Referendum, a Frosinone gli avvocati rompono il silenzio

Dal cuore di Frosinone parte un confronto netto e senza slogan sulla separazione delle carriere. L’avvocatura locale rilancia una riforma storica, tra indipendenza della magistratura, fine delle correnti e necessità di spiegare ai cittadini cosa è davvero in gioco.

Roberta Di Domenico

Spifferi frusinati

Non è stato un semplice confronto tecnico tra avvocati ma un vero e proprio manifesto politico-giuridico, quello andato in scena a Frosinone nella Saletta delle Arti, dal titolo Sì perché… una scelta consapevole.

In un Centro Storico che torna a farsi agorà del dibattito sulla Giustizia, il Comitato Giustizia Sì ha riunito i massimi rappresentanti del foro di Frosinone e di Cassino per spiegare perché la separazione delle carriere non sia un capriccio della politica ma l’ultimo miglio di una maratona iniziata quasi quarant’anni fa.

Il presidente Galassi (al centro) con il Tesoriere dell’Ordine Fabrizio Zoli

L’evento, coordinato in maniera chirurgica dall’avvocato Andrea Ranalli, ha visto la partecipazione di figure di primo piano dell’avvocatura provinciale: il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Frosinone Vincenzo Galassi, il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Cassino Giuseppe Di Mascio, il presidente delle Camere Penali del foro di Cassino Gianluca Giannichedda e, last but not least, l’avvocato penalista ed ex sindaco di Frosinone Domenico Marzi.

Fin dalle prime battute, il confronto è entrato nel vivo, alternando richiami storici e passaggi tecnici, con un linguaggio accessibile ma mai banale. L’obiettivo dichiarato: portare fuori dalle Aule Giudiziarie un tema che riguarda direttamente la qualità della democrazia.

Una riforma che viene da lontano

Giuseppe Di Mascio

A tracciare il solco temporale della riforma è stato l’avvocato Andrea Ranalli, che ha ricordato come il tema non nasca oggi né per iniziativa contingente: «La separazione delle carriere non è un’idea nuova: il dibattito nasce già alla fine degli anni Ottanta, quando l’Italia decide di adottare un processo di tipo accusatorio. Le riforme attuali rappresentano il tentativo di portare a compimento un percorso iniziato quasi quarant’anni fa».

Una ricostruzione che ha avuto il merito di depoliticizzare il tema, restituendogli la sua dimensione tecnica: l’equilibrio tra processo e ordinamento giudiziario.

Domenico Marzi (Foto: Massimo Scaccia)

Di particolare spessore l’intervento di Domenico Marzi che ha richiamato tutti a un esercizio di responsabilità, lontano dalle scorciatoie mediatiche: «È necessario sgomberare il campo dal populismo, sia da parte di chi vota No sia, soprattutto, da parte di chi ha deciso di sostenere il Sì. Il tema è tecnico e non deve essere politicizzato».

Marzi ha poi centrato il nodo della riforma del CSM, indicando nel sorteggio uno strumento di riequilibrio: «Il sorteggio per i membri del Consiglio Superiore della Magistratura garantisce maggiore indipendenza dei componenti».

Una posizione che ha contribuito a spostare il baricentro del dibattito dalla contrapposizione ideologica alla funzionalità dell’assetto istituzionale.

Indipendenza, partecipazione, rischio populismo

A rassicurare sulla tenuta democratica del sistema è stato Vincenzo Galassi, che ha chiamato in causa direttamente la Costituzione: «Come previsto dall’articolo 104 della Costituzione, la magistratura non sarà assolutamente dipendente dalla politica. Le norme di attuazione dovranno occuparsi delle modalità di reclutamento, ma gli effetti concreti della riforma non saranno immediatamente visibili».

Un passaggio chiave, perché ha sgombrato il campo dal timore — spesso agitato nel dibattito pubblico — di una giustizia “eterodiretta”.

L’avvocato Gianluca Giannichedda

Sulla stessa linea, ma con accenti diversi, gli interventi di Di Mascio e Giannichedda. Il primo ha sottolineato come il nuovo CSM resterebbe a maggioranza togata, evidenziando il potenziale del sorteggio nel rompere il sistema delle correnti. Il secondo ha lanciato un appello netto alla partecipazione, ricordando che si tratta di un referendum costituzionale senza quorum.

Al di là del tecnicismo giuridico, l’incontro di Frosinone ha mostrato un dato politico inequivocabile: la riforma della magistratura è ormai un tema trasversale, capace di attraversare schieramenti e tradizioni diverse.

La scelta del Comitato Giustizia Sì di partire dalla provincia segnala una strategia chiara: intercettare territori dove la giustizia è spesso percepita come distante, spiegando una riforma complessa senza slogan.

Ma il monito di Marzi resta sullo sfondo come bussola: se il confronto scivola nel populismo, il rischio non è solo la polarizzazione, ma l’incomprensione.
Frosinone, in questo senso, diventa uno specchio fedele del dibattito nazionale: tra rinnovamento, timori di ingerenze e la necessità — sempre più urgente — di spiegare bene ai cittadini cosa è davvero in gioco.

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