Quel matrimonio di interesse tra Lega e FdI che nessuno può sciogliere

Il presunto rischio di caduta della giunta Mastrangeli è una strategia politica: nessuno vuole dimissioni prima delle elezioni Provinciali. Le tensioni reali, soprattutto tra Lega e FdI, servono a riequilibrare i rapporti di forza.

Roberta Di Domenico

Spifferi frusinati

Con puntualità svizzera, ogni tanto dalla sede del Comune di Frosinone  parte (o viene fatto veicolare intenzionalmente)  un tam-tam consiliare che suona più o meno così: se le tensioni interne alla maggioranza dovessero aumentare, se si arrivasse a sedute dove manca il numero legale, la consiliatura del sindaco Riccardo Mastrangeli potrebbe interrompersi prima del tempo. Sulla carta una bomba mediatica. In realtà una balla colossale.

Certi meccanismi della politica si conoscono fin troppo bene. E allora perché questa minaccia circola così ciclicamente? Semplice strategia politica. In realtà fuffa. Perché anche le poltrone dell’Aula consiliare  di palazzo Munari sanno perfettamente che nessuno (ma proprio nessuno, né in maggioranza, tantomeno in opposizione) si dimetterà prima della fine naturale del mandato

I motivi

Il salone di rappresentanza del Consiglio provinciale adattato a seggio

Il motivo a breve termine è di una evidenza solare: le elezioni Provinciali all’inizio dell’anno prossimo. I voti ponderati di Frosinone sono quelli che pesano più di tutti, insieme a quelli di Cassino (alle Provinciali votano sindaci e consiglieri, non con il criterio 1 testa 1 voto ma con un peso calibrato sul numero degli abitanti che rappresentano). Servono come il pane a tutte le forze politiche, più di quanto possano immaginare i non addetti ai lavori. Frosinone e Cassino decidono il risultato elettorale delle Provinciali.

In particolare,  i voti riconducibili alla galassia della Lega,  (8/9 Consiglieri) che gravitano attorno al sindaco Riccardo Mastrangeli, sono determinanti e fondamentali per far eleggere Andrea Amata in Provincia. Figuriamoci se qualcuno sta pensando alle dimissioni.

Al tempo stesso, i voti ponderati del capoluogo servono evidentemente  anche a tutti gli altri Partiti dell’arco costituzionale. Ognuno ha bisogno dei voti dei Consiglieri del Capoluogo per andare a dama cioè far entrare a Palazzo Jacobucci i candidati sui quali le Segreterie hanno deciso di puntare. Sciogliere oggi il Consiglio comunale del Capoluogo significherebbe tagliare le gambe a se stessi in vista di un’elezione, comunque strategica. Non tanto per il peso della Provincia, ormai svuotata di competenze e visibilità ma per tacitare qualche appetito interno ai Partiti. Non avrebbe senso: “È tutto un gioco di equilibrio sopra la follia” cantava Vasco Rossi. Non un suicidio politico.

Eppur si agita

Questo non vuol dire che siano tutte rose e fiori in maggioranza. Anzi, tutt’altro. Le tensioni reali non mancano, soprattutto tra Fratelli d’Italia e la galassia riconducibile alla Lega (il Carroccio stesso, la Lista per Frosinone del vicesindaco Antonio Scaccia, la Lista Ottaviani ed il Consigliere Marco Sordi). È diventata di fatto la nuova guardia pretoriana di  Mastrangeli. 

A tal fine, i Meloniani tramite il Consigliere Marco Ferrara (ormai investito dal Partito dello strategico ruolo di vero e proprio “ariete”, per sfondare le mura mastrangeliane)  in Commissione Ambiente, insieme al presidente Anselmo Pizzutelli, ha attaccato duramente il progetto BRT, (il marchio di fabbrica della consilitura Mastrangeli)  denunciando scelte che i Fratelli ritengono sbagliate o, peggio,  impopolari. (Leggi qui: Pizzutelli-Ferrara, la strana coppia “contro” il Brt e Mastrangeli).

