Quello Stato che recita male davanti al Caffè Minotti

A Frosinone si spara ancora ma dal Viminale solo scenografie: lampeggianti e promesse, mentre la malavita agisce indisturbata. Non si combatte con le chiacchiere ma con uomini e mezzi. Che non sono stati inviati. La sicurezza non è una percezione: è presenza. E quella, qui, manca.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

Il problema è che al Viminale pensano di cavarsela con il teatrino. Facendo passare due Volanti ed una Gazzella in più, magari anche con i lampeggianti accesi e voilà: ecco servita la “percezione di sicurezza. La gente vede la divisa e si illude di essere al sicuro. Applausi. Foto ricordo destinata ai media che ormai non fanno più domande. E poi?

Poi, alle 2:30 del mattino, due su una moto si fermano davanti al Caffè Minotti nel cuore di Frosinone, uno scende, spara almeno tre colpi contro le vetrate – incurante dei clienti ancora seduti fuori – e sparisce nel buio. Come sempre. Perché da queste parti si è perso il conto.

Era già successo. Il 27 marzo scorso una bomba, stessa ora, stesso bersaglio. Nel marzo 2022 sette colpi di pistola. Nel dicembre 2021 altra grandinata di vetri. Prima ancora l’aggressione al titolare, Vincenzo Minotti: aveva ricevuto una richiesta di pizzo, disse di no, fece il suo dovere, denunciò. Lo Stato? Presente per la foto. Poi silenzio.

Le promesse di Piantedosi, gli spari da Minotti

Il sindaco Riccardo Mastrangeli con il ministro Matteo Piantedosi

A Frosinone il Ministero dell’Interno Matteo Piantedosi aveva promesso “più sicurezza”. Ci aveva messo la faccia venendo in Prefettura: parlava di piani straordinari, occhi ovunque, dimenticando un dettaglio: le indagini si fanno con la suola delle scarpe e quelle le calzano gli uomini. Di quelli, di rinforzi seri, nemmeno l’ombra.

Servono uomini in pianta stabile e non uno o due sufficienti per comporre una nuova pattuglia per 6 ore e poi Turno di Riposo. Servono piedi, anzi a dirla tutta servono piedipiatti e sbirri, con i loro occhi e le loro teste, servono uomini che stiano qui per molto tempo e siano integrati nel tessuto criminale del territorio che conoscano ad uno ad uno i componenti della nuova mappa della malavita e che ne abbiano il rispetto. C’è un confine tra Guardie e Ladri ma questo non impedisce che si rispettino nell’affrontarsi.

Presenza e non percezione

(Foto © Stefano Strani)

I fatti sono questi: quando si spara quattro volte contro lo stesso locale e nessuno riesce a impedire il bis, il tris e il poker, non è più una questione di percezione. È un problema di presenza. E di controllo del territorio.

Perché la delinquenza, da queste parti, ha capito la lezione. Non serve fare rumore. Basta la strategia della paura. Meno casino, più controllo. Un attentato ogni tanto, colpi precisi e tutto tace. Chi dovrebbe parlare, chi dovrebbe indagare, chi dovrebbe vigilare, invece è costretto a prestarsi alla recita del teatrino deciso dall’alto ed a girare in tondo con la sirena accesa. E pure in fretta perché quel lampeggiante che passa lo reclamano anche dalla parte opposta della città. Teatrino. Il racket, quello vero, si muove nell’ombra. Silenzioso ma concreto.

E così a Frosinone l’unica cosa aumentata è la sensazione di solitudine. Lo Stato è lontano, i clan sono sempre più vicini. Servono uomini, non figuranti. Servono investigatori che conoscano le dinamiche criminali della zona, non solo numeri da riempire in una tabella. Serve presenza vera, sul campo, nei quartieri, nei bar, nei silenzi.

Lo dice la cronaca. Lo dice la storia del crimine in città. Ma qui non si tratta più solo di vetrate mandate in frantumi. Si tratta di uno Stato che, davanti ai boss, continua a recitare. E recita male.