Alla vigilia della Costituente del partito ex movimento le posizioni dei due leader sono nettamente distinte e in mezzo c'è il caso Lazio
Un dato appare certo prima di ogni tipo di ragionamento: in emorragia di forze, intenti e caselle di spazi di manovra il M5s ci si trova e come. La parabola discendente del MoVimento fattosi partito non è sindacabile, ed è disegnata da tutta una serie di scenari politici legati da un comune denominatore. Quello per cui il Movimento Cinquestelle di Giuseppe Conte ha perso uomini, donne e grip politico, al punto da rendere necessaria una “rifondazione” imminente. Un vero rebranding a cui il nome un po’ altisonante di “Costituente” sta bene nella misura in cui serve a dare maquillage e polpa al contempo.
Il primo perché quando affidi ad un lessico così radicale uno dei tuoi snodi certifichi la necessità di cambiamento. La seconda perché quel cambiamento non solo serve a far intendere che vuoi ridefinire la tua nuova rotta, ma soprattutto a ridefinirla sul serio. Nel merito e senza sporcature di compromesso. E qui cominciano i guai che sono tipici di ogni stagione politica. Perché nei partiti in odor di reset non si sa mai quanto devi portare di te del “vecchio” e quanto devi rifondare da zero.
Il dilemma delle due anime M5s

Di solito poi, queste due anime tipiche di ogni sistema complesso sono rappresentate da due figure di carne ed ossa. Sono totem viventi di ciò che fu e fu per certi versi “glorioso” e ciò che oggi è, e che tanto glorioso non lo è più. Il tutto con una prospettiva a sua volta doppia che pone una domanda due, quella delle cento pistole. Cioè: quanto ciò che il M5s dovrà essere può essere rappresentato da ciò che era e da ciò che è oggi?
Messa meglio: tra Beppe Grillo che lo fondò e ne fece ariete anti-sistema e Giuseppe Conte che lo ha ereditato e messo a paradigma partitico chi sarà a prevalere? Ed è possibile una crasi minima tra le due anime della formazione che voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno?
In Regione Lazio le prove provare di questa metamorfosi necessaria non mancano. O meglio: non sono mancate.
Il “fossile” del campo largo alla Pisana

Il Campo Largo con il Partito Democratico di Nicola Zingaretti è diventato paradigma di laboratorio a livello nazionale. Nato grazie alla capacità di dialogo messa a terra all’epoca da Daniele Leodori, Mauro Buschini e Roberta Lombardi, alla Pisana è defunto per volontà proprio di Giuseppe Conte. La conseguenza è stata che da un originario “dream team” di 12 Consiglieri Regionali il Movimento 5 Stelle s’è ristretto ad una pattuglia striminzita. E non solo.
Il Movimento in Regione Lazio è stato gradualmente vampirizzato da Forza Italia. Gli azzurri hanno gradualmente spento una manica di “stelle” ed hanno inquadrato nei loro ranghi una sporta di forze pentastellate. Tutto era cominciato un anno esatto fa, quando Roberta Della Casa e Marco Colarossi avevano dato il la lasciando il MoVimento.
E comuni come Civitavecchia, Tivoli, Monterotondo, Cerveteri ed altri avevano via via perso pezzi grossi in forza al movimento. Da quella vendemmia era partita la cura vitaminica che Claudio Fazzone ancora oggi sta imponendo al Partito fondato da Silvio Berlusconi e guidato ora da Antonio Tajani. Insomma, come ripeteva Zavattini “si nasce incendiari ma si muore pompieri”.
Un “Messia” ed un leader: chi vincerà?

E sempre dalla stessa era partita la conferma dell’anossia di una formazione politica che oggi bascula, alla vigilia della sua Costituente, tra due linee. Quella che fa capo al fondatore ed odierno garante Beppe Grillo, che non vuole si tocchino nome, simbolo e regola del doppio mandato. Poi quella del presidente nazionale Giuseppe Conte, che per principio (e strategia) non esclude a priori alcun cambiamento proprio perché punta sulla natura rifondativa di quella Costituente stessa.
Messa un po’ meno nobile: Grillo vuol restare “papa emerito” del M5S e ne vuole uno nuovo senza Conte. Mentre quest’ultimo sa che i risultati pessimi degli ultimi cimenti elettorali con le sue impronte digitali lo obbligano a manovre draconiane. Perciò se vuole tenersi un solido pattuglione di sodali deve riconfermarli alle prossime politiche sui loro scranni.
E’ il classico mezzo stallo messicano dove chi manovra da dietro può permettersi i fendenti e chi guida sul campo deve affidarsi alla chirurgia. Questo per non perdere truppe a doppio binario di fedeltà: al partito ed al leader.
Di Maio e i sassolini dalla scarpa

Ma da quali posizioni di forza stanno per agire i due? Ad approfondire il tema ci ha pensato poche ore fa l’ex capo politico del M5s ed oggi Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico Luigi Di Maio. Che ad Adnkronos ha spiegato come Grillo tema che Conte gli “tolga tutto, compreso il ricco contratto di consulenza da 300mila euro l’anno”.
E ancora, in merito all’articolo 12, comma 2 del nuovo statuto del M5S: “Nell’estate del 2021 quando negoziai l’accordo tra Conte e Grillo, abbiamo dato a Beppe un potere enorme che ha sprecato, lasciandolo inutilizzato. Quell’articolo conferisce al garante una prerogativa oserei dire papalina. Ovvero il potere di interpretazione autentica, non sindacabile, delle norme dello statuto“.
Il che significa che Grillo sta manovrando da una posizione di forza estrema, e che Conte ha un potere di manovra molto più limitato di quanto non suggeriscano ruolo e carisma da leader “stabilizzatore” del M5S.
Ed anche su nome e simbolo c’è un ginepraio all’orizzonte: lo ha spiegato il commercialista genovese Enrico Maria Nadasi. Così: “Il simbolo del Movimento è di Beppe ed è sempre stato suo. Quel contrassegno ha avuto una sua evoluzione, con l’aggiunta della dicitura ‘2050’. Ma come accade con le auto, possono cambiare i modelli: la fabbrica rimane la stessa. Il Dna è di Grillo“.
Fontana green e due soli all’orizzonte

In queste ore deputata pentastellata di Alatri Ilaria Fontana ha toccato il tema del cambiamento climatico ed ha attaccato il governo Meloni perché “nomina commissari dell’acqua senza piani seri e pianificazioni territoriali” tacciandolo di superficialità.
E mentre la donna che per una manciata di voti briscolò Mario Abbruzzese da uno scranno parlamentare dato per certo parla di clima il “clima” politico del M5s si fa rovente. Con due scenari e, per dirla coi Pynk Floyd, con “due soli all’orizzonte”. Uno dei quali dovrà per forza tramontare.


