Profanazioni, individuata una donna: è una vittima anche lei

Indagini coordinate tra Procura, Carabinieri e Polizia individuano una 59enne per la serie di profanazioni e furti di simboli religiosi nel Frusinate. Dietro a quegli episodi nessuna storia di odio religioso. Ma solo tanta sofferenza. Che farebbero, della potenziale carnefice, una possibile vittima

Da Frosinone a Ceccano, passando per Anagni, Alatri, Pofi e altri centri del Frusinate: si è allungata per giorni una scia di profanazioni contro statue e simboli religiosi. Questa mattina il quadro era quello di una provincia ferita, inquieta, costretta a contare episodi sempre più ravvicinati; il numero dei casi segnalati toccava ormai quota otto, segno di una sequenza che non appariva più casuale. Oggi, però, grazie al lavoro congiunto di Procura della Repubblica, Carabinieri, Polizia di Stato, quel buio ha almeno un primo volto investigativo.

Le indagini parallele

Due delle statue decapitate

Se questa mattina la provincia si interrogava, oggi almeno una parte di quella sequenza ha trovato un approdo investigativo più preciso. C’è una una sospettata: è una donna di 59 anni, minuta, senza precedenti penali e con fragilità di natura psichica. L’hanno individuata grazie all’incrocio tra i sistemi di videosorveglianza pubblici e privati. È stata denunciata per danneggiamento e furto, dopo essere stata ripresa mentre a piedi entrava nella chiesa di San Benedetto a Frosinone e poi si avvicinava ai luoghi colpiti.

Un lavoro che ha visto il Codice funzionare alla perfezione. Con i Carabinieri che seguono alcuni indizi, la Polizia di Stato che lavora su altri, la Procura della Repubblica che svolge il ruolo di coordinamento evitando così sovrapposizioni. In questo schema, il personale delle Volanti della Polizia acquisisce una serie di immagini prese da diversi impianti di videosorveglianza sia pubblici che privati; la Digos interviene per verificare se ci sia una pista eversiva, si tratta comunque di fatti potenzialmente riconducibili a reati di opinione politico-religiosa. Grazie a quel lavoro viene esclusa “nella maniera più assoluta” la pista del fanatismo islamista che qualcuno aveva evocato nelle ultime ore.

Sullo stesso piano

Allo stesso modo e nelle stesse ore, i Carabinieri della stazione di Frosinone Scalo si concentrano sul secondo danneggiamento, quello ai danni della statua della Madonna di Lourdes, avvenuto la mattina del 14 aprile 2026 in una nicchia votiva pubblica di via Madonna delle Rose. E svolgono in parallelo gli stessi accertamenti. Giungendo a risultati che sono del tutto sovrapponibili a quelli della Polizia.

I carabinieri della Compagnia di Alatri battono un’altra strada: quella tracciata dagli indizi lasciati dopo il furto avvenuto il 10 aprile 2026 all’interno della chiesa di Santo Stefano ad Alatri. Controllano immagini, sovrappongono fotogrammi, verificano gli indizi. E anche il loro lavoro giunge alla stessa conclusione alla quale sono arrivati i loro colleghi di Frosinone Scalo.

Le indagini: i casi ricostruiti e quelli da chiarire

Il Palazzo di Giustizia di Frosinone

L’abitazione della 59enne viene stata perquisita su disposizione della Procura della Repubblica di Frosinone. Se ne occupano i Carabinieri delle Compagnie di Frosinone e Alatri e la Polizia di Stato. In casa vengono trovati e sequestrati vari capi di abbigliamento (felpe, pantaloni, scarpe e borsa) compatibili con quelli indossati dalla persona ripresa nei filmati. È un passaggio importante: non cancella la ferita, ma dà un primo approdo concreto a una paura che si stava allargando in tutta la provincia.

Ricapitolando. In Procura arrivano l’informativa dei carabinieri di Alatri sul furto del 10 aprile nella chiesa di Santo Stefano da cui erano stati portati via un crocifisso in ottone, un rosario e la corona della statua della Madonna. Quella della Polizia di Stato che attribuisce alla stessa donna il danneggiamento della statua di Padre Pio nella chiesa di San Benedetto a Frosinone, il furto dei dispositivi di amplificazione acustica nella chiesa della Madonna della Neve e un ulteriore danneggiamento alla statua della Madonna di Lourdes nella nicchia votiva di via Madonna delle Rose, avvenuto il 14 aprile.

Restano però ancora aperti gli accertamenti su almeno altri quattro episodi avvenuti in provincia: quelli di Ceccano, Anagni, Alatri, Pofi e Arnara.

