Prima seduta tra toni istituzionali e tensioni politiche: la Lega rivendica più peso e punta alle partecipate, mentre il Pd alza il livello dello scontro. Di Stefano resta in equilibrio, ma il resto della consiliatura non sarà più una passeggiata.
Velluto ed esplosivi, apparenza e sostanza: la prima seduta del nuovo Consiglio Provinciale di Frosinone si è tenuta tra i toni del garbo istituzionale ma nel clima della resa dei conti all’ultimo sangue. Niente assalti all’arma bianca, nessuna parola fuori posto, nessuno spazio per gli insulti: forma e procedura sono state limpidissime. ma nella sostanza, tutto rischia di saltare in aria. La miccia è già accesa.
Il presidente Luca Di Stefano questa mattina ha aperto la seduta con il garbo istituzionale di chi sa che le parole d’occasione vanno dette: e le ha dette bene. Il centenario della Provincia di Frosinone, il dovere di onorare la storia, la bussola dell’interesse generale, la Casa dei Comuni. Tutto giusto, tutto doveroso. Tutto già scritto prima ancora che aprisse bocca. La vera seduta, quella che conta, è cominciata dopo.
Dopo la deliberazione approvata dall’Aula che ha verificato l’assenza di cause di incandidabilità, ineleggibilità, incompatibilità o inconferibilità. In pratica, tutti abili, tutti legittimati, tutti arruolati per il prossimo biennio in Aula a Palazzo Iacobucci. Via libera al pieno insediamento del nuovo Consiglio Provinciale.
La seduta che conta

A dare fuoco alle polveri è stato Andrea Amata, capogruppo della Lega. Ha preso la parola ed ha detto una cosa semplice. E dirompente. Ha fatto notare che rispetto al passato c’è una diversa maggioranza. Che dalle elezioni di inizio marzo è uscito un centrodestra forte di 8 consiglieri su 12 e non c’è più il sostanziale equilibrio che ha accompagnato la Provincia di Frosinone sin dalla riforma Delrio: un Consigliere di differenza o due al massimo.
Amata ha espresso con chiarezza la posizione della Lega. Mettendo in chiaro che forse è il momento di prenderne atto anche nella distribuzione delle deleghe e negli assetti interni dell’ente. Un intervento misurato, quasi pedagogico nel tono. Ma una granata, nella sostanza.
Perché quella frase ha fatto capire a tutti che il vecchio schema — quello del presidente Di Stefano che governa in un clima di concordia trasversale, senza steccati netti, senza vincitori né vinti — è finito, o almeno qualcuno intende finirlo.
Le Partecipate nel mirino

La politica è fatta di parole, la sostanza è fatta di atti: cosa vuole la Lega, dove sta mirando? Perché a dicembre ci saranno nuove elezioni: quelle che determineranno il nome del successore di Luca Di Stefano. Che ha tutti i numeri per succedere a se stesso ma gli occorrono alcune condizioni politiche da sistemare dopo i segnali mandati dalle urne delle Provinciali e subito dopo da quelle per il referendum.
Nella sostanza, con l’intervento di oggi la Lega ha messo nel mirino le Partecipate della Provincia e punta a sedersi o alla presidenza o al CdA di una delle società provinciali che oggi vengono guidate da Fratelli d’Italia e Partito Democratico. Quali? L’Agenzia di Formazione presieduta da Adriano Lampazzi (Pd) e la Società Ambiente Frosinone presieduta da Fabio De Angelis (FdI).
Il grimaldello di Salera

Ad allargare la crepa è stata la risposta di Enzo Salera. Il vulcanico sindaco Pd di Cassino, ha suggerito al presidente Luca Di Stefano di convocare i capigruppo per una consultazione. Una mossa che suona come: se si cambia le regole del gioco, si cambia tutti insieme, intorno a un tavolo. E noi a quel punto decidiamo se starci o passare all’opposizione.
Qual è la strategia? Mandare La Lega allo scontro diretto con Fratelli d’Italia, replicando anche a Frosinone la situazione di conflitto che è palese nei grandi Comuni della provincia di Latina. Lì, FdI e Forza Italia hanno un’interlocuzione attiva ed il carroccio è sempre più ai margini. Enzo Salera con il suo intervento ha soffiato sul fuoco, cercato di allargare la crepa.
Di Stefano si è riservato. Ha lasciato che il silenzio dicesse quello che le parole non potevano. Il segnale politico, però, è già nell’aria. La Lega vuole contare di più e lo dice apertamente. La minoranza vuole sapere dove si va, e lo chiede formalmente. Il presidente per ora naviga tra le due rive senza attraccare.
La serenità di Luca

Luca Di Stefano, volendo, potrebbe fare anche a meno di attraccare per un bel pezzo: le deleghe non sono obbligatorie per Statuto, il Presidente non è sfiduciabile e fino all’approvazione del Bilancio può governare da solo, con tutto ciò che questo comporta in termini di autonomia.
Il punto vero è che oggi, nella sala del Consiglio Provinciale di Frosinone, per la prima volta da molto tempo si è fatta politica. Non si è solo amministrato, non si sono solo convalidate le credenziali degli eletti, non si è solo brindato a un centenario con discorsi di circostanza. Qualcuno ha infilato il grimaldello nella spaccatura del centrodestra e l’ha allargata. Qualcun altro ha risposto alzando la posta.
I dodici consiglieri insediati questa mattina — D’Amore, Salera, Cardinali, Amata, Vittori, Cirillo, Paris, Quadrini, Fardelli, Vacana, Velardo, Zaccari — hanno giurato fedeltà all’ente e ai cittadini. Adesso viene la parte difficile: scoprire se quella fedeltà è rivolta agli stessi cittadini o a partiti diversi che immaginano Province diverse.
Il centenario può aspettare. La partita è appena iniziata.



