fotocronisti Lino ed Edoardo Palmesi ai tempi d’oro, con la loro vecchia Canon, avrebbero scattato una foto migliore. (Leggi qui: Nuova fumata nera per il presidente. Il sindaco: «Non escludo alcuna ipotesi»).
L’ennesima mancata elezione del presidente del Consiglio non è più soltanto una vicenda istituzionale o un problema interno all’Aula. È diventata il simbolo di una crisi politica che attraversa, da tempo, il centrodestra a Frosinone. E che ieri ha mostrato senza filtri tutta la sua profondità. A questo punto, può succedere di tutto.
La vera partita
«Non escludo nulla» ha detto a caldo il sindaco Riccardo Mastrangeli, visibilmente amareggiato e forse, ancora di più: deluso per la piega che hanno preso le cose. L’unica cosa che non si potrà fare è fare finta di niente e cercare accordicchi al ribasso, solo per arrivare al termine della consiliatura. Sarebbe solo una certificazione di sopravvivenza. Non altro. Serve invece un chiarimento serio, responsabile e di ampio respiro nella coalizione.

Dopo oltre quattro mesi di stallo e sei votazioni finite nel nulla, la presidenza del Consiglio è diventata soltanto il tassello più visibile di un mosaico molto più ampio. Di medio e lungo termine. Per la serie Diamo un nome alle cose: a Palazzo Munari non si sta discutendo soltanto di chi debba coordinare i lavori d’Aula. Quello lo sta già facendo il facente funzioni Marco Ferrara, e anche piuttosto bene. Si sta misurando il peso delle diverse anime del centrodestra, la tenuta della coalizione e soprattutto la leadership che dovrà presentarsi agli appuntamenti politici del prossimo futuro. Per questo, ridurre tutto a una questione di numeri che sono mancati a Carlo Gagliardi, sul nome del quale il sindaco ha provato a fare “all in”, sarebbe un esercizio di miopia politica. I numeri sono semmai la conseguenza.
Lo spiegone
La frattura tra una parte della coalizione che sostiene Mastrangeli e l’area di riferimento del vicesindaco Antonio Scaccia (compreso il gruppo Mani Libere dei consiglieri Sergio Crescenzi e Marco Ferrara) è ormai evidente: supera abbondantemente la normale dialettica politica. Quello che è accaduto ieri in aula consiliare rappresenta il punto di non ritorno.

Perché in ballo c’è la leadership del centrodestra a Frosinone, finalizzata a dare le carte nel prossimo futuro: alle Comunali tra qualche mese, alle Politiche 2027 e alle regionali 2028 del prossimo anno. Di questo si sta parlando, la presidenza dell’Aula è solo un “di cui“. Per questo è necessario, adesso, portare allo scoperto tutti quelli che remano contro una soluzione. O comunque che non remano dalla stessa parte: nella “non maggioranza” sono diversi, si è visto già alla prima votazione.
In politica le strategie, le tattiche e ogni altro strumento di conquista del potere ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Forse sono il vero fuoco sacro della politica, e Frosinone non fa eccezione. Ma se si rischia di gettare l’acqua sporca con tutto il bambino, allora bisogna cominciare a riflettere se la battaglia per la leadership abbia comunque un costrutto finale, o sia destinata solo a sfasciare tutto.
Purchè non sia rivalità personale

C’è una frase dello storico francese François Guizot che sembra scritta apposta per la situazione politica nel Capoluogo: «Quando la politica entra nel regno delle rivalità personali, smette di occuparsi dell’interesse generale». È esattamente il punto che oggi dovrebbe interrogare tutti i protagonisti della vicenda.
Il rischio piuttosto concreto, a questo punto, è quello di far passare questa consiliatura più per la litigiosità interna e la totale incapacità di trovare una sintesi (peraltro su una figura istituzionale come il presidente del Consiglio) piuttosto che per tutto quello che è stato fatto dal punto di vista amministrativo. E sarebbe un paradosso per una città che negli ultimi anni ha visto partire opere pubbliche, cantieri, progetti di riqualificazione e interventi urbanistici rilevanti.
La scelta di Mastrangeli

Se va tutto a carte quarantotto, nessuno nella “non maggioranza” Mastrangeli potrà dire «chiamo fuori», come a Tresette. Le vittorie non si possono intestare individualmente e le sconfitte scaricare sugli altri, come pensare di socializzare le perdite e capitalizzare i profitti in una società per azioni. In politica non funziona così.
Per questo l’ipotesi di un azzeramento della Giunta, per di più a pochi mesi dalle elezioni, appare una soluzione difficilmente risolutiva e con poco senso politico. A meno che non serva per riportare in maggioranza anche quelli che ne erano usciti e ricostruire il perimetro del centrodestra: su tutti Forza Italia e FutuRa. E in ogni caso non sarebbe facile ricostruire un esecutivo senza dare sfogo ai tanti appetiti assessorili. Probabilmente troppi.
La quadra, senza scontentare nessuno, sarebbe comunque enormemente difficile da trovare. A quel punto, Ferrara e Crescenzi si sentirebbero legittimati, ancora più di oggi, a chiedere un assessorato. Le richieste sarebbero senza alcun dubbio più numerose delle “cadreghe” da distribuire.
Quello che occorre

Quello che serve veramente, invece, è un accordo generale e trasparente. Non soltanto sul presidente del Consiglio, ma sul perimetro politico che dovrà accompagnare Mastrangeli, non solo fino alla fine della consiliatura ma, soprattutto, il prossimo anno. Chi starà con il sindaco domani, lo dovrebbe dire e sottoscrivere oggi.
Non c’è modo di eludere il problema. Anche perché Mastrangeli è oggi l’unico candidato sindaco del centrodestra: lui ci sarà comunque. Altri non si sa.
Quindi basta con un piede dentro e uno fuori, basta con i distinguo e con i «sì, va bene, ma…». O in maggioranza e con Mastrangeli, oppure fuori. La donna o è incinta, oppure no. Per questo è arrivato il momento della chiarezza, della responsabilità, della trasparenza.
Lo strumento del Tuel

In sintesi, è arrivato il momento che a Frosinone ritorni la Politica, quella con la P maiuscola, quella che ha abbandonato il Capoluogo troppo presto in questa consiliatura, per lasciare spazio a prove muscolari, risentimenti personali, antipatie, alla visione miope del proprio orticello, al tutti contro tutti.
Per fare questo, per portare tutti allo scoperto, nessuno escluso, esiste uno strumento piuttosto chiaro previsto dal Tuel (Testo Unico degli Enti Locali), segnatamente il comma 3 dell’articolo 53, che dice: «Le dimissioni presentate dal sindaco o dal presidente della provincia diventano efficaci e irrevocabili trascorso il termine di 20 giorni dalla loro presentazione al consiglio. In tal caso si procede allo scioglimento del rispettivo consiglio, con contestuale nomina di un commissario».
Le dimissioni di Mastrangeli aprirebbero una fase di chiarimento, probabilmente violentissimo dal punto di vista politico ma finalmente definitivo, rendendo immediatamente visibili schieramenti, convenienze e fedeltà. In quei 20 giorni nei quali la legge consente al sindaco di ritirarle, sarebbe chiarissimo chi sta con chi. Non si giocherebbe più. E Mastrangeli, dopo quello che è successo ieri, non dovrebbe avere più alcuna voglia di continuare a far giocare nessuno.
Il problema a Frosinone non è il presidente del Consiglio, è tutto quello che ci gira attorno.