Le parole di Mastrangeli

Riccardo Mastrangeli

Su questa svolta è intervenuto il sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli, parlando di “un risultato importante, che restituisce fiducia ai cittadini e conferma la presenza concreta dello Stato davanti a fatti gravi, offensivi non solo del patrimonio religioso, ma anche dei sentimenti più profondi della nostra comunità”. Mastrangeli ha ringraziato Procura, Carabinieri e Polizia di Stato, sottolineando ancora una volta il ruolo decisivo del controllo del territorio e dei sistemi di videosorveglianza nel tutelare sicurezza, serenità dei cittadini e simboli identitari della comunità. Richiamando al tempo stesso il pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Il passaggio politico e istituzionale è tutto lì: la soddisfazione per l’identificazione della presunta responsabile, il ringraziamento alle forze dell’ordine, il riconoscimento dell’efficacia delle telecamere ma senza trasformare il sospetto in condanna anticipata. È il modo corretto di stare dentro una vicenda del genere: fermezza, ma senza processi sommari.

E quelle di Querqui

Andrea Querqui

A Ceccano il sindaco Andrea Querqui usa parole nette. Ha parlato di “sdegno per la vandalizzazione delle due statuine del Sacro Cuore di Gesù all’interno del monumento delle Due Cone”, spiegando che “potrebbe trattarsi di emulatori, visti i recenti danneggiamenti delle Madonnine di Frosinone e la zona periferica di Ceccano in cui è accaduto il gesto sacrilego”.

Una chiave di lettura che già allora allargava il ragionamento: non soltanto il gesto in sé, ma il rischio di un’onda imitativa, di una spirale che si alimenta da sola.

Ed è qui che il ragionamento, oggi, deve diventare più largo. Perché il punto non è soltanto dire che una persona è stata individuata. Il punto è domandarsi che cosa racconti davvero questa storia. E la risposta più onesta, forse, è che racconta un disagio. Non solo giovanile, come si dice spesso quasi per abitudine. Un disagio più largo, più profondo, più generale: il disagio di una società che in troppi punti ha smarrito il senso del limite, del rispetto, del sacro, perfino del bene Comune.

Sarebbe facile trasformare tutto in una crociata ideologica contro il mondo cattolico. Ma i fatti, almeno allo stato delle indagini, non autorizzano ancora questa lettura come verità conclusa. E sarebbe altrettanto superficiale cavarsela liquidando tutto come una bravata. No: qui siamo davanti a una ferita che tocca insieme fede, convivenza civile, identità, tenuta psicologica e tenuta morale di una comunità.

Le parole della Chiesa

Santo Marcianò

Va riconosciuta anche la posizione dell’arcivescovo Santo Marcianò, che in questi giorni difficili ha scelto la strada più giusta: quella della fermezza senza allarmismi e della vigilanza senza isterie. L’arcivescovo ha parlato di fatti “strani e inquietanti”, ha invitato parroci e fedeli ad alzare la soglia di attenzione nei luoghi di culto e a fare da “sentinelle” per tutelare il patrimonio religioso. È una linea autorevole, equilibrata e preziosa: non soffia sul fuoco, non cerca il nemico per convenienza, non trasforma la ferita in propaganda, ma restituisce alla comunità un punto di riferimento serio, pastorale e civile insieme. In una provincia scossa da episodi tanto gravi, anche questa sobrietà è stata una forma di guida.

La chiesa di San Benedetto a Frosinone

Ma c’è un altro passaggio che merita attenzione ed è quello del parroco di San Benedetto, don Riccardo Mabilia. Saputa la notizia dell’individuazione della donna, ha detto che all’origine di questi gesti c’è “un misto di cose: da una povertà economica ad una spirituale e affettiva”, aggiungendo che tutto questo può sfociare in reazioni diverse e che spesso, anche per i parroci, non è facile dare risposte concrete. Ha parlato di un malessere odierno in cui prevale troppo spesso un linguaggio aggressivo che nasconde il buio, non la luce. E ha indicato, quasi controcorrente, una parola: perdono. È una riflessione che sposta il discorso dal reato alla radice del reato.

Ed è una lettura che si salda con quella dello stesso Mastrangeli, che ha scelto di porgere la mano a chi manifesta segnali di malessere, anteponendo a tutto un sentimento di umanità e di perdono

Il ruolo della stampa e il rischio dell’emulazione

(Foto © DepositPhotos.com)

Qui entra in scena anche il mestiere di chi racconta. Illuminando i fatti, documentandoli, mettendoli in fila, impedendo che vengano nascosti sotto il tappeto. È questo il senso della stampa: informare, non coprire. Ma esiste anche il rovescio della medaglia. Alcuni gesti, soprattutto quando maturano dentro fragilità psicologiche o sociali, possono innescare pulsioni emulative.