Ma Ferrara non si limita ad attacchi tecnici.  Usa il question time come una clava, calandola con precisione chirurgica: rivolge interrogazioni accurate, puntuali e circostanziate, al sindaco e alla giunta. La famosa tortura della goccia cinese, fatta cadere ripetutamente sulla fronte della vittima causando grande disagio psicofisico, al confronto è una passeggiata di salute. 

Nel mirino pure il Question Time

Massimiliano Tagliaferri

Ferrara in queste ore ha addirittura scritto al  Segretario Generale del Comune per chiedere chiarimenti sulle modalità di svolgimento del Question time consiliare e sulle procedure e tempi di esposizione delle interrogazioni. Solo che nel caso di specie il “bersaglio” del Consigliere non è il sindaco Riccardo Mastrangeli ma il Presidente del Consiglio Comunale Max Tagliaferri. Con il quale Ferrara, evidentemente, non ha particolare feeling.

Il Presidente d’aula, dal punto di vista politico, è comunque espressione della maggioranza del sindaco. Il che conferma l’azione di disturbo quasi sistematica messa in atto ormai dai Fratelli, fatta con la costanza di chi non si accontenta di essere “il socio tranquillo della maggioranza” ma pretende voce, peso e potere decisionale. Che non intende più appaltare al solo Mastrangeli. 

Le immagini che parlano

Riccardo Mastrangeli con Antonio Scaccia al taglio del nastro

E poi ci sono le foto che spesso dicono e valgono più di mille dichiarazioni politiche. Sono le specchio delle realtà. Negli eventi ufficiali, nelle inaugurazioni, nei giorni del taglio del nastro di qualche opera, il sindaco è quasi sempre accompagnato da amministratori, assessori e consiglieri, identificabili nella galassia del Carroccio. Mai un volto di Fratelli d’Italia. Non un capogruppo, non un consigliere o assessore meloniano in posa davanti alle telecamere, alle macchine fotografiche o agli smartphone nei momenti celebrativi. 

Alla realizzazione di un’opera, hanno contribuito tutti in maggioranza. Invece, quando bisogna dare visibilità (giusta e doverosa) a quel lavoro comune, manca sempre un pezzo importante. Ed è evidentemente una scelta precisa, quella di Fratelli d’Italia, di non partecipare.

Quel vuoto fotografico dunque, pesa più di molti comunicati o dichiarazioni di circostanza. È il silenzio eloquente delle distanze politiche, enormi in questo momento, tra Mastrangeli (e i suoi) e il Partito della Presidente Meloni. 

Realpolitik

Riccardo Mastrangeli

Quando si dice che la maggioranza a Frosinone “tiene” solo perché deve, non è una forzatura narrativa: è realpolitik. Le alleanze nel governo del Capoluogo non sono soltanto (pochi)  ideali condivisi ma un patto di convenienza. Le elezioni provinciali avvicinano, i voti servono, e nessuno ha interesse a rompere oggi una macchina che comunque funziona, va avanti, inaugura opere, taglia nastri. 

Machiavelli diceva, “chi vuol fare il principe non può farlo senza amici, ma deve tener conto che gli amici sono pericolosi come i nemici“. In questo momento nella maggioranza di governo è meglio tenere tutti vicino fino al momento giusto. Anche perché Mastrangeli in più di 3 anni di consiliatura non è mai andato sotto in Aula. E anche quando alcuni “blocchi” interni alla maggioranza (come FdI) si fanno sentire, non si arriva mai al collasso: si studia la tattica, si applica la strategia, si provoca, si attacca,  ma alla fine si evita la rottura definitiva. 

Il vero “rischio” per Mastrangeli, paradossalmente, non è che la consiliatura finisca prima: è che resti in piedi fino alla fine ma con un clima sempre più teso e una maggioranza sempre più svuotata di effettiva coesione. E questo in previsione delle elezioni comunali del 2027, è lo scenario peggiore.