Non è un tema da maneggiare con leggerezza. Perché c’è una sottile linea che separa il racconto necessario dalla pubblicità involontaria del gesto. E allora bisogna raccontare senza trasformare il male in vetrina. Informare sì. Spettacolarizzare no.

Merita di essere evidenziata anche la risposta delle parrocchie di Ceccano, che non hanno scelto il vociare isterico ma la via più antica e più forte: quella di una presenza pubblica e composta. Per il 20 e 21 aprile hanno promosso un atto di riparazione: adorazione e messa al Santuario di Santa Maria a Fiume, poi la recita del Rosario alle Due Cone e all’edicola votiva di via Colle Pirolo. Anche qui il segnale è stato chiaro: non urlare, ma custodire. Non incendiare, ma rammendare.

Dai simulacri alle urla davanti al bancomat

(Foto © DepositPhotos.com)

Per capire che il problema è più largo delle statue basta guardare un’altra scena di questi giorni, stavolta lontana dal Frusinate ma tremendamente vicina nel significato. A Casalpusterlengo, durante l’assalto a un bancomat, alcuni giovani hanno filmato, gridato e in parte applaudito i ladri mentre scappavano, invece di chiamare le forze dell’ordine. Il sindaco Elia Delmiglio ha parlato di “profonda amarezza”, descrivendo giovani che nei video appaiono “esaltati, tra urla e applausi rivolti ai delinquenti”.

Qualcuno potrebbe perfino volerla raccontare male, quella scena. Sopravvalutandola. Ammantandola di una finta ribellione sociale: ragazzi rivoluzionari contro il sistema delle banche, contro il potere, contro non si sa bene cosa. Ma sarebbe una lettura sbagliata, e persino comoda. Non c’è niente di romantico, niente di politico, niente di rivoluzionario nell’applaudire chi fa saltare un bancomat e fugge. C’è soltanto un errore enorme. Un errore che segnala smarrimento, non coscienza. Vuoto, non rivolta.

E allora il filo che lega quelle urla davanti al bancomat e queste statue decapitate non è il reato in sé, che è diverso. È qualcosa di più profondo: la fatica crescente a riconoscere il confine tra ciò che si può fare e ciò che non si deve fare. La perdita del senso del limite e soprattutto il bisogno di assistere, filmare, applaudire, comparire.

Il problema va risolto dal basso

Ma il punto finale è un altro. Questa storia non si chiuderà davvero con una perquisizione, con un nome o con un fascicolo. Quello è il compito della giustizia, ed è fondamentale. Però il problema, se vogliamo essere seri, va risolto dal basso. Dalla società. Dalla famiglia. Dalla scuola. Dai luoghi di educazione, dai quartieri, dalle comunità, dalle parole che usiamo ogni giorno.

Perché il disagio giovanile esiste, certo. Ma qui forse siamo davanti a qualcosa di ancora più largo: al disagio di una società intera, che troppo spesso delega tutto, commenta tutto, filma tutto e capisce sempre meno. E allora bisogna ripartire dal basso: insegnare il rispetto dei simboli, dei luoghi, delle persone; ricostruire il senso del limite; spiegare che la libertà non è fare tutto, ma sapere dove fermarsi.

Una provincia chiamata a riflettere

Foto: Marco Cremonesi / Imagoeconomica

In fondo è questo il punto. Difendere le tradizioni non significa usarle come clava. Significa custodirle. E augurarsi, sinceramente, che dietro questa catena di profanazioni non ci sia alcun odio organizzato verso il mondo cattolico. Se lo augurano tutti, credenti e non credenti. Perché le tradizioni, specie in una terra come questa, sono il filo che tiene insieme le generazioni. E quando qualcuno prova a reciderlo, non rompe solo una statua: rompe un equilibrio.

Oggi, il grande lavoro delle forze dell’ordine ha diradato una parte della nebbia. Ma il dovere della provincia di Frosinone resta tutto intero: non minimizzare, non isterizzare, non trasformare tutto in tifoseria. Capire, vigilare, educare. Perché a volte il sacrilegio non nasce da una ideologia. Nasce da un abisso. E gli abissi, se non si guarda bene dentro, non finiscono con una denuncia o con una perquisizione. Continuano a camminare in mezzo a noi.